“Il 4 gennaio 1951 una forte esplosione devastò la sinagoga Masouda Shem-Tov, nel cuore di Baghdad. ‘La sinagoga è stata bombardata da una casa vicina. Sono riuscito a fuggire con il resto della folla, circa 600-700 persone che sono fuggite in preda al panico’, raccontò Ezra Naim, un ebreo emigrato dall’Iraq, a un giornalista del Davar un paio di settimane dopo. La voce che circolava all’epoca tra gli ebrei di Baghdad era che degli emissari di Israele avessero lanciato la granata nella sinagoga. ‘Lo avevo sentito dire anche da poliziotti e funzionari governativi’, ha detto Naim. ‘Molti ebrei di Baghdad e di altre città sono (ora) chiusi nelle loro case, pregano molto e aspettano l’immigrazione'”.
“Il resoconto del 19 gennaio sul Davar fu sepolto in ultima pagina, quasi perso tra una miriade di altri articoli. Ma la possibilità che degli agenti israeliani avessero lanciato la granata nella sinagoga, uccidendo quattro persone e ferendone decine, nel corso degli anni ha fatto infuriare e tormentato molti immigrati dall’Iraq” in Israele.
“Sebbene le autorità irachene abbiano arrestato tre attivisti sionisti in seguito all’attacco, due dei quali furono giustiziati, lo Stato di Israele ha a lungo negato qualsiasi coinvolgimento nell’attentato, così come in altri quattro attacchi contro la comunità ebraica di Baghdad avvenuti tra il 1950 e il 1951”. Così Nirit Anderman su Haaretz del novembre scorso.
Gli ebrei di Baghdad non furono convinti da tali smentite continua la Anderman. “Anche dopo il loro arrivo in Israele, molti di essi sostennero per decenni che i responsabili di questa esplosione – un evento considerato il catalizzatore della grande ondata di immigrazione ebraica irachena in Israele durante l’Operazione Ezra e Neemia degli anni ’50 – fossero emissari dell’establishment israeliano piuttosto che dei nemici della comunità”.
“Israele avrebbe potuto facilmente dissipare la nebbia che circondava la querelle su chi avesse lanciato quella granata pubblicando le conclusioni delle inchieste ufficiali sull’attentato. Invece, si è rifiutato di rivelare le proprie conclusioni. A più di settant’anni da quell’esplosione, la controversia sull’identità dei colpevoli è stata ripresa in un nuovo documentario: ‘Baghdad Files’ della regista Avida Livni, proiettato all’Haifa Film Festival e successivamente trasmesso su Kan 11″.
Il documentario si fonda in gran parte sull’inchiesta del giornalista israeliano Baruch Nadel, ex membro del Lehi (milizia clandestina pre-statale), che parlò con gli ebrei rinchiusi nei campi di transito per i nuovi immigrati iracheni, documentandone il degrado e la destabilizzazione sociale e mentale dei poveretti che vi erano rinchiusi.
“Nel corso degli anni, Nadel tornò più volte a parlare con gli immigrati dall’Iraq, raccogliendo le loro testimonianze. Sempre più ex ebrei di Baghdad gli riferirono che dietro gli attacchi di Baghdad c’erano degli emissari israeliani e Nadel trascrisse fedelmente le loro testimonianze. Ma quando cercò pubblicarle si imbatté in dinieghi formali da parte delle agenzie governative”.
“Dieci anni dopo, quando un editore israeliano gli chiese di scrivere un libro sull’Operazione Ezra e Neemia, Nadel chiarì che avrebbe scritto che dietro gli attentati dinamitardi c’era Israele. Allarmato, l’editore ritirò l’offerta. Alla fine, Nadel espresse le sue convinzioni in un’intervista pubblicata dal periodico Bamaaracha nel 1977 […] che sfociò in una causa per diffamazione intentata contro di lui da Mordechai Ben-Porat, uno degli organizzatori dell’immigrazione ebraica irachena”.
“Nadel iniziò a preparare la sua difesa per il processo, ma poi il suo mondo crollò. Sua figlia, intervistata nel film, racconta che dopo aver perso il figlio, decise di lasciare tutto. Firmò un accordo con Ben-Porat, lasciò Israele per gli Stati Uniti, depositò il suo archivio personale – al quale appose una nota scritta rivolta all’ignoto ‘futuro studioso di questa materia’ – presso l’Università di Yale e morì a New York nel 2014”.
[…] “‘Baghdad Files’ racconta la storia della solida comunità ebraica irachena, gran parte della quale – nonostante il trauma del pogrom di Farhud del 1941, nel quale furono assassinati centinaia di ebrei – continuò a vivere tranquillamente accanto ai suoi vicini musulmani. Per questo motivo, dopo la fondazione di Israele, molti di loro non ebbero fretta di fare l’Aliyah. A differenza delle decine di migliaia di persone provenienti dalle classi più povere, i membri dell’élite benestante – medici, commercianti, intellettuali – si astennero dal richiedere l’immigrazione”.
“Nel film, Shenhav-Shahrabani osserva che già nell’aprile del 1949, all’interno del Mossad Le’aliyah Bet […] fu avanzata la proposta di lanciare ‘granate a scopo intimidatorio nei caffè frequentati soprattutto dagli ebrei, insieme a opuscoli che chiedevano loro di lasciare l’Iraq’ per accelerare l’emigrazione. Infatti, in seguito all’attacco contro sinagoga del 1951, nel giro di pochi mesi più di 80.000 ebrei chiesero di rinunciare alla cittadinanza irachena per facilitare la partenza verso Israele – e l’intera comunità si svuotò quasi da un giorno all’altro”.
Quando avevamo letto questo articolo, nel novembre scorso, ci aveva colpito come la regista avesse avuto il coraggio di raccontare una storia tanto controversa, riattualizzando eventi di anni pregressi. Il fatto che il documentario sia circolato ampiamente in Israele ha dato ragione al suo coraggio.
Nel suo articolo, la Anderman spiega come la regista non volesse ergersi a giudice della storia, solo fare un bel film, ma conclude ricordando che Israele non ha mai aperto gli archivi sul caso, aggiungendo che “la storia di Israele è scritta non solo nei documenti ufficiali conservati dallo Stato, ma anche nei ricordi e nelle testimonianze dei suoi cittadini, che sono molto più difficili da mettere a tacere”.
Se la comunità ebraica irachena fosse rimasta in loco forse non avremmo conosciuto l’invasione dell’Iraq del 2003, di cui Netanyahu fu grande sponsor sollecitandola, quando ancora era un semplice cittadino, in un infervorato intervento al Congresso Usa del settembre 2002. Quell’invasione avviò la destabilizzazione che ha travolto progressivamente il Medio oriente e che ha nel genocidio di Gaza e nell’incrudelimento dell’oppressione dei palestinesi della Cisgiordania il suo attuale apice.