Carri armati per strada, blindati piazzati in molti angoli e militari a presidiare le zone più nevralgiche. Mosca il 19 agosto 1991 si sveglia così, con gli abitanti che intuiscono la gravità della situazione. In tanti vanno a lavoro ritrovandosi bloccati in un traffico inusuale, formato più da mezzi militari che da autobus e automobili. È questo il segno di un imminente cambiamento. I primi telegiornali del mattino chiariscono in modo inequivocabile cosa sta accadendo. I giornalisti leggono un comunicato in cui si sancisce la deposizione di Michail Gorbacev. Il potere in Unione Sovietica passa a un comitato di emergenza. Il mondo inizia a tremare, Mosca si prepara a duri giorni di battaglia urbana.

L’annuncio della deposizione di Gorbacev

L’estate del 1991 non è tra le più semplici per l’intera Unione Sovietica. L’economia è bloccata, il potere d’acquisto delle famiglie ridotto all’essenziale, a livello politico Mosca ha oramai perso il ruolo di superpotenza. Gli abitanti della capitale però si preparano a un importante evento previsto per il 20 agosto: la firma di un nuovo documento federale dell’Urss, un ultimo tentativo di mantenere in vita la federazione. Artefice della svolta è Michail Gorbacev, al timone del Cremlino da sei anni e protagonista delle controverse riforme della cosiddetta “perestrojka“. Per i suoi detrattori, la firma del nuovo documento rappresenta la fine dell’Unione Sovietica. L’unico modo per fermare tutto è attuare un vero e proprio golpe. Un progetto portato avanti da alcuni esponenti di spicco del governo, tra cui il vice di Gorbacev, Gennadij Janaev, e il primo ministro Boris Pugo. Sono loro, assieme ad altri sei membri di un improvvisato comitato di emergenza, a redigere i comunicati letti poi di primo mattino in televisione.

Per la verità la prima novità arriva quando i russi stanno ancora dormendo. É infatti delle 3:20 il primo lancio dell’agenzia Tass, secondo cui Michael Gorbacev è destituito dalle sue funzioni per problemi di salute, con il potere passato nelle mani di Janaev. Il comunicato integrale viene poi letto in Tv alle 6:00: “Data l’impossibilità per motivi di salute dell’adempimento – si legge nei primi passaggi del documento – da parte di Gorbačëv Michail Sergeevič, delle funzioni di Presidente dell’URSS e il trasferimento, ai sensi dell’articolo 127/7 della Costituzione dell’URSS, dei poteri del Presidente dell’URSS al vicepresidente dell’URSS Janaev Gennadij Ivanovič”. Viene inoltre sancito lo stato d’emergenza e vengono inviati per strada blindati e mezzi militari verso i palazzi del potere. Inizialmente la reazione dei moscoviti è tranquilla. La vita sembra andare avanti senza grandi problemi. Ben presto però iniziano ad emergere perplessità sui motivi ufficiali riguardanti la deposizione di Gorbacev.

L’arrivo a Mosca di Boris Eltsin

A metà mattinata soltanto l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Muhammar Gheddafi inviano telegrammi di congratulazioni al nuovo presidente Janaev. All’estero nessuno riconosce la nuova giunta al potere. Una credibilità minima testimoniata anche dalle reazioni interne. Nessuno a Mosca sembra convinto dell’avvento di un cambio al vertice.

In una dacia poco fuori la capitale intanto, qualcosa contro il colpo di Stato inizia a muoversi. Boris Eltsin, presidente della Repubblica di Russia, invita alcuni suoi collaboratori all’interno della sua abitazione dopo la lettura del comunicato golpista. Viene deciso di non collaborare con il comitato di emergenza e di denunciare il tentativo di estromissione di Gorbacev. Alle 9 Eltsin raggiunge il centro di Mosca e si reca alla Casa Bianca, sede del parlamento russo. A quel punto la spaccatura tra i golpisti e il governo della Russia è evidente. Anni dopo alcuni documenti rivelano gli ordini di arresto emanati contro Eltsin, mai eseguiti però dalle forze speciali.

Il presidente russo è quindi libero di muoversi. Con lui, nei pressi della Casa Bianca, si schierano diversi cittadini. Ora dopo ora a Mosca il malcontento contro il colpo di Stato è sempre più evidente. A metà mattinata viene diffuso un video in cui Eltsin è in strada assieme a dei manifestanti. Lui stesso sale su un carro armato leggendo un documento in cui si condanna il golpe e chiede alle forze di sicurezza di non proseguire con i propositi di estromissione di Gorbacev. Quest’ultimo segue gli eventi dalla sua dacia in Crimea. Qui il giorno precedente è raggiunto da alcuni cospiratori che lo invitano alle dimissioni. Lui rifiuta, ma nel frattempo il Kgb stacca ogni comunicazione diretta tra la sua abitazione e il Cremlino. Il caos a Mosca cresce quando Eltsin invita tutti a seguire le leggi e le disposizioni della repubblica russa e non del comitato che in quel momento regge l’Urss. Al suo fianco prende posizione anche il patriarca di Mosca, Alessio II.

Da Washington il presidente George Bush invita il comitato di emergenza a ridare immediatamente il potere a Gorbacev. Nel primo pomeriggio attorno il parlamento russo si raduna una folla di sostenitori di Eltsin, i quali erigono delle barricate a protezione della zona della Casa Bianca.

L’epilogo del golpe

Alle 16:00 di quel 19 agosto viene dato l’ordine a Boris Eltsin di evacuare la Casa Bianca. Ma oramai lo scontro è evidente. Soltanto alle 17:00 il comitato di emergenza organizza una conferenza stampa per spiegare la situazione. Tuttavia emergono ambiguità sulle reali intenzioni dei golpisti. Janaev augura a Gorbacev di poter ritornare preso in servizio, le pressioni interne e internazionali hanno forse fatto ammorbidire le posizioni del comitato verso il leader sovietico. Questa indecisione pesa sulle reali chance di successo del colpo di Stato. A Mosca intanto si teme un’incursione militare contro la Casa Bianca. Per i successivi due giorni gli abitanti della capitale e dell’intero Paese trattengono il fiato. Tutto rientra il 21 agosto, quando Gorbacev rientra in città. Il golpe fallisce e il comando dell’Urss non cambia. Ma per la federazione nata nel 1917 si tratta del canto del cigno. Pochi mesi dopo la bandiera rossa dal Cremlino verrà ammainata per sempre.