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Sono passati 50 anni dalla misteriosa scomparsa del maresciallo Lin Biao, una delle figure storiche più importanti della Repubblica Popolare cinese. Fido alleato di Mao Zedong, con il quale contribuì a dirigere la Lunga Marcia (1934-35), ricoprì numerosi incarichi nella nuova Cina fondata dal Grande Timoniere, sia militari che civili. Ad esempio, guidò le armate cinesi in Manciuria (1947), fu ministro della Difesa (1959) e perfino vicesegretario del Partito Comunista Cinese (a partire dal 1969).

Nella lotta per la pesantissima successione a Mao, uscì improvvisamente dai radar, tra indiscrezioni riguardanti un colpo di stato fallito da lui organizzato, altre voci ufficiose e notizie non confermate né confermabili. Sappiamo soltanto che il suo corpo fu rinvenuto il 13 settembre 1971 in mezzo ai rottami di un aereo Tridend della compagnia di bandiera cinese.

In circostanze mai chiarite, il velivolo si schiantò al suolo nei pressi di Ondorhaan, a circa 400 chilometri dalla capitale mongola Ulan Baatar. L’allora governo cinese aprì subito un’inchiesta, secondo la quale, su quell’aereo, oltre a Lin Biao, erano presenti anche la moglie, Ye Qun, e il figlio, Lin Liguo, più altre cinque persone. Morirono tutti nell’impatto.

Il progetto 571

Lin Biao era stato designato da Mao come suo erede prescelto, ma non riuscì mai a ricoprire quella carica. Come abbiamo visto, morì in una notte di settembre di 50 anni fa, tra i monti della Mongolia assieme alla sua famiglia. Che cosa era successo? La versione ufficiale di Pechino fu la seguente: Lin Biao, uno dei dieci marescialli protagonisti della rivoluzione cinese, fuggì in fretta e furia dopo un tentativo, non andato a buon fine, di uccidere Mao. Quel presunto golpe prese il nome di progetto 571, visto che la pronuncia in cinese dei tre numeri 5, 7 e 1 evocano la parola “rivolta militare”.

L’aereo sul quale stava viaggiando Lin, diretto in Unione Sovietica, forse a corto di carburante, urtò violentemente il suolo mentre stava cercando di effettuare un atterraggio di emergenza. I serbatoi avrebbero preso fuoco, causando l’esplosione del mezzo e la morte dei passeggeri. Nessun missile lanciato dalla contraerea mongola, come ipotizzato in un primo momento da alcuni, aveva quindi colpito il velivolo.

Eppure, questa versione dei fatti non ha convinto proprio tutti gli storici. Certo è che la corrente ideologica di Lin Biao fu sopraffatta dalle altre correnti, emerse di pari passo con la graduale uscita di scena di Mao dall’arena politica cinese. Due, quindi, sono le ipotesi sul tavolo: Lin Biao ha cercato veramente di effettuare un golpe oppure, nel bel mezzo della Rivoluzione Culturale, finì schiacciato dai giochi di potere che si stavano creando all’epoca all’ombra della Città Proibita.

Il colpo di stato fallito e la fuga

La versione della fuga dopo il presunto golpe finito in malora è stata più volte messa in discussione. Non tanto per il colpo di stato in sé, quanto per altri particolari. Ad esempio, negli anni’ 90, Ochir Sanduijar e Damsansap Nyambayar, due tra i più importanti gerarchi militari dell’esercito mongolo, che all’epoca dei fatti avevano indagato sull’accaduto in prima persona, riferirono ai media internazionali un’altra verità.

Quale? I due sostennero che tra le vittime del Trident non fosse presente il corpo di Lin Biao, che invece sarebbe rimasto in Cina. Qui sarebbe stato ucciso su ordine di Mao o dei suoi più stretti collaboratori nell’ambito della lotta per il potere in seno all’esercito e al partito. Il tema del colpo di stato torna sempre a galla, da qualunque prospettiva si guardi alla vicenda. Da questo punto di vista, tuttavia, ci sono altre due versioni da prendere in considerazione.

Due versioni

Nel libro Congiura e morte di Lin Biao (Garzanti, 1984) di Yo Ming – probabilmente lo pseudonimo di un gerarca cinese – si legge che il delfino di Mao fu eliminato per due ragioni. La prima: era diventato troppo potente; la seconda: ostacolava l’allora premier Zhou Enlai nei piani della graduale apertura cinese verso gli Stati Uniti. Lin vedeva Washington come fumo negli occhi e considerava ogni gesto di distensione alla stregua di un tradimento. Fu così che il maresciallo decise di uccidere Mao.

In che modo? Pianificando un attentato (lancio di missili) contro il treno con il quale Mao avrebbe dovuto raggiungere il Sud della Cina. Sembrava che tutto dovesse filare liscio, se non che la figlia di Lin tradì suo padre avvertendo Mao che, in fretta e furia, rientrò a Pechino. Il Grande Timoniere, sempre secondo questa versione dei fatti, fece finta di non sapere nulla del presunto attacco missilistico. Anzi: invitò Lin Biao e consorte in una residenza a nord della capitale, chiamata la Montagna di giada. Al termine della cena, gli ospiti sulla propria auto per tornare a casa ma, dopo appena 500 metri, il mezzo sarebbe stato disintegrato da tre razzi.

Secondo l’altra versione sul progetto 571 sarebbe stato il figlio di Lin Biao, Ling Liguo, a orchestrare la rivolta contro Mao Zedong. La prova? Il contenuto del rapporto, a quanto pare rinvenuto dai funzionari cinesi, sarebbe stato scritto da una mente troppo imprecisa per essere quella di Lin senior, considerato un fine stratega e uomo di cultura. Pare che Lin Biao non fosse neppure a conoscenza della volontà del figlio. In ogni caso, indipendentemente dalla versione corretta, Mao riuscì in qualche modo a scamparsela. Nel caso in cui Lin Biao fosse riuscito nel suo intento, oggi staremo probabilmente parlando di un’altra Cina.

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