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Storia /

Primo dicembre 1944. Bellagio. Nella mattinata Filippo Tommaso Marinetti, ormai gravemente malato, ascoltava rapito Amleto Venturi, il suo medico curante. Poco prima il dottore aveva visto nel piazzale della stazione di Como un manipolo di giovanissime reclute della Decima Mas salire cantando su un camion diretto al fronte. Lo spettacolo di spensierata adolescenza e di disarmante coraggio colpì Venturi che si avvicinò ai ragazzi e chiese il perché di un gesto evidentemente disperato. E uno di loro rispose lapidariamente:

Ogni cervello è un mondo

Come a dire: ognuno si regola come crede. La spavalderia della sfida colpì Marinetti. In un attimo colse il significato esplicito di una scelta entusiasta, gratuita, estrema e, per l’ultima volta, il pirotecnico fondatore del Futurismo si sentì poeta. Raggiunta a fatica la scrivania scrisse di getto un breve poema, Quarto d’ora di poesia della X Mas. Frasi rotte, veementi, rapide come singhiozzi, il dissidio fra desiderio di agire e freno dell’intelletto, esuberanza fisica e tatticismo, ripiego. Meglio la resa o il sacrificio? No, per Marinetti i “frenatori dal passo calcolato” meritavano soltanto il disprezzo. Per lui avevano ragione quei giovani ad invocare “avanti autocarri” verso la morte.

Nella notte Filippo venne colto da una devastante crisi cardiaca. Si svegliò con l’affanno: il cuore stava rallentando i suoi battiti. In quell’attimo supremo guardò negli occhi la moglie Benedetta. Poi il gran salto verso il mistero. Nei suoi ultimi versi troviamo un saluto alle giovani reclute: “Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti e perciò avanti autocarri”. Nei mesi seguenti il poeta ritrovò nell’aldi là molti di quei ragazzi. Il Quarto d’ora divenne il loro epitaffio.

Il 9 aprile 1945 scattò l’offensiva alleata. L’atto finale. Una tempesta d’acciaio e fuoco sconvolse il fronte italo-tedesco scardinando la linea Gotica e, caduti tutti i caposaldi, iniziò il ripiegamento verso il Po. L’ultimo reparto a ritirarsi fu il gruppo d’artiglieria “Colleoni” della Decima.

Il giorno prima Borghese aveva incontrato Graziani e Mussolini a cui aveva formalizzato il suo rifiuto al progetto, alquanto fumoso e militarmente errato, del fantasmagorico ridotto in Valtellina e ribadito la sua volontà di concentrare la Decima sul fronte orientale. L’unica carta possibile, nell’attesa delle truppe regie come concordato con il governo del Sud, per salvare la Venezia Giulia. In più, in un lungo colloquio di tre ore il comandante aveva tentato di convincere il duce ad intraprendere un passaggio decisivo: “Gli ripetei che il precipitare della situazione richiedeva tempestive ed energiche decisioni, e cioè la dichiarazione dello stato d’emergenza, il passaggio di tutti i poteri alle Forze Armate, la cessazione di ogni attività politica usando con i tedeschi un linguaggio che non desse luogo ad equivoci. Mussolini concordò su tutto”.

Ma, come è noto, in quei giorni infuocati e confusi, in quelle ore disperate e senza speranza, il capo del fascismo – un uomo rassegnato, stanco ma consapevole del disastro – ondeggiò continuamente tra ipotesi contradditorie e opposte, velleitarie e, infine, tutte mortifere e tragicamente perdenti. I vicoli ciechi che portarono a Dongo.

Nonostante la contrarietà di Alessandro Pavolini e degli ultrà del morente fascismo, l’idea di Borghese di instaurare un governo militare per trattare, da soldati a soldati, con gli anglo-americani la resa della Rsi, “secondo le leggi internazionali e le norme di guerra”, aveva una sua logica e una ratio. Un esercito, per quanto vinto, ancora c’era e, soprattutto, ancora combatteva; una struttura statuale, per quanto scassata, c’era e continuava ad operare. Una transizione più o meno pacifica era forse possibile.

Il tutto, però, presupponeva l’immediata partenza di Mussolini verso la Spagna franchista. Un’opzione ancora possibile – a fine aprile un aereo con insegne croate decollò da Milano verso Barcellona con a bordo la famiglia Petacci – ma il duce rimase irremovibile. Riprendendo le memorie di Borghese: “Era fermamente deciso a non abbandonare il suo posto, convinto che questo fosse il suo ultimo dovere. Di sé, della sua persona, non si preoccupava affatto. Due cose gli stavano a cuore: l’incolumità degli italiani che lo avevano seguito e la salvezza dei documenti che avrebbero fornito l’esatto motivo che lo avevano spinto ad entrare in guerra”. Illusioni.

