Sarà infine l’Alaska la terra che ospiterà l’attesissimo primo incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump il prossimo 15 agosto, nella speranza di giungere, forse, all’avvio di vere trattative per la pace in Ucraina. Un incontro che, ancora prima di avvenire, è già storico, dato che sarà la prima volta che il Presidente russo incontrerà il suo omologo americano dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, nonostante le divergenze e le tensioni.
Tra i punti più critici, già contestati pubblicamente da Volodymyr Zelensky, la concessione territoriale delle aree occupate dall’esercito russo, la possibile definizione di nuovi confini nell’Ucraina orientale, oltre alle garanzie per una pace duratura. Elementi problematici su cui, fino a questo momento, non si è mai riusciti a trovare un punto d’incontro nei summit precedenti, estendendo sempre di più un conflitto che è giunto al suo terzo anno dal febbraio del 2022, oltre alle pregresse tensioni presenti già dal 2014.
Alaska: la Russia che divenne americana nel 1867
Proprio la scelta dell’Alaska ha sorpreso i più, dopo che in un primo momento si era parlato dell’Italia, con una possibile scelta di Roma, forse anche grazie all’intermediazione del Papa. Tuttavia, considerando il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale che ricade su Putin, e che l’Italia è un Paese alleato dell’Ucraina e di Zelensky, secondo la prospettiva russa sarebbe stata una scelta troppo sbilanciata e non sicura. Mentre viceversa l’Alaska, il più grande, ma anche il più disabitato degli Stati Uniti d’America, sembra essere la scelta “perfetta”. Non solo perché proprio gli Stati Uniti non rispettano il mandato d’arresto internazionale, né per Benjamin Netanyahu, né per Vladimir Putin, ma anche per il peso simbolico, sia per la storia russa, che per quella americana, di questa terra così inospitale.
Un’estensione territoriale di ben 1.717.854 chilometri quadrati per il 47° Stato americano, e un richiamato che già dal nome è duplice. Oggi terra americana, l’Alaska è stata in realtà territorio dell’Impero russo fino al 30 marzo del 1867, quando lo zar Alessandro II decise di svenderla per una cifra esigua: appena 7,2 milioni di dollari di allora, ovvero 151 milioni di dollari al netto dell’inflazione nel 2022, inconsapevole delle immense risorse naturali, tra giacimenti di petrolio e gas naturale . “Aljaska”, con una pronuncia più dolce, in lingua russa, era il nome di quella terra vergine e incontaminata, abitata un tempo quasi solo da popolazioni native, con forti legami con la Siberia.
Del resto, ancora oggi, nell’immaginario russo proprio “Aljaska” è il nome di almeno un marchio di vodka, segnando una sorta di legame che permane, pur trattandosi ora di territorio americano. Un territorio che in una fase di transizione, sulle mappe dell’epoca era segnato proprio come “Russia Americana”. Fatto quasi assurdo sei visto con gli occhi di oggi, che mostra come i due Paesi storicamente nemici per tutto il corso del Novecento, fino ai giorni nostri, hanno in realtà un confine comune, e non solo il territorio europeo “conteso”, tra le reciproche sfere d’influenza.

Gli improbabili, ma cruciali legami tra Usa e Russia in Alaska: dal cane da slitta Balto, alla Seconda guerra mondiale
L’Alaska è anche il luogo in cui nel gennaio 1925, quando era già terra americana, scoppiò una terribile epidemia di difterite, che rischiò di decimare la popolazione infantile, a causa delle dure condizioni metereologiche e alla difficoltà nel reperire medicine salvavita. In quell’occasione, fu proprio l’antica sapienza delle popolazioni native, che da secoli si servivano di “cani lupo” da slitta, molto resistenti al freddo, per gli spostamenti, a essere cruciale. Furono infatti due spedizioni, quelle dei cani Balto e Togo – realmente esistiti – a trainare la slitta con l’antitossina che salvò dalla difterite l’intera popolazione. Un evento quasi “miracoloso”, che ha ispirato il famoso cartone animato Balto (1995) di Simon Wells, che rende omaggio agli Husky, razza canina originaria della Siberia, dove comunque, seppur appena percettibilmente, vi è un rischiamo “russo” nel personaggio dell’oca Boris.

In Alaska ci sono, e ci sono state soprattutto in passato, piccole comunità di russi e indigeni di fede ortodossa, di cui restano testimonianze nelle chiese con croce russa in cima, disseminate qui e là, oltre ai cimiteri. Una terra che fu fondamentale anche durante la Seconda guerra mondiale, dato che proprio da lì partiva anche la Alaska-Siberia Air Route (ALSIB), grazie a cui gli Usa consegnarono all’Unione sovietica circa 8000 aerei da combattimento tra il 1942 e il 1945, quando i due Paesi erano alleati, nemici delle potenze dell’Asse.

Una terra simbolo dei legami storici tanto improbabili, quanto significativi, tra due potenze in conflitto da decenni, che proprio per questo crea molte aspettative, nella speranza di vedere davvero, una risoluzione pacifica per l’Ucraina e non solo. Pur considerando l’imprevedibilità che Trump ha mostrato dall’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca, e d’altra parte, la chiusura quasi totale di Putin e della Russia verso l’intero Occidente, che creano presupporti molti incerti per questo incontro, si tratta di un primo riavvicinamento. Un incontro in Alaska, vista un po’ come la “nuova Jalta”, che traccia una strada possibile.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

