Nell’aprile del 1975 Phnom Penh stava per cadere. Tutti se lo aspettavano: sarebbe stata una questione di giorni. Forse addirittura di ore. Il governo della Cambogia guidato dal generale Lon Nol era ormai in frantumi. Sotto una cappa di umidità infernale, poco prima che iniziasse la stagione delle piogge, i Khmer Rossi (ne abbiamo parlato qui) marciavano dritti verso la capitale. I guerriglieri comunisti avanzavano come una grande onda. Questi ribelli, così simili ai maoisti della Lunga Marcia, avevano guadagnato un crescente seguito tra la popolazione rurale.
Promettevano una Cambogia comunista che avrebbe eliminato per sempre la disuguaglianza sociale, restituito il potere ai contadini ed eliminato la corruzione propagata dal governo di Lon Nol (supportato dagli Stati Uniti in chiave anti comunista). I Khmer Rossi erano invece sostenuti dal Vietnam del Nord e visti con grande simpatia da Pechino, almeno nella loro prima fase ascendente. Siamo, del resto, nel bel mezzo della Guerra Fredda e in piena guerra del Vietnam.
Washington contava sulla Cambogia per arginare i nordvietnamiti, contenere Mao Zedong ed evitare che il “pericolo rosso” si diffondesse in un’Asia poverissima e rurale: un humus perfetto per la proliferazione del “virus comunista”. Nel 1973, tuttavia, come parte degli Accordi di Pace di Parigi – che prevedevano il cessate il fuoco e la fine dell’impegno diretto degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam – gli Usa si ritirarono ufficialmente dal territorio cambogiano. Certo, le forze statunitensi continuarono in qualche modo a sostenere Lon Nol contro i Khmer Rossi, ma l’onda rossa era troppo alta. Conquistava villaggi, campagne e piccole città. Ma soprattutto non incontrava di fronte a sè ostacoli di alcun tipo.
La caduta di Phnom Penh
La maggior parte della popolazione stava con i “ribelli”. Lo si capì quando, il 17 aprile del 1975, i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh senza trovare resistenza. Degli Usa non c’era più traccia e Lon Nol fu costretto a scappare prima in Indonesia poi negli Stati Uniti (un monito per l’Ucraina di Volodymyr Zelensky e Taiwan…). L’esercito governativo si era sciolto come neve al sole e per i ribelli fu un gioco da ragazzi prendere possesso della capitale della Cambogia.
Gli abitanti esultavano. Non avrebbero mai immaginato che i loro “liberatori” si sarebbero presto trasformati in diavoli. “I resoconti dei testimoni oculari dei pochi giornalisti occidentali rimasti nella capitale cambogiana dopo la chiusura dell’ambasciata americana hanno indicato che i nuovi padroni comunisti del paese si sono dimostrati molto più spietati, se non più crudeli e sadici nell’esercizio del loro potere di quanto la maggior parte degli esperti occidentali si aspettasse”, scriveva il Time nel maggio 1975.
In un primo momento, come detto, i cittadini erano felici: la guerra civile era terminata, Lon Nol e gli Stati Uniti se ne erano andati dalla Cambogia e l’ordine sarebbe stato presto ripristinato per inaugurare una nuova era. I Khmer Rossi procedettero invece allo svuotamento di Phnom Penh. Il motivo? Il rischio di bombardamenti statunitensi. In realtà le truppe in uniforme trasferirono gli abitanti della capitale in campagna per avviare un rivoluzionario programma di ingegneria sociale volto a stabilire un nuovo ordine libero da denaro, legami familiari, religione, istruzione, proprietà e influenze straniere. Benvenuti nella Kampuchea Democratica.
Il genocidio dimenticato
Che fine fecero i cambogiani che vivevano nelle città? Finirono nelle campagne, sistemati in villaggi e piccole comunità agrarie, a lavorare forzatamente per 16-17 ore al giorno. Dovevano coltivare riso, costruire sistemi di irrigazione e svolgere altre attività simili. I Khmer Rossi, coordinati da Pol Pot (ne abbiamo parlato qui), volevano trasformare la Cambogia in una sorta di Repubblica socialista agraria basata su principi comunisti portati all’estremo, o meglio, applicati alla lettera.
Il risultato? La Cambogia diventò una grande comune agricola, un campo di concentramento a cielo aperto blindato al mondo esterno. In condizioni simili, costrette a sopravvivere con una lattina di latte condensato di riso ogni due giorni, molte persone morirono di dissenteria o malaria. Altre di malnutrizione. Altre ancora furono portate via di notte dalle guardie dei Khmer Rossi per essere fucilate o bastonate a morte. La loro colpa? Essere, essere stati o aver avuto relazioni con gli odiati “borghesi”.
Fino al 1979, quando le forze vietnamite invasero la Cambogia e rovesciarono il governo di Pol Pot, la follia dei Khmer Rossi provocò un bagno di sangue. Si trattò di uno dei peggiori genocidi dell’era moderna. In un Paese che in quel periodo non contava più di 7 milioni di abitanti, in appena quattro anni, morirono circa 1,7 milioni di persone: quasi un quarto della popolazione.
L’epologo dei Khmer Rossi
Che fine hanno fatto i Khmer Rossi? Sopravvissero per altri due decenni. Dopo essere fuggiti da Phnom Penh, nel 1979, Pol Pot e i suoi sostenitori stabilirono una roccaforte a ovest. Continuarono a comportarsi come una forza di guerriglia insurrezionale e divennero addirittura parte di un governo in esilio che, fino al 1990, come ricorda la Cnn fu riconosciuto dall’Onu come l’unico rappresentante legittimo del Paese.
“In molti villaggi le persone hanno vissuto fianco a fianco con i carnefici per decenni”, ha spiegato Krisna Uk, direttrice esecutiva del Centro per gli studi Khmer. Pol Pot sarebbe morto nel 1998 senza mai essere accusato di alcun crimine.
Kaing Guek Eav, noto anche come compagno Duch – comandante della famigerata prigione di Tuol Sleng dove furono uccise più di 14.000 persone – è stato condannato all’ergastolo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, omicidio e tortura. Gli unici altri verdetti, emessi nell’agosto del 2014, portarono all’ergastolo di Non Chea, il “fratello numero due” del governo Khmer, e di Khieu Samphan, il “Fratello numero quattro”.

