75 anni dopo, la Repubblica italiana vive ancora di rendita delle possibilità offerte al sistema-Paese dalla classe dirigente che edificò una nuova organizzazione politica, in nome di un grande compromesso tra le due grandi culture politiche dell’epoca (democratico-cattolica e social-comunista) e seppe nel contesto della rinascita post-bellica offrire una rotta al sistema Paese.

De Gasperi, il padre della patria

Il complesso dell’architettura sociale, politica ed economica che la Repubblica edificò dopo la disfatta bellica e il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 ebbe il suo padre nobile in Alcide De Gasperi. Lo statista trentino, con alle spalle una lunghissima esperienza politica nel mondo popolare iniziata ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico e proseguita dopo la Grande Guerra con l’intransigente opposizione al fascismo e l’esilio in Vaticano, fu capo provvisorio dello Stato nelle due settimane successive alla proclamazione ufficiale della fine della monarchia dei Savoia nel giugno 1946 e presidente del Consiglio dal dicembre 1945 all’agosto 1953.

Quelli degli otto governi formati da De Gasperi furono gli anni in cui si costituì il definitivo radicamento dell’assetto dell’Italia post-bellica. Fu completata la Costituzione repubblicana, entrata in vigore nel 1948; si avviò il rilancio dell’industria a partecipazione pubblica imperniata sull’Iri; il presidente del Consiglio diede fiducia all’esperienza di Enrico Mattei per il rilancio dell’Agip e la creazione dell’Eni; si strutturarono le profonde relazioni col Vaticano pur mantenendo distinta la natura cattolica della Democrazia Cristiana dalla necessità di perseguire la tutela della laicità dello Stato; furono estromessi dal governo i comunisti ma Palmiro Togliattiassieme a De Gasperi il padre della democrazia italiana, ebbe la lucidità di capire l’infattibilità della via rivoluzionaria in Italia e accettò il compromesso del gioco parlamentare; col voto del 1953, che segnò l’eclissi del governo De Gasperi a circa un anno dalla sua scomparsa a 73 anni, si capì infine che la Dc necessitava della collaborazione con i partiti laici e moderati di centro e centro-sinistra per consolidare la sua maggioranza politica.

Soprattutto, lo statista trentino diede al Paese una poderosa lezione di realismo. Sottolineando che anche un Paese reduce da una sconfitta bellica poteva trovare le energie per rilanciarsi e giocarsi le sue carte anche in un mutato contesto planetario. Pietro Craveri nella sua imponente biografia di De Gasperi sottolinea che il presidente del Consiglio ebbe l’acume di trasformare la Dc da partito “dei cattolici” a “partito nazionale” dandosi come obiettivo la necessità di preservare l’unuità della nazione e “una democrazia che si fondava sulla Carta costituzionale e trovava garanzie ulteriori nell’ancoraggio determinato dalle alleanze atlantiche ed europee”, nel cui raggio De Gasperi seppe giocare con autorevolezza e perspicacia.

Il realismo di De Gasperi

L’obiettivo principale del governo italiano dell’immediato dopoguerra, era quello di raggiungere pace e sicurezza, all’interno di un sistema di potenze affini per cultura, storia e tradizioni democratiche, in modo da riguadagnare uno status internazionalmente riconosciuto. Inoltre, De Gasperi doveva affrontare alcune emergenze interne come l’alto tasso di disoccupazione, la necessità di rifornirsi di ogni tipologia di beni di prima necessità e infine occuparsi della ricostruzione del Paese. Il viaggio oltre Atlantico del 1947 fu un momento capitale per affermare davanti agli Stati Uniti nuovi egemoni del blocco occidentale il ruolo potenziale dell’Italia nella sfera euro-atlantica. L’ingresso nella Nato del 1949, anni prima dell’analoga accoglienza alla Germania Ovest, sigillò un vero e proprio decoupling tra le responsabilità accollate per la Seconda guerra mondiale a Berlino e quelle di cui era accreditata l’Italia. Cui fu data la possibilità di riscattarsi, pur nelle limitazioni di sovranità e mobilità internazionale che la scelta di campo imponeva.

Pacificato il fronte internazionale, dunque, il governo De Gasperi seppe agire utilizzando il volano del Piano Marshall per programmare la ricostruzione nazionale. La solidità dei legami costruiti in campo internazionale aprì anche alle prospettive di valorizzazione del ruolo della classe dirigente italiana nel contesto globale. Donato Menichella, governatore della Banca d’Italia, e Raffaele Mattioli, direttore della Comit, furono i referenti principali di nuovi legami economici, finanziari, politici che si trasmessero lungo tutto l’albero genealogico della classe dirigente nazionale in una continuità di potere che arriva, attraverso Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi, fino ai giorni nostri con Mario Draghi.

Una bussola per l’era Draghi?

E proprio l’attuale premier ha più volte fatto riferimento all’esperienza di De Gasperi come esempio per il suo sforzo di governo in favore della ricostruzione nazionale. La pandemia di Covid-19, culmine di un decennio di crisi, è paragonabile come impatto e grande cesura nella storia nazionale al triennio 1945-1948, al 1978 (anno dell’uccisione di Aldo Moro), al convulso periodo di Mani Pulite tra 1992 e il 1994. Fasi in cui la costituzione materiale e le dinamiche del potere in Italia subirono urti e scossoni, imponendo una svolta normalizzatrice. Draghi intende fare del realismo la sua bussola e non è un caso che, come all’era di De Gasperi, la solidità dei riferimenti sul campo internazionale vada di pari passo con una focalizzazione sulla strategia nazionale di rilancio dello Stato, dell’economia nazionale, della fiducia dei cittadini.

“L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini – oggi diremmo persone, ha precisato Draghi – disinteressati pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune”, ha affermato il premier il 26 aprile presentando alla Camera il Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Ho fiducia nel mio popolo in un momento in cui serve solidarietà e responsabilità”, ha aggiunto, restituendo senso a un’espressione, popolo, spesso demonizzata o sacrificata sull’onda dell’emotività e della demagogia. Il popolo è la collettività nazionale che oggi cerca di conseguire stabilità, fiducia e senso del futuro. Il grande disegno degasperiano unì principi realisti sul fronte interno e quello internazionale. E deve essere la bussola di orientamento per l’esperienza di governo di unità nazionale di Draghi. Impegnato a programmare le basi di una ripartenza che riguarderà l’intera collettività negli anni a venire.