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L’odore di un rifugio in cemento armato colmo di sconfitta e paura doveva essere nauseante. L’aria che si respirava doveva farsi di giorno in giorno più pesante. Stretti come topi nelle viscere della terra e nelle proprie, i vertici del Terzo Reich che aveva conquistato l’intera Europa pativano dall’approssimarsi dell’inevitabile.

Alcuni volevano fuggire, altri volevano restare. Altri ancora, non potevano scegliere. Come nell’epilogo di un tragico romanzo, ovunque lo spettro della morte aleggiava. Il Führerbunker, in possente calcestruzzo, posto a 8 metri di profondità sotto al giardino della Cancelleria del Reich, era scosso dai colpi dell’artiglieria sovietica che martellava incessante la superficie. Tutto intorno gli stivali dei soldati della’Armata Rossa che, strada per strada, palazzo dopo palazzo, tra i cumuli di macerie che seppellivano i corpi straziati dalle esplosioni, calpestavano il terreno nella loro irrefrenabile avanzatata. Era la completa disfatta, la caduta, la fine che era arrivata a Berlino, inesorabile, e bussava a colpi di cannonate su quel cemento armato.

Mentre i perimetri difensivi tenuti da formazioni di giovanissimi della Gioventù hitleriana, di meno giovani e vecchi appartenenti al Volkssturm, la milizia popolare nazista, cadevano uno dopo l’altro; e le munizioni delle temili armi anticarro Panzerfaust terminavano, una qualsiasi resistenza diventava non solo inutile, ma inconcepibile; nella penombra del bunker illuminato dalla luce fioca delle candele, e dalla luce di un gruppo elettrogeno che andava e veniva, assecondando le cannonate, Adolf Hitler, respirava un’aria di umidità e fetore. Chi ha cercato di raccontare quel giorno, ha parlato di resti del pranzo e berretti degli ufficiali abbandonati a terra, o caduti per l’esplosione dell’ennesima bomba aeronautica arrivata abbastanza vicina. Di camici da infermiere e uniformi piene di spille e onorificenze dell’ultimo minuto. Di fiale di cianuro distribuite come indispensabile manufatto al termine di un macabro rituale.

La bava alla bocca, in qualche sala d’anticamera riscuoteva il disgusto ha scelto di rimandare fino all’ultimo istante. Morire per timore di essere presi vivi non dev’essere stato un bel pensiero. Fare i conti con se stessi purché non farli con i russi: “le belve“, “le bestie” come le reputavano gli ultimi difensori del Reich accecati dall’onore e dalla fedeltà; i Leoni morti di Saint-Paulien, i superstiti della Divisione SS “Charlemagne”, e i Sognatori con l’elmetto di De La Mazière che si erano uniti alla resistenza disperata un’armata senza munizioni, senza benzina, senza uomini.

Un giovanissimo soldato tedesco stringe la mano al ministro della Propaganda nella prima vera del 1945.

Una pistola sulla scrivania

È in questo scenario infernale che una pistola automatica estremamente corta che diverrà nota al mondo non certo per merito di Hitler, ma per i romanzi di uno scrittore che combatteva con l’intelletto dall’altra parte delle linee, viene estratta da una fondina che forse non era mai stata usata prima. Poggiata sulla scrivania, la pistola attenderà. Si racconta che mentre qualcuno faceva sesso per l’ultima volta, in altre stanze, senza pudore, come immaginerebbe una grottesca trama di De Sade, qualcuno altrove, stava accarezzando la fronte dei propri figli. Era Magda Göbbels, la moglie del ministro della Propaganda nazista, che di fronte ai figli, così piccoli, così biondi, così innocenti, pensava alla dose di morfina da iniettare a ciascuno per farli cadere in un sonno irreversibile. Il preludio di una morte più dolce ma egualmente spietata.

Alle tre del pomeriggio dell’ultimo giorno dell’aprile del 1945. Nel sesto anno di guerra che la Germania a scatenato nel mondo. Hitler si dice abbia iniziato dal suo cane lupo, Blondi, che giaceva sul pavimento con le zampe distese su un tappeto lurido. Morto, con una fiala di cianuro imboccata e rotta tra le fauci per il volere del suo stesso padrone, Blondi servì come un test d’efficacia. Dopo verrà la moglie del führer, Eva Braun, da poco divenuta Eva Hilter. La novella sposa verrà trovata morta con una smorfia inumana sul volto.

È stato allora che la piccola pistola Walter PPK, un tipo di arma assegnata agli ufficiali, che deve aver eseguito decine di migliaia di esecuzioni lungo tutto il Fronte orientale, è stata usata. Raggiunta da una mano tremolante, il carrello tirato, il cane fissato giù. Pronta all’uso.

