Auschwitz, 27 gennaio 1945: elementi della 322esima divisione di fucilieri dell’Armata Rossa sovietica fanno capolino in quello che sarebbe diventato il più iconico simbolo della macchina di morte nazista, il lager per antonomasia, il simbolo dell’universo concentrazionario tedesco in cui morirono a milioni ebrei, rom, omosessuali, oppositori politici, prigionieri di guerra russi e esponenti di molte altre categorie ritenute non degne di vivere nel Terzo Reich di Adolf Hitler.

Sono passati 80 anni da quella fatidica data, caduta a poche settimane dalla definitiva caduta della Germania nazista nel “crepuscolo degli dei” dell’assedio di Berlino, ed è necessario ribadire che sottolineare come a liberare il lager più noto (e, con Belzec e Treblinka di cui ci sono rimaste tracce nulle, il più letale) furono i sovietici e, per la precisione, i russi.

Furono le truppe di Iosif Stalin a salvare i 7mila prigionieri, in larga parte ebrei, sopravvissuti alla fase terminale dell’Olocausto, le marce della morte ordinate dal capo delle SS Heinrich Himmler per sfinire e eliminare definitivamente i sopravvissuti agli anni di lavoro forzato e all’invio alle camere a gas. E tra queste truppe, erano preponderanti i componenti del gruppo etnico più numeroso dell’Unione Sovietica: i russi.

L’ingresso di Auschwitz nel 1945

Tutte le nazioni costitutive dell’Urss, dagli ucraini ai caucasici di Georgia, Armenia e Azerbaijan passando per i popoli centroasiatici, diedero il loro contributo e pagarono un pesante tributo di sangue nella “Grande Guerra Patriottica” condotta contro la Germania dopo l’invasione del 1941, in cui l’Urss pagò la vittoria sul nazismo con oltre 23 milioni di morti militari e civili, tra i quali i russi rappresentavano la parte preponderante. E anche la 322esima divisione che liberò Auschwitz era organicamente a maggioranza russa: lo storico David M. Glantz, nel saggio Colossus Reborn, ricorda che la 322esima divisione, protagonista della battaglia di Kursk e della liberazione di Kiev prima dell’ingresso ad Auschwitz e in seguito al centro delle battaglie che portarono alla fuga tedesca da Cracovia, era costituita al 90% da russi al momento della sua formazione.

Il revisionismo storico e le sue minacce

Sono dunque da respingere al mittente tutti i tentativi di revisionismo storico che, di fatto, minimizzano il contributo russo nella fase finale del conflitto o addirittura provano a riscrivere la storia della Seconda guerra mondiale assegnando ai patti russo-tedeschi del 1939 il ruolo di prova per una sostanziale equiparazione tra nazionalsocialismo e bolscevismo come co-responsabili dello scoppio del conflitto. Certo, l’Urss nel 1939 approfittò della caduta della Polonia e in seguito annesse i Paesi baltici e sferrò una guerra, invero tutt’altro che gloriosa, contro la Finlandia. Ma dopo l’attacco tedesco nel 1941 nessuno tra i più solidi rivali dell’Urss, a partire dal primo ministro britannico Winston Churchill, evitò di cogliere le conseguenze del mutato vento politico e militare.

Per l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, che nel 2020 parlò del tema nell’occasione dei 75 anni della liberazione di Auschwitz, esiste una continuità tra occupazione tedesca e regime socialista sovietico: “per l’Europa occidentale, il più tragico periodo della storia europea si concluse nel 1945, con la sconfitta del regime nazista tedesco”, scrisse allora Morawiecki in un editoriale su Politico.eu, “ma per molte nazioni europee, la dichiarazione di pace non significò la fine della tragedia, ma solo l’inizio di una nuova. L’occupazione sovietica, destinata a durare altri 45 anni, costò milioni di vite e privò la Polonia e l’Europa centrale della loro indipendenza e della possibilità di un normale sviluppo economico”.

Un revisionismo storico in purezza che va di pari passo con quello del governo di Kaja Kallas, ora alta rappresentante Ue per la politica estera, che pochi mesi fa in Estonia commemorò l’anniversario del bombardamento sovietico su Tallinn del 1944 omettendo di ricordare che si trattava di manovre militari per scacciare i tedeschi dalla città. E non finisce qui: pochi giorni fa, in un articolo interessante nel raccontare la storia di Tomas Serafinski, ex spia polacca che contribuì a far conoscere gli orrori del lager nel mondo, la Bbc sul suo sito ha definito “esercito ucraino comandato dai sovietici la forza armata che liberò Auschwitz.

