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Nella primavera del 1944 Junio Valerio Borghese procedeva alacremente lungo la sua strada. La divisione di fanteria di Marina stava diventando una realtà e l’addestramento dei nuovi reparti, per lo più stanziati in Piemonte, era ormai in stato avanzato. Al comandante non sfuggiva però il degradarsi della situazione: ovunque il movimento partigiano si stava rafforzando e le tensioni, inevitabilmente, crescevano. La guerra civile italiana era iniziata.

Fedele alla sua linea patriottica e apolitica, Borghese cercò di preservare i suoi uomini e tentò, con gran fastidio dei tedeschi e dei fascisti, una mediazione onorevole con gli esponenti moderati della resistenza. Come racconta nelle sue memorie fece affiggere in tutte le aree a rischio: “Manifesti che recavano le seguenti parole, ‘non preoccupatevi se sono arrivati in questa zona reparti forti di 10mila uomini. Lasciateci stare e non vi toccheremo perché il nostro compito non è combattere contro di voi ma di addestrarci alla guerra contro gli anglo-americani’. Nessuno della Decima, quindi, molestò i partigiani né i partigiani molestarono noi. Questa specie d’accordo si poté mantenere fino a quando altri dolorosi episodi non vennero a turbare l’armonia delle cose”.

Una breve parentesi presto incrinata e poi spezzata da una somma di fattori. I bandi di arruolamento obbligatorio voluti da Graziani – nonostante la tenace contrarietà di Borghese, fautore del volontarismo – avevano avuto un effetto devastante. Migliaia di giovani richiamati alla leva si erano dati alla macchia in montagna alimentando così il movimento resistenziale che, galvanizzato dall’avanzata degli alleati, riprese l’iniziativa militare.

La Decima, nonostante subisse ripetuti attentati e omicidi, riuscì a mantenere un fragilissimo status quo sino all’8 luglio 1944. Quel giorno maledetto il comandante Bardelli – il capo, l’anima del “Barbarigo” – e nove marò furono massacrati in un agguato ad Ozegna, un paesino in provincia di Torino. Una brutta storia. Bardelli, convinto della tregua, si fermò ad un posto di blocco partigiano e si mise a chiacchierare con alcuni del gruppo, ribadendo la follia della guerra fratricida e l’impegno della Decima a mantenere gli accordi. Del resto “siamo tutti italiani, perché spararci addosso?”. Purtroppo Pietro Urati, il capo banda, non la pensava allo stesso modo e, dopo aver accerchiato il drappello, diede ordine di fare fuoco. Bardelli cadde per primo. Poi tutti gli altri. Un massacro. Inutile e crudele.

Per Borghese un punto di non ritorno. “Furono ritrovati i loro corpi spogliati, strappati gli anelli dalle dita e i denti d’oro dalle bocche piene di terra e di erba in segno di sfregio. Un episodio di ferocia balcanica, un ingiustificabile delitto”. In un ultimo tentativo di concordia il comandante incontrò i capi partigiani della zona e chiese a loro la consegna di Urati. Solo Urati e subito. Con molto imbarazzo, dopo uno scambio di prigionieri, i resistenti declinarono la proposta. La guerra civile non permetteva ormai alcuna mediazione, alcuna possibilità di dialogo tra fronti opposti. Sui tutti i muri rimbalzava una scritta: “Pietà l’è morta”.

Il comandante ne prese atto. A suo modo. “L’otto agosto convocai ad Ivrea gli ufficiali di tutti i battaglioni. Dissi che la situazione ci obbligava a difenderci contro gli attacchi dei partigiani; non potevamo garantire la sicurezza delle nostre caserme sorvegliandone solo le mura. Dovevamo controllare la zona circostante. Dissi infine che se qualche ufficiale non riteneva di poter partecipare era libero di tornare a casa. Su trecento ufficiali presenti solo quindici mi chiesero d’essere congedati. Tra essi alcuni erano i migliori, ma li lasciai ugualmente liberi”.

Una parentesi. Il conte Urbano Rattazzi, pronipote dell’omonimo presidente del Consiglio dei primi anni unitari e futuro marito di Susanna Agnelli, fu uno di quei quindici ufficiali. Borghese, che lo stimava per il suo comportamento sul fronte di Anzio, comprese e lo congedò. I due rimasero amici anche nel dopoguerra, Rattazzi chiamò Lupo, come l’omonimo battaglione della Decima, uno dei suoi sei figli e mai si vergognò del suo passato nella RSI. Per lui: “La X Flottiglia Mas era un po’ come una Legione Straniera: vi militavano personaggi mossi dai sentimenti più diversi. Tutta una gamma, che andava dai fascisti più convinti a uomini sicuramente non simpatizzanti del regime fascista. Io, personalmente che, come tanti cari amici (ricordo Marcello Honorati e Giuseppe Vallauri, fra gli altri), appartenevo al secondo gruppo, ero mosso da un principio etico elementare, che nulla aveva a che vedere col fascismo: così elementare che non ha perduto né la sua verità né la sua forza attraverso i decenni. Il principio che una guerra la si combatte da una sola parte. Right or wrong, come dicono gli inglesi. L”inversione di fronte’, elegante eufemismo inventato da qualche ufficiale di Stato Maggiore del Regio Esercito per indicare il passaggio al campo avversario, con armi e bagagli, è, lo confesso, al di sopra delle mie forze: specie quando la sua ragione vera è soltanto il fatto che si stanno prendendo sonore legnate. Ma c’era anche qualcosa d’altro. Lo spettacolo dello sfasciamento del regime fascista nell’anno 1943, di questo regime che fin dalla nostra più tenera infanzia ci aveva rotto i timpani, incessantemente, con i clangori dell’Epos, e alla prima esperienza dura si squagliava in massa come neve al sole; questo spettacolo era così miserevole e disgustoso che noi sentimmo il bisogno invincibile di ripararvi in qualche modo. E così noi, i non-fascisti, prendemmo il posto abbandonato dai fascisti: con un gesto un po’ assurdo, che era di sdegno e di disprezzo insieme, diretto proprio a tutta quella gerarchia fascista che, dopo averci rotto le scatole per vent’anni con i canti di guerra, al momento buono era scomparsa nell’ombra”.

L’omicidio di Bardelli segnò uno spartiacque, ma per Borghese e i suoi uomini l’attività anti partigiana rimase una tragica necessità ma mai una priorità come confermano i contatti e le ripetute tregue con le formazioni “bianche”, come l’Osoppo sul confine orientale, e i fitti rapporti, con il consenso intermittente degli anglo-americani, con la Marina del Sud e il governo Bonomi. Alla base di tutto c’era quella che Renzo De Felice definisce l’ideologia combattentistica della Decima, una visione del mondo che si può riassumere in tre atteggiamenti: “Primo, la Decima si batte per l’onore della Patria; la sua guerra è contro il nemico invasore dell’Italia e non ideologica e di partito, che divide gli italiani invece di unirli nel nome della Patria, e, dunque, la Decima non combatte contro i partigiani; secondo, se però i partigiani si accaniscono contro di essa, vendichi i suoi morti; terzo, ogni forma di clemenza verso i partigiani dettata dal governo o dal partito fascista da considerazioni di ordine politico non può essere accettata e non riguarda la Decima, i nemici attivi della Patria, coloro che uccidono chi ne difende l’onore e il territorio non possono trovare clemenza”.

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