Spiare e pedinare possibili traditori, orecchiare potenziali trame destabilizzative e prevenire verosimili congiure. Spiare è un dovere dettato dalla raison d’Etat, un obbligo dal quale dipende la sopravvivenza dell’ordine costituito e, soprattutto, non è per tutti. Perché lo spionaggio è un’arte e servono delle doti fuori dal comune per trasformare un tallonamento e/o un camuffamento in un capolavoro dell’inganno.

Quando, dove e come l’arte dello spionaggio sia nata è materia di dibattito tra gli storici, ma alcune fonti sopravvissute all’erosione del tempo e alla distruzione dell’Uomo sembrano indicare in Costantinopoli la sua patria e nell’epoca del grande smottamento, ovvero le invasioni barbariche, la sua ragione fondante.

L’ufficio dei barbari

Non è conosciuta la data esatta della fondazione dei servizi segreti bizantini, ma un primo riscontro si trova nel Notitia dignitatum et administrationum omnium tam civilium quam militarium, un documento redatto alla vigilia o ai primordi del regno di Valentiniano III d’Occidente, cioè fra il 400 e il 425. L’agenzia di spionaggio della Città d’Oro, nota come l’Ufficio dei barbari (Scrinium barbarorum), nacque con l’obiettivo di raccogliere informazioni sui cosiddetti barbari, ovvero quei popoli indoeuropei che premevano crescentemente ai bordi dell’impero e che qualche decennio più tardi avrebbero provocato la caduta di Roma e la fine di un’era.

L’Ufficio dei barbari rispondeva al magister officiorum, la figura deputata alla gestione della macchina burocratica imperiale, era diviso in quattro segretariati addetti alla supervisione delle attività spionistiche nelle diocesi di Asia, Ponto, Oriente e Tracia, e reggeva sull’operato di corrieri imperiali (agentes in rebus) convertitibili all’occasione in diplomatici e agenti segreti e che venivano inviati nelle estremità periferiche dell’impero.

I corrieri imperiali, questi James Bond ante litteram, avevano i compiti di studiare i popoli barbari a trecentosessanta gradi – chi erano, da dove venivano, che cosa cercavano, in cosa credevano, da chi erano guidati, che lingua parlavano – e di monitorarne i movimenti dentro e fuori l’impero. Le orde selvagge provenienti dalla valle dell’Indo, da Turan e da altre terre localizzate nelle meandri dell’Asia inoltrata, andavano analizzate scrupolosamente per la messa in sicurezza di Costantinopoli e, non meno importante, per permettere all’imperatore di intavolare e intrattenere rapporti diplomatici con i loro condottieri.

Pietro, la prima spia

Tra i documenti che sono sopravvissuti all’erosione del tempo e alla distruzione dell’Uomo, permettendo agli studiosi di scoprire la storia dell’Ufficio dei barbari, ve n’è uno che risalta in maniera particolare. In quel documento, invero, viene fatto il nome di un uomo, Pietro, denominato il “protospatario responsabile dei barbari” (α’σπαθάριος καὶ ἐπί τῶν βαρβάρων) e vissuto nel nono secolo.

L’attestazione su questo Pietro, il bizantino senza volto che controllava tutti i barbari, è importante per una ragione: secondo alcuni storici sarebbe indicativa dell’avvenuta trasformazione dell’Ufficio dei barbari da un’entità delegata alla raccolta di informazioni sui popoli barbari ad una veridica agenzia di spionaggio – la prima del mondo: rispondente alla corona, dotata di un direttore, in possesso di una struttura definita e centralizzata, guidata da una missione precisa e con un proprio corpo di lavoratori.

La trasformazione dell’Ufficio dei barbari sarebbe corroborata anche da un altro fatto: è noto che gli agentes in rebus fossero divenuti dei veri e propri agenti segreti già nell’ottavo secolo, poiché impegnati in attività che, oggi, rientrebbero nella categoria dell’intelligence: dalla collezione di notizie spendibili in guerra al reperimento di informazioni impiegabili a scopo ricattatorio in sede negoziale.

La storia avrebbe dato ragione ai bizantini: Costantinopoli sarebbe caduta nel 1453, primariamente per i tradimenti degli alleati europei e per una forma di demenza senile piuttosto grave – si discuteva del sesso degli angeli mentre le mura cittadine venivano bombardate da Maometto II –, mentre Roma non avrebbe visto il VI secolo. E il merito della resistenza della Città d’Oro alle orde barbariche, più che degli imperatori, fu dell’ignoto Pietro e delle sue spie.

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