Lo strafalcione della Bbc su Auschwitz

Una dichiarazione “politicamente corretta” in tempi di guerra in Ucraina, in cui da tre anni Kiev combatte per la sua libertà contro l’aggressione di Mosca e, dunque, risulta incomprensibile associare il russo a un’idea di liberazione. Ma anche un palese errore storico: il riferimento è al fatto che la divisione che liberò Auschwitz era inquadrata nel Primo Fronte Ucraino, nome dato dall’Armata Rossa a un enorme gruppo d’armate protagonista dell’avanzata per liberare le pianure sarmatiche attorno Kiev, formato da sette armate distinte e che si sarebbe spinto fino a Berlino nell’aprile successivo. Ma il riferimento all’Ucraina è puramente geografico, non identitario o etnico.

I comandanti del Primo Fronte Ucraino alla parata per la vittoria di Mosca del 24 giugno 1945

Anzi, a ben guardare, il primo comandante di tale gruppo d’armate Nikolai Vatulin, tra i protagonisti della battaglia di Kursk, morì in Ucraina nell’aprile 1944 ucciso dall’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun) filo-nazista e collaborazionista di Stepen Bandera. I suoi successivi comandanti furono Georgy Zukhov e Ivan Konev, generali protagonisti della conquista della Germania orientale e (il primo) della presa di Berlino.

La rilettura della storia su Auschwitz e la guerra

Ironia della sorte, per rileggere la storia odierna in chiave politicamente adatta agli scenari strategici e geopolitici si compie, nell’Europa odierna, quello stesso procedimento di forzatura della memoria che in Russia compie Vladimir Putin parlando di figure storiche come gli Zar Pietro il Grande e Alessandro I o più recenti come Lenin e lo stesso Stalin. Ciò è oltremodo grave in un quadro politico in cui anche la fine dell’Olocausto diventa strumento di contrapposizione politica e arma per delegittimare gli avversari e dare voce a sguaiati nazionalismi.

Si può dire che, pur vincitrice della Seconda guerra mondiale, l’Urss di Stalin non mancò di macchiarsi di crimini e massacri? Senz’altro. Si può, però, parimenti dire che dal punto di vista morale e materiale c’è grande differenza tra un regime autoritario, dispotico e repressivo e un progetto politico-sociale imperniato sullo sterminio violento di intere comunità come quello nazista? Senz’altro. Così come si può far riferimento a qualsiasi cronaca dei tempi della liberazione di Auschwitz (una tra tutte, l’opera di Primo Levi) per capire come i liberati di Auschwitz avessero ben presente la differenza tra le armate di Hitler e tutto il resto, certamente non pensassero al Patto Molotov-Ribbentrop vedendo le truppe sovietiche entrare nel lager. E certamente non si può accusare di sottovalutazione dell’Olocausto ogni nazione ai tempi parte dell’Urss che dal massacro degli ebrei e delle altre comunità fu la nazione maggiormente colpita.

La storia non si cancella

Veder promosse al Parlamento Europeo risoluzioni che deplorano “il continuo utilizzo negli spazi pubblici di simboli dei regimi totalitari e chiede di vietare, all’interno dell’Unione, l’uso dei simboli nazisti e comunisti sovietici, così come dei simboli dell’attuale aggressione russa contro l’Ucraina” sommando nei giorni della ricorrenza della liberazione di Auschwitz sfere completamente diverse mostra i danni concreti di questo revisionismo e la sua subalternità a retoriche nazionaliste odierne. Ma la storia non si cancella, al massimo la si può comprendere e capire.

E la storia dice che il 27 gennaio 1945 furono i sovietici, con un’unità principalmente russa (come del resto la stragrande maggioranza del loro esercito) a liberare Auschwitz, che nessun sopravvissuto all’Olocausto ha mai aperto la polemica stucchevole dell’equiparazione tra Armata Rossa e macchina della morte nazista, che dire la verità non significa giustificare i gulag e le purghe di Stalin di ieri o la guerra di Putin oggi. Ma semplicemente evitare quel processo di abuso pubblico della storia che in un suo vecchio libro il professor Aldo Giannuli ammoniva essere un processo di avvelenamento del dibattito pubblico e compressione della democrazia contemporanea pericoloso per gli equilibri del nostro sistema contemporaneo.

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