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Agli albori della Guerra fredda, sullo sfondo dei primi conflitti per procura, delle prime rivoluzioni pilotate e delle prime elezioni manipolate da burattinai operanti per conto di Stati Uniti e Unione Sovietica, nella Terra delle Aquile, la Shqipëria, ebbe luogo una delle missioni segrete più segrete del secondo Novecento: l’operazione Valuable.

Esperti di strategia militare e guerra irregolare provenienti da una costellazione variegata di Paesi, Italia inclusa, unirono gli sforzi con l’obiettivo di abbattere la dittatura di Enver Hoxha, il litigioso comunista di ferro che fra il 1948 e il 1978 avrebbe saputo inimicarsi la Iugoslavia di Tito, l’Unione Sovietica di Nikita Kruscev e la Cina di Deng Xiaoping. Gli agenti senza nome e senza volto dell’operazione Valuable erano certi che sarebbero andati a colpo sicuro, perché convinti di aver calcolato ogni variabile e previsto ogni scenario. Avevano torto: non avevano tenuto in considerazione la più imprevedibile delle variabili, quella del tradimento. Questa è la loro storia.

Sognando di detronizzare Hoxha

Bucarest, 28 giugno 1948: il Cominform accusa il maresciallo Tito di revisionismo e collusione con l’Occidente, all’acme di una stagione di tensione e schermaglie fra Iugoslavia e Unione Sovietica, dando formalmente inizio al primo conflitto intestino al mondo comunista. Quella frattura rappresenta una potenziale miniera d’oro per l’Occidente: da un lato si manifesta l’opportunità unica e irripetibile di de-satellizzare la pivotale Iugoslavia, dall’altro alcuni temerari credono che sussistano dei margini di manovra per agire sull’Albania.

Convinzione degli strateghi di CIA e MI6 era che quella albanese fosse la dittatura più fragile e vulnerabile dello spazio comunista per via di una serie di fattori sfruttabili a scopo destabilizzativo: il pluralismo religioso, la povertà endemica, la netta divisione urbano-rurale, la presenza di realtà clanistico-tribali nell’Albania montana e, ultimo ma non importante, l’esistenza di comunità diasporiche nel resto d’Europa sulle quali fare affidamento per condurre attività spionistiche, consumare sabotaggi e stabilire contatti utili con la resistenza interna.

Gli analisti dei servizi segreti occidentali avevano ragione e torto allo stesso tempo: quei talloni d’Achille esistevano, sì, ma utilizzarli per rimuovere Hoxha si sarebbe rivelato più arduo del previsto. L’idea del MI6 era semplice, oltre che economica, perciò avrebbe attratto e convinto la CIA: reclutare insurgenti tra le comunità diasporiche stanziate fra Grecia, Italia e Turchia, addestrarli alla guerra irregolare in campi ad hoc allestiti tra Europa e Africa settentrionale e, infine, una volta armati, paracadutarli negli altopiani popolati da clan indomiti e nostalgici di re Zog. La speranza-aspettativa degli analisti era che gli albanesi, venuti a conoscenza dell’esistenza di una resistenza armata e supportata dall’estero, avrebbero acceso dei focolai di insurrezione e condotto rapidamente al collasso del regime dittatoriale.

Hoxha sapeva

Alla pianificazione dell’operazione super-segreta avrebbero partecipato i più importanti personaggi dell’intelligence angloamericana dell’epoca, da William Hayter a Franklin Lindsay, incluso il famigerato Kim Philby. Hayter e Lindsay non potevano sapere né immaginare che l’operazione Valuable sarebbe fallita a causa del tradimento dell’insospettabile Philby. Quest’ultimo, che all’epoca era un agente di alto rango del MI6, alcuni anni più tardi sarebbe fuggito in Unione Sovietica, svelando al mondo intero il suo vero credo e un’attività doppiogiochistica lunga un trentennio.

Philby rese edotti i sovietici di ogni singola fase dell’operazione Valuable: dal reclutamento degli insurgenti al loro armamento, passando per la mappatura del territorio e il dialogo nel dietro le quinte tra Washington e l’esiliato re Zog. Grazie alle informazioni di Philby, inoltrate tempestivamente da Mosca a Tirana, Hoxha poté elaborare un efficace ed efficiente piano anti-golpe, venendo a conoscenza, ad esempio, delle date e dei luoghi degli sbarchi e dei paracadutaggi di insorti e dei centri da mettere sotto sorveglianza perché caratterizzati dall’alta concentrazione di anticomunisti o perché a rischio sabotaggio.

Il fallimento dell’operazione

Fu nel contesto dell’operazione Valuable che gli esuli albanesi in Occidente diedero vita al Comitato nazionale per l’Albania libera (Komiteti Kombëtar “Shqipëria e Lirë”), fondato a Roma a cavallo fra il 1948 e il 1949 e supportato attivamente dal governo italiano allo scopo di ripristinare l’antica influenza sulla terra delle Aquile.

Protetti dai servizi segreti italiani, e addestrati (e armati) da quelli britannici e americani, i primi soldati del Comitato nazionale per l’Albania libera salparono per la loro terra ai primordi dell’ottobre 1949. Partiti da un porto italiano sull’Adriatico, i “folletti” – come furono ribattezzati dal MI6 – sbarcarono nei pressi di Valona, dove ad accoglierli, però, avrebbero trovato le forze di sicurezza (e la morte). Uno scenario che si sarebbe ripetuto periodicamente, a cadenza regolare, impedendo all’operazione di decollare e al Comitato di farsi conoscere tra la popolazione.

L’ultimo tentativo di approdo sulle coste albanesi avvenne alla vigilia della Pasqua 1952, concludendosi nella stessa maniera dei precedenti: arresti e uccisioni. All’indomani dell’ennesimo fallimento, nella consapevolezza di aver versato sangue senza conseguire nessun risultato, da Washington sarebbe giunto l’ordine di sospendere l’operazione e di riporla gelosamente nel cassetto delle memorie da dimenticare.

Nel complesso, il triennio di sbarchi dall’Adriatico e di incursioni terrestri via Iugoslavia e via Grecia sarebbe costato caro all’Occidente: almeno trecento i civili e i soldati del Comitato nazionale per l’Albania libera e della Compagnia 4000 – un’altra sigla anticomunista costituita nell’ambito dell’operazione Valuable e con sede nella Germania Ovest – assassinati dalle guardie armate dell’onnisciente Hoxha. Un bagno di sangue che alcuni imputarono alla miopia degli analisti e che altri addossarono ai combattenti. Un bagno di sangue di cui nessuno volle addossarsi la responsabilità e che, in effetti, più che dagli errori di calcolo degli analisti e dalla scarsa preparazione degli insorti, fu causato da un insospettabile fedifrago: Philby, la spia di Sua Maestà al servizio del Cremlino.