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Storia

27 gennaio 1944, Leningrado torna libera dopo tre anni di assedio nazista

In tre anni di assedio e bombardamenti tedeschi, a Leningrado morirono più di 600 mila persone. Ma la città non cadde.
Leningrado

“Ritornata dall’abisso della morte/Leningrado si saluta”. Anna Achmatova

Il 27 gennaio, come purtroppo nessuno si premura di ricordare, non è solo l’anniversario della liberazione di Auschwitz. È anche l’anniversario della fine dell’assedio di Leningrado, che le truppe tedesche dell’Heeresgruppe Nord (16° Armata, 18° Armata e Panzergruppe 4) comandato dal generale Ritter von Leeb avevano posto a partire dal 30 agosto del 1941, raggiungendo il fiume Neva e interrompendo i collegamenti della città con il resto dell’Unione Sovietica. La città era uno degli obiettivi privilegiati dell’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Urss da parte delle potenze dell’Asse lanciata da Adolf Hitler il 22 giugno dello stesso 1941. Le ragioni sono facili da intuire: Leningrado (tornata San Pietroburgo nel 1991) era un grande porto, un centro fondamentale per il commercio sul Mar Baltico, una piazzaforte militare (con la vicina base navale di Kronstadt) e un potente centro industriale, con 520 stabilimenti (molti dedicati alla produzione di carri armati e mezzi pesanti) e quasi 800 mila operai.

Quando si avvicinarono alla città, i tedeschi pensavano a un attacco frontale e a una conquista nell’arco di poche settimane. Incontrarono una resistenza inattesa, che inchiodò quasi un milione di soldati nazisti di fronte alle difese che erano state approntate da personaggi che divennero, non necessariamente in senso positivo, quasi mitici nella storia della guerra e poi in quella dell’Urss. Il commissario politico Andrej Zhdanov, che divenne poi secondo segretario del Pcus e, soprattutto, teorico del realismo socialista e massimo interprete dello stalinismo nella cultura. Il maresciallo Kliment Voroshilov, già ministro della Difesa (1925-1940), poi vice-primo ministro e per 34 anni consecutivi membro del Politburo. Il maresciallo Georgyj Zhukov, l’uomo che guiderà la presa di Berlino nel 1945, ministro della Difesa dell’Urss dal 1955 al 1957.

Nutrirsi di topi e carogne

Vedendo avvicinarsi i tedeschi, i tre fecero evacuare verso Est i macchinari delle industrie più importanti insieme con i loro tecnici, tenendo in città solo le fabbriche di armi; fecero costruire barriere e fortificazioni, approntarono riserve di viveri, secondo un piano che fin dall’inizio prevedeva una lunga resistenza prima dell’arrivo di qualunque soccorso. Nondimeno l’assedio fu spaventoso. I depositi di viveri furono ben presto distrutti e la popolazione fu costretta a nutrirsi di qualunque cosa trovasse, topi, carogne di animali, paglia, erba. E non mancarono gli episodi di cannibalismo. Dmitrij Likhacev, esponente di una delle famiglie storiche di San Pietroburgo, accademico, intellettuale di enorme importanza e specialista della cultura medievale russa, che visse per intero gli anni dell’assedio, in pagine strazianti del suo libro La mia Russia ha raccontato il dolore delle madri che dovevano decidere quale dei loro figli dovesse essere lasciato a morire di fame, non essendo possibile nutrirli tutti.

L’anno più terribile fu il 1942: ci furono 254 giorni di bombardamenti su 365 e nell’inverno 1942-1943 si contarono 10 mila morti al giorno, di bombe e di fame. Intanto, di fronte alla resistenza dei russi, Hitler, che aveva silurato il feldmaresciallo Von Leeb, il feldmaresciallo Karl Rudolf Gerd von Rundstedt e una trentina di generali, si compiacque di quella carica di violenza al punto da far stampare gli inviti per una grande festa destinata a celebrare la caduta di Leningrado.

La breccia sul Ladoga

Fu proprio quell’inverno allucinante, però, a far segnare i primi punti a favore dell’Armata Rossa. Un contrattacco russo riuscì ad aprire un varco a Sud del Lago Ladoga, anche contro l’opposizione dei finlandesi e a dispetto dei MAS forniti dall’Italia di Mussolini. In. più, con il ghiacciare del lago, i russi riuscirono ad aprire la Via della Vita, una sottile pista, sempre minacciata dagli aerei tedeschi, attraverso cui cominciarono ad affluire i primi rifornimenti in città.

Finché, nel dicembre del 1943, Stalin mandò all’attacco quasi 400 mila uomini (con 15 mila cannoni e 1.200 carri armati) contro meno di 200 mila tedeschi (con 4.500 cannoni e 200 carri armati) ormai logorati dal lungo impegno. Il 27 gennaio successivo, Leningrado tornava libera. E abbastanza incredibilmente, dopo tre anni di bombe e sparatorie, l’evento fu festeggiato con grandi salve di fuochi artificiali.  

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