Il pomeriggio non passa mai. Ho raggiunto l’Ingegnere, che era stato il numero quattro nella gerarchia operativa della centrale di Chernobyl, perché nessuno dei suoi superiori, a partire da Viktor Brjukhanov, primo e unico direttore della centrale fino al 1986, ha accettato di incontrarmi. L’Ingegnere ora vive in questa sperduta località a Nord di Mosca, accanto alla figlia, anche lei impiegata presso una centrale atomica. Anche se “vive” è una parola grossa. Da ore mi mostra carte, grafici, schemi tecnici di cui non capisco nulla, e soprattutto parla, parla senza interruzione, per cercare di spiegare che dell’esplosione del reattore numero 4, avvenuta all’1,23 del 26 aprile 1986 durante un test di sicurezza maldestramente eseguito, lui non ha alcuna colpa. Che ha solo eseguito le direttive dei capi. Che… È un pomeriggio sprofondato nell’ossessione di un uomo che, nel giro di poche ore e due esplosioni, era passato dal ruolo di tecnico-burocrate privilegiato a quello di capro espiatorio di una dirigenza politica (Michail Gorbaciov era diventato segretario generale del Pcus solo l’anno prima) che provò a negare il disastro, paria, colpevole, incompetente, degenerato. Una mente sconvolta che si era autoesiliata in un posto dimenticato dagli uomini, se non anche da Dio, per poter rimuginare in solitudine sulle proprie disgrazie e sulle ingiustizie subite.
Oggi ricorrono i 39 anni da quel disastro, il più grave incidente nucleare della storia, l’unico, con quella di Fukushima del 2011, a essere stato classificato al massimo livello della scala di catastroficità INES. Ed è facile prevedere che l’anno prossimo sarà un fiorire di ricordi, ricostruzioni e, in generale, meravigliose esibizioni del senno del poi. In questo più sommesso trentanovesimo, preferisco riportare alla luce alcune impressioni del tutto personali, e quindi contestabilissime. Eccole.
Una profezia sul futuro dell’Urss
La prima è questa. Molti dicono che la tragedia di Chernobyl fece cadere l’Urss. Non l’ho mai pensato. E infatti ci vollero anni, e la consunzione dell’esperimento gorbacioviano seguito con interesse dall’Occidente, prima che ciò avvenisse. È vero, invece, che quanto accaduto alla centrale mostrò che quel sistema di potere e di organizzazione sociale non poteva più reggere: il mix di trascuratezza e incompetenza, di autoritarismo usato al posto del senso di responsabilità (i dirigenti della centrale coi sottoposti, i politici coi tecnici), di imprevidenza prima e menzogna dopo (per quasi due giorni le autorità sovietiche negarono di fronte al mondo), era la più chiara dimostrazione che il colosso sovietico aveva gambe di una ormai friabilissima argilla. Basti pensare che tra il 1971 e il 1981 la centrale aveva sofferto 29 avarie, 8 delle quali per errori del personale. E che un problema simile a quello fatale a Chernobyl si era già verificato in un’altra centrale nucleare sovietica, quella di Ignalina in Lituania, senza che se ne fosse minimamente tenuto conto. In un certo senso, Chernobyl dimostrava che la neonata perestrojka era comunque destinata a fallire: il sistema sovietico non poteva essere riformato, poteva solo essere eliminato. Non è mai stato di moda dirlo ma aveva ragione Boris Eltsin.
La seconda impressione: lo straordinario spirito di sacrificio, fino all’eroismo, dei cittadini sovietici. prima di incontrare l’Ingegnere era stato due volte a Chernobyl, affrontando tutte le misure di sicurezza ancora previste contro le radiazioni. e ci sarei stato altre due volte. Chernobyl, come ormai tutti sanno, è il realtà il nome della cittadina a una ventina di chilometri dalla centrale, che sorge invece tuttora in un piccolo centro chiamato Pripjat’, dal nome del fiume che vi scorre. Un tipico insediamento industriale sovietico: la centrale qui, poco più in là le case dei tecnici, la scuola, l’asilo, il parco giochi, la mensa… Non ci voleva molto per immaginare lo spavento delle famiglie, sicuramente avvertite dai familiari impiegati nella centrale, O il terrore dei bambini al suono delle esplosioni (ce ne furono cinque in totale). E il panico generale all’evacuazione finalmente decisa dopo quasi ventiquattr’ore dall’incidente.
Chi non perse la testa e perse la vita
In quel quadro, appunto, ci fu chi non perse la testa e per questo finì per perdere la vita. È stato calcolato che tra 600 e 800 mila persone, i cosiddetti “liquidatori”, abbiano nel tempo partecipato ai lavori per bloccare l’emergenza o mettervi riparo e che circa 10 mila di loro siano morte per le dirette conseguenze delle radiazioni. Ci furono storie meravigliose e tragiche al tempo stesso. Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, due giovani tecnici, provarono a contestare la conduzione del test da parte del dirigente Anatoly Djatlov, ma furono minacciati di. licenziamento. furono loro, però, ad andare ad aprire le valvole per immettere nel reattore l’acqua che avrebbe dovuto raffreddarlo, senza tute protettive o altre precauzioni. Morirono due settimane dopo.
Al momento della prima esplosione, nella caserma dei pompieri di Pripjat’, a 500 metri dalla centrale, era di turno un giovane tenente di nome Vladimir Pravik che, senza esitare, guidò i suoi uomini sul tetto della centrale per spegnere le fiamme. Fu raggiunto un’ora dopo da un altro tenente dei pompieri, Viktor Kibenok, arrivato con il suo reparto da Chernobyl. Lavorarono tutti per ore, per spegnere le fiamme, tra i detriti radioattivi. Loro non lo sapevano ma erano condannati: dopo quattro minuti avevano già assorbito un livello di radiazioni fatale. Morirono tutti nel giro di qualche settimana. E mentre loro vomitavano e si accasciavano al suolo, e dal buco sul tetto della centrale continuavano a uscire vapori letali, il comando dei vigili del fuoco di Kiev dichiarava ufficialmente che l’emergenza era terminata.
Una tipica storia russa (pensiamo alla seconda guerra mondiale e ai 25 milioni di morti), insomma, in cui la resilienza della gente e il senso di patria si offrono di sopperire alle incertezze e alle ipocrisie dei vertici. Noi sorridiamo su queste cose, ci sentiamo superiori. E magari, chissà, lo siamo. Ma non è detto che basti. La guerra in Ucraina dovrebbe avercelo insegnato.
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