Cosa è accaduto davvero al jet passeggeri dell’Azerbaijan Airlines precipitato in Kazakhstan? Mentre frammenti di verità, sospetti e depistaggi si stratificano man mano che passano i giorni, il pensiero va a tutti i casi simili verificatisi nel contesto delle tensioni tra Est e Ovest.

Era il 1° settembre 1983 quando un Boeing 747 della Korean Airlines era in volo da New York a Seul con scalo previsto ad Anchorage in Alaska. Poco dopo lo scalo, il velivolo attraversò la linea di cambio di data, e a quel punto la rotta dell’aereo stava già deviando verso Nord. Ma dopo circa tre ore di volo, l’aereo apparve sul radar russo. Nello stesso momento, un aereo dell’aeronautica militare statunitense era in missione di ricognizione nelle vicinanze, al fine di monitorare il test sovietico di un missile sulla penisola di Kamchatka. Gran parte di quel monitoraggio avvenne dall’aria, a bordo di un Boeing RC-135 dell’aeronautica militare statunitense inviato dalla base aerea di Shemya nelle isole Aleutine. Si trattava di un fratello del Boeing 747 civile, al quale assomiglia notevolmente. A un certo punto l’aereo civile fu erroneamente identificato come l’aereo spia. I jet da combattimento sovietici decollarono ma non riuscirono a raggiungere l’aereo prima che sorvolasse le acque internazionali. Tuttavia, il jet entrò di nuovo nello spazio aereo sovietico, questa volta sorvolando l’isola di Sakhalin.

ll volo 007 non rispose alle chiamate radio e non individuò i colpi di avvertimento sparati dai jet sovietici. Quando l’aereo coreano salì a un’altitudine maggiore, i piloti russi lo interpretarono come un tentativo di fuga. Ricevuto l’ordine di far atterrare l’aereo, spararono due missili aria-aria contro il Boeing. La detonazione non distrusse immediatamente il velivolo ma causò danni significativi, con conseguente perdita di controllo nella cabina di pilotaggio. L’aereo rimase in aria per diversi minuti prima di iniziare una serie di lente spirali discendenti. Si schiantò nell’oceano attorno all’isola di Moneron, al largo della punta meridionale di Sachalin. Tutti i 269 passeggeri morirono assieme ai 23 membri dell’equipaggio. Tra loro c’era Larry McDonald, membro democratico della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, in viaggio verso Seul per il 30° anniversario del Trattato di mutua difesa con gli Usa.
Quello che avvenne immediatamente dopo avrebbe potuto far chiudere nel peggiore dei modi i conti della Guerra Fredda. La tragedia e l’attacco erano lì, serviti su un piatto d’argento. Secondo la testimonianza russa, gli osservatori inizialmente credevano che l’obiettivo fosse un aereo cisterna KC-135 per rifornimento in volo all’RC-135. Questa interpretazione ha anche portato alla classificazione errata dell’obiettivo come “militare”, un presupposto che non è mai stato adeguatamente riconsiderato. Il 2 settembre Ronald Reagan rilasciò personalmente una dichiarazione in cui, oltre a condannare “l’atto barbaro commesso ieri dal regime sovietico contro un aereo di linea commerciale“, parlò in termini generali del fatto che “l’Unione Sovietica è disposta a promuovere i propri interessi attraverso la violenza e l’intimidazione“. A Mosca, si affermava, invece, che nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre un aereo di nazionalità non identificata aveva violato il confine sovietico e si era intromesso nello spazio aereo dell’Unione Sovietica. Alle ore 20:00 del 5 settembre Reagan tenne un discorso alla televisione americana dalla Casa Bianca, rivolgendosi alla nazione in merito all’incidente e alle “misure di risposta” americane contro l’URSS.
Inutile dire che il ricorso alle Nazioni Unite non servì a nulla, sebbe gli Usa avessero scelto di portare al Consiglio di Sicurezza una registrazione delle comunicazioni sovietiche. Reagan sfruttò al massimo l’accaduto, pregustando la spallata al regime sovietico, nonostante presso il suo establishment strisciasse la convinzione che si fosse trattato davvero di un errore fatale, e non di un attacco deliberato.
Mosca era sulla difensiva. I funzionari sovietici appresero di aver abbattuto un aereo di linea civile solo quando emersero i resoconti dei media sulla scomparsa del 747 coreano. Brezhnev era morto un anno prima e il suo successore, Yuri Andropov, proseguiva la schiera di gerontocrati malaticci. Qualche giorno dopo il Segretario di Stato americano George Schultz e il Ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko avrebbero dovuto tenere un incontro ad alto livello in Spagna, l’8 settembre. Bisognava salvare il salvabile: il vice ministro degli Esteri Georgy Kornienko raccomandò a Gromyko di fornire l’esatto svolgimento dei fatti, ammettendo l’errore di valutazione: questo avrebbe permesso anche di condividere le responsabilità con Washington. Questa opzione avrebbe però scontentato il Politburo: ammettere l’errore sarebbe equivalso alla catastrofe. E poi mancavano le prove: meglio nicchiare. Così, il povero Andropov venne spedito in un “ritiro medico in Crimea”. Il 12 settembre, l’Unione Sovietica usò il suo veto per bloccare una risoluzione delle Nazioni Unite che la condannava per l’abbattimento dell’aereo.
L’11 settembre 1992, Boris Eltsin riconobbe ufficialmente l’esistenza delle prove della tragedia e promise di fornire al governo sudcoreano una trascrizione del contenuto dei registratori di volo trovati nei file del KGB. Il dramma di quell’anno produsse numerosi corollari ma il più importante, forse, fu quello che indusse Reagan ad accelerare la tempistica per l’uso civile del GPS. Gli Stati Uniti avevano già lanciato in orbita quasi una dozzina di satelliti che avrebbero potuto aiutare a localizzare i loro velivoli. Ma l’uso del sistema era limitato. Ci sono voluti più di 10 miliardi di dollari e più di 10 anni perché la seconda versione del sistema GPS degli Stati Uniti fosse completamente fruibile. Nel 1995, come promesso, diventò disponibile per le aziende private compiendo una vera rivoluzione.

