Sono giusti giusti quarant’anni oggi e, a seconda dei momenti, sembra ieri oppure un’altra era geologica. L’11 marzo del 1985 Michail Sergeevic Gorbaciov, classe 1931, nativo di Privol’noe nel territorio di Stavropol’, e quindi un “meridionale”, veniva eletto segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Solo il giorno prima il “medico del Cremlino” Evgenij Ciazov e il responsabile degli Affari generali del Comitato Centrale Klavdii Bogoljubov avevano telefonato a tutti i pezzi grossi per annunciare la morte del predecessore, Konstantin Cernenko, malato da tempo. Cernenko aveva solo 74 anni ma le sue cattive condizioni di salute lo fecero passare per un vecchio cadente, facendo immediatamente sorgere il mito del “giovane” Gorbaciov, che peraltro ascendeva alla massima carica sovietica all’età di 54 anni, contro per esempio i 47 di Nikita Chruschev e i 58 di Leonid Brezhnev.
Fu solo il primo di una serie di fraintendimenti che circondarono la figura di Gorbaciov nei pochi (1985-1991) ma intensissimi anni della sua permanenza alla guida dell’Urss. A cominciare da quello fondamentale: Gorbaciov era e restò fino all’ultimo un comunista sovietico, un politico che in buona fede cercava di riformare l’Unione per rilanciarla, non per affondarla. Fu lui, non a caso, a convocare, il 17 marzo del 1991, il referendum sulla conservazione dell’Urss (“Considerate necessario preservare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche come una rinnovata federazione di repubbliche uguali e sovrane in cui saranno pienamente garantiti i diritti e la libertà dell’individuo di ogni nazionalità?”, diceva il quesito referendario), che peraltro ottenne il 77,85% dei consensi.
Anche la sua ascesa nei ranghi del Partito, fino alla consacrazione finale, avvenne dentro quei confini ideologici, quella dei riformisti cresciuti sotto l’ala protettiva di Jurij Andropov, anche lui originario di Stavropol’, storico capo del KGB (1967-1982) e poi brevemente segretario generale del Pcus (novembre 1982 – febbraio1984). Gorbaciov aveva un “gemello” riformista, Piotr Masherov, che ebbe la disdetta di morire in un incidente d’auto, spalancando così al più giovane Gorbaciov, in quota appunto Adropov, le porte dell’Ufficio politico del Pcus.
L’appoggio dei “vecchi” del Pcus
Infatti al momento di diventare segretario generale, Gorbaciov godette dell’appoggio decisivo dei “vecchi” del Partito, dall’eterno ministro degli Esteri (dal 1957 al 1985) Andrej Gromyko, che fu la prima persona con cui Gorbaciov si consultò alla notizia della morte di Cernenko, a Viktor Cebrikov, capo del Kgb dal 1982 al 1988. I pezzi grossi sapevano di non poter ambire alla carica di segretario generale, per ragioni di età o per i veti reciproci, e quindi puntarono su Gorbaciov, che era indubbiamente figura di prospettiva rispetto ai suoi due potenziali rivali. Da un lato Grigorij Romanov, che era stato segretario del partito a Leningrado e aveva tentato la scalata, godendo di buoni appoggi nel Partito, sia alla morte di Andropov sia a quella di Cernenko. Romanov era un duro della vecchia scuola, un comunista tutto d’un pezzo, un conservatore. Dall’altro Viktor Grishin, un grigio sindacalista che ben rappresentava l’anima burocratica del Pcus.
I due furono tagliati fuori con una delle operazioni di corridoio ch’erano tipiche dei vertici sovietici. L’elezione di Gorbaciov fu in realtà decisa la sera del 10 marzo, quando si dovette scegliere il capo del comitato che avrebbe organizzato le esequie di Cernenko. Cernenko aveva avuto quel ruolo alla morte di Andropov e Andropov alla morte di Brezhnev. Tutti sapevano che la scelta sarebbe stata indicativa anche per l’altra carica, quella importante. Le cronache poi venute alla luce raccontano che quando l’Ufficio politico (Politburo) si radunò per eleggere il capo della commissione, al momento di fare il nome del candidato cadde un silenzio di tomba, nessuno voleva farsi avanti ben sapendo chi e che cosa si stava in realtà decidendo. Alla fine fu scelto Gorbaciov e il giorno dopo si assistette a un fatto senza precedenti: i giornali sovietici annunciarono in apertura la nomina del nuovo leader dando solo sotto la notizia della morte del predecessore. Romanov era in vacanza in Lituania e fu informato solo a cose fatte. Cercò di tornare in tutta fretta a Mosca ma il suo aereo fu misteriosamente trattenuto al decollo per “difficoltà meteorologiche”. Grishin la mattina dell’11 marzo era già un ex pretendente, tagliato fuori al primo giro. In un paio d’anni, poi, sia Romanov sia Grishin sparirono dai vertici del partito.
Perché, per questo quarantennale, abbiamo deciso di raccontare questo e non i trattati di pace, i tentativi di riforma, il premio Nobel per la Pace (1990), la moglie Raissa (sposata nel 1953 e scomparsa nel 1999), il tentativo di golpe subito nel 1991 e la successiva malinconica fine politica, o anche solo la partecipazione ai funerali di Enrico Berlinguer (1984), gli spot pubblicitari da McDonald’s alle Ferrovie austriache, l’attività della Fondazione Gorbaciov? Per ricordare, essendo questo l’anniversario dell’ascesa politica, da dove veniva Gorbaciov, da quali ambienti usciva, in quali condizioni dovette farsi largo. Gorbaciov amava l’Urss. L’amava tanto da pensare che, riformandola, usando più glasnost’ (trasparenza) e adottando la dovuta perestrojka (riforme) si potesse salvarla. Era un illuso, come minimo era troppo tardi. Ma il paradosso della sua vita e della sua esperienza politica è stato proprio questo: i russi lo accusano di aver distrutto l’Urss e detestano la sua memoria. Gli occidentali gli attribuiscono il merito di aver smantellato l’Urss e per questo lo amano. Gli uni e gli altri si sbagliano.
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