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Nella millenaria storia della repubblica di Venezia vi è un capitolo quasi dimenticato ma decisamente emblematico (e bizzarro) dei complessi rapporti che, a cavallo del Seicento, intercorsero tra l’Inghilterra, nascente potenza globale, e l’orgogliosa ma già declinante talassocrazia marciana. Una faccenda interessante che val la pena ripercorre.

Cessati nel 1553 i viaggi delle mude venete verso il Nord Europa, i vascelli della Venice company – dal 1592 inglobata nella Levant company – iniziarono a spingersi sino al porto lagunare con le stive piene di aringhe e saracche. Da Rialto il ricercato pesce salato atlantico, per l’epoca una prelibatezza rara, veniva destinato – tramite la fitta rete fluviale del tempo, un reticolo d’acque tra il Po e i tanti fiumi e canali padani: un patrimonio trasportistico purtroppo da tempo abbandonato – ai mercati dell’Italia settentrionale. Venezia, forte della sua posizione geografica che ne faceva il principale snodo per la commercializzazione del prodotto, impose negli anni dazi sempre più onerosi sui barili provenienti dall’Inghilterra. Dopo estenuanti trattative con l’esosa dogana dogale e la severa commissione dei Cinque Savi alla Mercanzia, gli esacerbati britannici decisero di convogliare l’intero traffico su Livorno, scalo geograficamente disagevole (per raggiungere le città padane bisognava valicare l’Appenino) ma fiscalmente favorevole. Non paghi, i nordici intrapresero una durissima guerra commerciale per l’uva passa o sultanina, principale voce delle esportazioni venete in Inghilterra e, già al tempo, ingrediente fondamentale del plum cake e del Christmas pudding, i dolci nazionali dei britanni dell’altro ieri, di ieri e di oggi.

Tutto iniziò nella prima metà del Cinquecento quando il quattordicenne Giacomo Ragazzoni giunse a Londra ad imparare l’arte della mercatura per conto della famiglia – facoltosi bergamaschi inurbati in Venezia -, diventando amico degli ambasciatori veneti che lo introdussero alla corte di Enrico VIII e poi della figlia Maria, svolgendo per quest’ultima anche mansioni di ordine diplomatico. Tra una festa e un ricevimento l’intraprendente ragazzo comprese quanto gli albionici d’ogni ceto impazzissero per i dolcissimi acini essiccati nel Levante; tornato a Venezia nel 1558, s’inventò armatore e riattivò la rotta per l’Inghilterra aprendo una linea diretta da Zante e Cefalonia, allora veneziane. Un successo pieno. I cronisti narrarono che le sue navi erano talmente grandi da non poter risalire il Tamigi e le merci dovevano essere addirittura scaricate sulla Manica. Divenuto l’assoluto monopolista delle delizie mediterranee sul mercato inglese, il poliedrico Giacomo accumulò un’immensa fortuna continuando ad alternare affari privati ad affari di Stato; in più occasioni servì la Repubblica come negoziatore occulto (o agente segreto) nei rapporti con ottomani, francesi, asburgici e, ovviamente, con i sovrani Tudor.  Il Senato lo compensò con un titolo comitale e un vasto feudo a Sacile, dove, appena al di fuori dell’antica cinta muraria, il suntuoso palazzo Ragazzoni ricorda le glorie del suo costruttore defunto il 18 gennaio 1610, ad 81 anni.

Morto Giacomo, gli accordi evaporano rapidamente. Nel clima di tensione per le gabelle sul pesce salato, i vertici della Company decisero di porre dazi sull’uva sultanina, iniziando ad importarla autonomamente. Un disastro per Venezia. I traffici crollarono di colpo, come recita un documento del Senato: “Hora il viaggio è del tutto levato. Né navigano più nostre navi per le gravezze dei datij poste in Inghilterra a noi insopportabili. Navi e vascelli forestieri capitano nelle isole nostre di Levante adducendo uve passe e vini”. Lestamente i senatori escogitarono una contromossa: un’imposta per tutte le navi non marciane provenienti dalle isole Ionie e dirette oltre Gibilterra. Ma gli inglesi, giocando d’astuzia, si accordarono con i coltivatori di Zante per ritirare le uve non in loco ma in Morea, territorio turco, evadendo così la tassa. Risposta veneziana: “Nell’avvenir non possano essere uve passe che nascono nelle isole di Cefalonia et Zante essere estratte da esse isole per condurle in altri luoghi che per questa città di Venezia solamente et con vasselli veneziani o de sudditi della Signoria Nostra”.

Gli inglesi protestarono e tra le onde greche fecero comparsa navi corsare. Dopo qualche cannonata sugli intrusi, Venezia si convinse d’aver vinto la battaglia ma non si accorse d’aver perso la guerra. Mentre i realtini facevano indigestione della loro uva, i britannici andarono a prenderla dai turchi in Morea. E così plum cake e Christmas pudding divennero per i sudditi di Sua Maestà – come sigillato nel tardo Ottocento da Arthur Robert Kenney-Herbert, il guru supremo della (non eccelsa) gastronomia d’oltre Manica – una vera e propria “istituzione nazionale”.  Contenti loro…

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