Il 14 aprile uno sfinito Borghese incontrò l’ambasciatore tedesco Rahn e il generale Ss Wolff. I due, all’insaputa di Berlino, avevano perfezionato in Svizzera con l’Oss, i servizi americani, i termini della resa tedesca di tutto il gruppo armate Sud e si preparavano a levare il disturbo ma temevano la reazione della Decima. Così Franco Bandini ricostruì il colloquio: “La cosa era tanto ‘top secret’ che lo stesso Mussolini non seppe nulla finché la bomba non scoppiò il 25 aprile, mentre egli stava a colloquio con i rappresentanti dl Cln. Ma con il principe Borghese – e il particolare è di rilevantissima nota – Wolff fece uno strappo. Guardandolo fisso, gli disse: ‘Stiamo facendo un tentativo per andarcene. Sparerete su di noi?’. Borghese volle saperne qualcosa di più e Wolff glielo disse, senza reticenze. Poi Junio Valerio chiese con un sorrisetto: ‘E a Mussolini, non direte nulla?’. Wolff fece un gesto di noia: ‘Se glielo dicessimo, lo andrebbe a raccontare subito o a Claretta o a Rachele: e allora, dopo cinque minuti, addio segreto. Non gli diremo nulla'”.

In cambio del silenzio il comandante chiese la rinuncia da parte tedesca al progetto di distruzione dei porti e degli impianti industriali e la consegna della Venezia Giulia e dell’Alto Adige alle autorità militari italiane. Sul primo punto il callido Wolff diede la sua parola d’onore mentre sul secondo glissò.

Borghese aveva ormai le idee chiare. Ordinò subito al comandante Arillo di prendere il controllo del porto di Genova e tenere i mezzi sul Tirreno pronti a salpare per un’ultima missione e intanto diede disposizioni perché l’intera divisione si spostasse verso Trieste dove si sarebbe unita alle forze del Sud. Dal governo regio arrivò, tramite l’ingegnere Giulio Giorgis, un messaggio inequivocabile: “Tenete ancora per poche ore in Venezia Giulia perché arriveranno subito gli italiani da Ancona. Portate un bracciale tricolore per farvi riconoscere”. Troppo tardi, ormai. Le truppe alleate avevano passato il Po e dilagavano nel Veneto impendendo così ogni spostamento alla divisione. I piccoli presidi della Decima a Fiume, Pola, Trieste e nel Quarnaro vennero sopraffatti dall’armata titina e i superstiti massacrati senza pietà. Da Ancona non giunse nessuno.

A Milano intanto si consumava l’ultimo atto della tragedia. Mussolini, furente per la resa tedesca, lasciò la città nella sera del 25 aprile andando incontro al suo destino. Borghese rimase: “Decisi di seguire il mio programma, stabilito per la Decima Mas, lo stesso dell’8 settembre 1943: restare sul posto in difesa dei miei uomini e, con essi, seguendo la loro sorte, cecare di rendermi utile al popolo”.

All’indomani, nonostante l’evaporazione delle milizie fasciste il Comitato di liberazione nazionale scelse una linea attendista. I 700 uomini del presidio milanese di piazza Fiume (oggi piazza della Repubblica) incutevano ancora timore e si preferì trattare direttamente con il comandante. Secondo Bandini fu una decisione saggia: “La Decima sarebbe stata un osso duro da rodere, come dimostrò palesemente il fatto che alle 17 del 26 aprile essa era ancora al gran completo, perfettamente alla mano e potentemente armata”.

Dopo una breve trattativa con il generale Cadorna, comandante del Corpo volontari libertà, si arrivò ad un accordo: “Le armi sarebbero state depositate dagli uomini nell’armeria; ogni uomo, completo del suo corredo, sarebbe stato libero di raggiungere la propria casa; ultimato l‘esodo, la sede con le armi, sarebbe stata consegnata al Cln”.

Nel pomeriggio, riuniti i suoi marò nella caserma, il comandante sotto una pioggia leggera tenne un breve discorso in cui ribadì che la Decima non si arrendeva ma smobilitava, esortando tutti “a custodire e mantenere inalterati i sentimenti che li avevano sorretti in quei venti mesi di lotta disperata”. Dopo l’appello ai caduti Borghese ordinò l’ammainabandiera. Racconta Bruno Spampanato, testimone dell’evento: “Tre squilli di tromba e la bandiera repubblicana da combattimento viene ammainata. L’aquila nera stilizzata sui tre colori chiude le ali nelle pieghe del drappo che scende lentamente”. L’avventura era terminata.

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