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Il confine tra Israele e Libano è uno dei più caldi al mondo. È una frontiera tra due Stati che non si riconoscono, tra due mondi che faticano a comunicare tra loro. Tuttavia il 12 luglio 2006 il clima è sereno. Anche da queste parti sembra un comune giorno d’estate. Lungo la costa le acque del Mediterraneo non sono agitate e nelle colline della Galilea la vita scorre normalmente. Eppure nelle prime ore del mattino scoppia l’inferno. Alle 9:00 una serie di razzi vengono sparati dal territorio libanese verso quello israeliano.

A prima vista appare un’ennesima scaramuccia tra l’esercito dello Stato ebraico ed Hezbollah, il movimento filo sciita radicato nel sud del Libano. Poco dopo si ha notizia di un’incursione armata dei miliziani sciiti in territorio israeliano. Ed è in questa maniera che il mondo apprende dell’inizio di una nuova guerra in Medio Oriente.

L’attacco di Hezbollah

Intorno alle 9:00 nel nord di Israele iniziano a risuonare gli allarmi antiaerei. La popolazione è colta di sorpresa. Sono in pochi in quel momento ad aspettarsi lanci di razzi dalla parte libanese del confine. Alcuni missili raggiungono il territorio di Zar’it, piccolo villaggio di frontiera, altri, invece, cadono sulla città di Shlomi.

Hezbollah alcuni mesi prima aveva minacciato Israele. Il suo leader, Hassan Nasrallah, aveva dichiarato di voler agire per far tornare a casa alcuni prigionieri del suo movimento. I lanci di razzi sono soltanto il primo segnale della messa in pratica del suo proposito. Vengono usati missili Katiusha, alcuni dei quali colpiscono anche fattorie ed edifici residenziali. Questi primi ordigni però altro non sono che un diversivo. Hezbollah infatti, ottenuto lo stato d’allerta aerea da parte israeliana lungo il confine, ha maggior margine per attaccare anche via terra.

Intorno alle 10:00 un commando del movimento libanese entra in territorio israeliano nella zona di Zar’it, la prima ad essere colpita dai razzi. I miliziani colpiscono due carri armati israeliani e il primo bilancio per lo Stato ebraico è molto pesante: tre soldati vengono uccisi, due feriti e altri due presi prigionieri. I nomi di questi ultimi sono Ehud Goldwasser e Eldad Regev. L’obiettivo di Hezbollah è quello di fare quanti più prigionieri possibili, al fine di attuare degli scambi con gli israeliani.

La notizia dell’incursione dei miliziani è uno shock per Israele. Ma anche per il Libano. Da Beirut il premier Fouad Siniora si affretta a dire che il suo governo non è al corrente delle mosse attuate da Hezbollah, presente nell’esecutivo con alcuni ministri. Secondo la ricostruzione del governo libanese, la mossa del partito sciita è da ascriversi unicamente alle volontà dei miliziani. Nasrallah in effetti poco più tardi rivendica l’azione e dà un nome all’operazione in corso: “Promessa fedele”. Il riferimento è chiaramente alle “promesse” di alcuni mesi prima.

La risposta israeliana

In giro per il mondo le notizie provenienti dal confine tra Israele e Libano hanno immediata eco. Le prime pagine, pochi giorni prima occupate dalla vittoria dell’Italia ai mondiali di Germania 2006, aprono adesso con le tensioni in Medio Oriente. Se già le autorità militari israeliane pianificano risposte dure ai lanci di razzi, un’incursione terrestre da subito acquisisce l’aspetto di una dichiarazione di guerra. A guidare il governo in quel momento è Ehud Olmert. Rappresentante di Kadima – il partito fondato nel 2005 da Ariel Sharon prima dei guai di salute di quest’ultimo – il premier non gode di molta popolarità e non ha il carisma del predecessore. La sua leadership non è così forte e anche per questo sono in tanti a dubitare della sua reale capacità di rispondere ad Hezbollah. Anche il suo ministro della Difesa viene considerato “debole”. Si tratta di Amir Peretz, leader del partito Laburista, uno a cui l’opinione pubblica avrebbe forse affidato un ministero economico ma non quello più importante in caso di guerra.

Il consiglio dei ministri si riunisce in emergenza poche ore dopo i primi lanci di razzi. Viene dato mandato a Olmert e Peretz di elaborare un piano militare in territorio libanese. Poche ore prima del consiglio, l’esercito israeliano aveva già comunque iniziato a sparare i primi colpi di artiglieria contro postazioni di Hezbollah. Il comunicato emanato dopo la riunione del governo è chiaro: “Israele risponderà aggressivamente e duramente contro coloro che hanno perpetrato, e che sono responsabili, dell’azione di oggi”.

La guerra in questa maniera può dirsi già avviata. Nel nord del Paese la gente inizia a trasferire i propri oggetti personali dentro i bunker, lì dove sembra destinata a vivere per diversi giorni. Nel sud del Libano la popolazione prova a trovar riparo in alcuni luoghi di fortuna. Alla fine di quella giornata si spara infatti da entrambi i lati: Israele bombarda il territorio libanese ed Hezbollah prosegue con il lancio di razzi verso lo Stato ebraico. Due protagonisti di quel giorno purtroppo non vedranno la notte: sia Ehud Goldwasser e Eldad Regev, i due soldati fatti prigionieri al mattino, muoiono poche ore dopo l’agguato.

Una guerra breve ma sanguinosa

Il 12 luglio 2006 rappresenta la fine della grande illusione di pace del 2005, anno in cui l’allora premier israeliano Ariel Sharon evacua le colonie della striscia di Gaza aprendo la strada a nuovi scenari. Lui però cade malato pochi mesi dopo, nei territori palestinesi nel dicembre del 2005 Hamas vince le elezioni parlamentari e la situazione diventa di nuovo tesa.

Il 25 giugno 2006 proprio dalla striscia di Gaza parte un commando che rapisce il soldato israeliano Gilad Shalit, una vera e propria anticipazione di quanto poi avviene il 12 luglio successivo. La guerra esplosa nel cuore dell’estate spegne definitivamente ogni entusiasmo. Il conflitto dura poco più di un mese, termina infatti il 17 agosto con un cessate il fuoco. Ma è doloroso per entrambe le parti. Muoiono più di mille civili in territorio libanese, 43 in territorio israeliano con più di 4.000 feriti. Danni incalcolabili nelle città del sud del Libano e nelle infrastrutture dei due Paesi coinvolti. Un conflitto estivo che non fa né vincitori e né vinti e i cui segni sono ancora oggi ben evidenti.