Un giorno come oggi, ma di quarant’anni or sono, un assassino professionista rispondente al nome di Mehmet Ali Ağca consumava l’attentato del secolo in piazza San Pietro, cuore pulsante della caput mundi e della Cristianità occidentale, cercando di uccidere l’allora pontefice regnante Giovanni Paolo II. Il temibile sicario, evaso due anni prima da un carcere di massima sicurezza in patria, era giunto in gran segreto a Roma con un solo obiettivo: eliminare in maniera spettacolare uno dei più potenti uomini del pianeta, nonché uno dei simboli viventi della civiltà occidentale.

L’attentato non ebbe successo, perché, utilizzando le parole di Giovanni Paolo II, “Qualcuno o Qualcosa mandò all’aria il colpo”, ma quel giorno fu scritta la storia con l’inchiostro indelebile del sangue. Sangue di un anziano pontefice che, colpito al colon e all’intestino tenue, sarebbe dovuto morire e che, invece, sarebbe sopravvissuto contro ogni previsione, dimostrando la natura preternaturale della propria esistenza due volte: dapprima perdonando il proprio feritore e dipoi ponendo fine all’epopea dell’iperpotenza votata all’estirpazione di “Cristo dalla storia dell’Uomo”, l’Unione sovietica.

Oggi, a quarant’anni esatti di distanza da quell’anniversario insanguinato della Madonna di Fatima, la verità non è ancora emersa – e, forse, mai emergerà – e l’attentato del secolo, musa ispiratrice di un coacervo di teorie di complotto, continua ad essere avvolto da un manto di mistero tanto cabalistico quanto impenetrabile.

I fatti

Ağca tentò di fare la storia alle 17.17 del 13 maggio 1981, anniversario dell’apparizione della Madonna di Fatima, esplodendo due sfere di piombo da una Browning HP 9mm Parabellum in direzione del Papa polacco. Ağca, il temibile sicario allevato al culto della morte dai Lupi grigi e giunto a Roma per eseguire il colpo dei colpi, quel 13 maggio di quarant’anni or sono avrebbe scoperto l’insignificanza delle trame umane dinanzi alla sconfinatezza intangibile e invisibile del Divino.

Giovanni Paolo II in ospedale (LaPresse)
Giovanni Paolo II in ospedale (LaPresse)

Ağca l’infallibile fallì a causa di una celebre folata di vento – piegata a più interpretazioni a seconda dell’interlocutore: “Schiaffo della Vergine Maria”, semplice sfortuna, autosuggestione o tremore dovuto all’ansia – che gli avrebbe impedito di colpire il pontefice al cuore. Arrestato poco dopo l’attentato, non sarebbe mai divenuto il primo papicida dall’anno Mille, perché Wojtyła sopravvisse, né sarebbe diventato un eroe agli occhi dell’islam radicale, perché all’incontro privato con il papa nella cella di Rebibbia, avvenuto il 27 dicembre di due anni dopo, sarebbe seguita la conversione al cattolicesimo.

Tanti depistaggi, una sola verità

Due sono i custodi della verità dietro all’attentato del Novecento, di cui uno è morto: Wojtyła e Ağca. Tutti gli altri, inclusi noi, sono stati testimoni di quarant’anni di depistaggi e insabbiamenti, di un caso ante litteram di guerra disinformativa a base di bufale e intossicazioni ambientali. Perché del tentato assassinio di Giovanni Paolo II si è detto e scritto di tutto e di più, anche a causa della callida opera di manipolazione realizzata dal sicario dei Lupi grigi, senza che la verità sia mai emersa dalle tenebre della guerra fredda.

Innumerevoli le piste vagliate dagli inquirenti vaticani e italiani, a loro volta supportati dalle indagini parallele di Cia e Mossad, ma nessuna che abbia mai condotto all’ottenimento di risultati anche solo lontanamente concreti. Convinzione generale è che suddette tracce investigative fossero false, da qui la mai avvenuta scoperta del mandante, ma se provassimo a cambiare prospettiva e seguissimo le briciole come in Hansel e Gretel, potremmo scoprire come, curiosamente ma non paradossalmente, contenessero più verità di quanta sia stata loro attribuita.

Tutto falso (o quasi) e nessun colpevole, eppure tutto torna: la presenza di appoggi nell’entourage papalino, possibilmente all’interno dell’Entità, in grado di nascondere la trama papicida anche agli occhi più accorti, l’infiltrazione di agenti e cimici del Kgb nei corridoi vaticani, i timori del Cremlino di una rivoluzione spirituale in Polonia trainata dall’effetto Wojtyła e il coinvolgimento dei servizi segreti del blocco comunista, della mafia turca e del crimine organizzato italiano in funzione di supporto logistico ad Ağca (armi, documenti fasulli, copertura della latitanza). Tutti avevano un movente, e probabilmente alcuni erano all’oscuro del piano omicida, ma una cosa è certa: Ağca, il sicario venuto dall’Anatolia per uccidere il rappresentante di Dio in Terra, non avrebbe mai potuto agire da solo. E non è da escludere che lo stesso Ağca, giovane ed arrabbiato, ergo strumentalizzabile, abbia premuto quel grilletto non avendo piena consapevolezza delle dimensioni del gioco al quale aveva deciso di partecipare.

L'incontro tra Ali Agca e Giovanni Paolo II, il 27 dicembre 1983 (LaPresse)
L’incontro tra Ali Agca e Giovanni Paolo II, il 27 dicembre 1983 (LaPresse)

Oggi, a quarant’anni di distanza dall’attentato del Novecento, Ağca vive la propria vita da uomo libero e onesto, ed ogni tanto viene visto sulla tomba di colui che avrebbe dovuto uccidere, Giovanni Paolo II è entrato nei libri di storia dopo aver fatto la storia e il proiettile che gli traversò il corpo si trova nel santuario di Fatima, dove giace incastonato nella corona della statua della Vergine Maria ad imperitura memoria del giorno in cui gli intrighi degli Uomini furono spezzati da un’aleteica teofania del Deus absconditus – per chi preferisce credere alla sovrannaturalità dell’evento, ovviamente.

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