Certi istanti della storia siamo abituati a immaginarli dilatati. Vortici di pensieri, di ricordi, di colpe mostruose ed errori con conseguenza fuori ogni immaginazione. Nell’oscena banalità di un male enorme che in principio non appariva come tale, giunge il peso del gesto necessario. Fuori ancora colpi d’artiglieria che cadono sulle teste della gioventù hilteriana. Bambini armati di panzerfaust che indossavano elmetti ridicolmente grandi. Che dondolavano a ogni bordata invece di restare saldi come sulle teste degli uomini.

La fiala di cianuro ficcata in bocca si romperà qualche millesimo di secondo prima dello sparo. Allora la mano tremolante di un vecchio consunto e imbottito di droghe cesserà di tremare. La guerra è stata persa. La bocca della canna che poggiava sulla tempia destra ha sputato il suo unico colpo, e il singolo colpo ha attraversa il cranio. Adolf Hitler è morto. Verrà visto giacere nel suo sangue, sul pavimento del bunker. Nel testamento farneticante dettato il giorno precedente alla sua segretaria personale, fräulein Junge, ha lasciato detto di bruciare il suo corpo smagrito e malato, stravolto dalla cocaina e degli oppiacei, avvolto da un abito grigio consunto, con la piccola Croce di ferro risalente all’eroismo della Prima guerra mondiale appuntata sul petto. Pare che i suoi celebri baffi, invece, quelli pare fossero stati accorciati di fresco, come in una consueta routine mattutina.

Hitler deva aver sempre covato la paura che i sovietici potessero farlo a pezzi, scuoiarlo e appenderlo come un trofeo di caccia. Del resto, lo stesso destino toccò a Benito Mussolini in Italia.

Qui le versioni iniziano però a farsi discordanti. C’è chi sosterrà sia stata tutta una messa in scena. Chi invece certifica che il Führer venne accontentato dal capo della Gestapo, Heinrich Müller, che avrebbe bruciato i suoi resti con l’aiuto dello staff medico. Il corpo, cosparso di benzina nel giardino della Cancelleria insieme a quello di Eva Braun, venne dato alle fiamme come un rifiuto. I resti parzialmente carbonizzati, si dice furono ritrovati e identificati la mattina di due giorni dopo dagli uomini dell’Smersč, il controspionaggio sovietico che li avrebbe custoditi per buona parte della Guerra fredda. Ma le prove non sono mai state mostrate.

Un soldato dell’Armata Rossa nel bunker di Hitler.

L’epilogo della banalità del male

Mentre il nuovo cancelliere, il grandammiraglio Karl Dönitz apprendeva di essere divenuto il nuovo fürher della Germania. Mentre il capo delle SS, il Reichsführer Heinrich Himmler decideva di rinunciare ai suoi di baffi e ai suoi inseparabili e tondi occhiali da vista, dimostrando come il più temibile e feroce aguzzino del Nazismo non fosse altro che un uomo anonimo, senza indosso la divisa nera e la testa dimoro sul berretto, per tentare di fuggire senza successo e sotto falsa identità in Svizzera (verrà catturato da una pattuglia inglese e ci vorrà quasi un mese prima che qualcuno lo riconosca). Mentre Rudolf Hess, ritenuto insano di mente per esser volato sulla Scozia e già prigioniero in Inghilterra da due anni. Mentre il corpo di Joseph Göbbels giaceva in silenzio accanto a quello dei suoi sei figli e di sua moglie. Martin Bormann e Hermann Göring discutevano come bambini su chi dovesse prendere il comando e contrattare la “resa con gli americani” al cospetto di testimoni sgomenti.

Moriranno entrambi, uno quello stesso giorno, a causa di una scheggia di metallo che gli recise la gola mentre fuggiva dal Führerbunker. L’altro a Norimberga, nella sua cella. Affogato dal cianuro dopo un spettacolino inscenato davanti al tribunale militare internazionale che lo ritenne colpevole di ogni genere crimine di guerra perpetrato dal regime nazista. E che per questo intende giustiziarlo per impiccagione. Pretendeva di essere fucilato.

I pochi che riusciranno sfuggire agli alleati, nascosti sugli U–boot fantasma diretti in America Latina o scappati tramite la “Rat Line“, verrano rintracciati dalla Wiesenthal e poi braccati dal Mossad, come vendetta per la “Soluzione finale” che avevano ideato e perpetrato.

Questo è, seppure non è tutto, l’epilogo degli artefici di quella che la sociologa americana Hannah Arendt riassunse con la nota espressione “La banalità del male“. E la fine, tra tutte, dell’uomo che ottenne il potere in Germania con la forza delle sue parole; che scatenò la guerra totale provocando cinquanta milioni di morti; che conquistò forse più terre di Carlo Magno e Napoleone; che pianificò il folle e scellerato sterminio della razza ebraica. La fine data da una piccola pallottola calibro 7,65 che attraversò la mente e la testa, impregnando un divano e una la moquette di sangue, fuoriuscito denso e copioso. La fine in un istante quasi banale.

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