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A border is always a temptation, una frontiera è sempre una tentazione. Con queste secche parole James Cook liquidava gli scocciatori che lo importunavano con domande su “cosa” lo spingesse ad attraversare gli oceani, a cercare nuove stelle e altri orizzonti. Una lezione di stile, ma non solo. La consegna del comandante de l’Endeavour – autentico master and commander – riassume meglio d’ogni dotta analisi o indagine psicologica le motivazioni profonde che, in ogni epoca e momento, hanno ispirato un particolare tipo d’uomo: l’esploratore, una figura enigmatica, fascinosa e senza tempo.

Autentico paradigma dell’avventura, l’esploratore conobbe nell’Ottocento – l’epoca d’oro delle grandi spedizioni africane e del “grande gioco” in Asia centrale – la sua consacrazione definitiva. L’iconografia popolare raccontava al pubblico europeo e nordamericano gesti mirabolanti di personaggi eccezionali, di uomini spersi in immensità sconosciute, con in testa il casco coloniale e nelle mani una mappa, un sestante o un fucile; tipi duri, disincantati, talvolta ironici ma sempre pronti ad affrontare ogni pericolo: animali feroci, cannibali affamati, schiavisti arabi, crudeli re indigeni, ottusi burocrati europei. Nel nome della Civiltà e della bandiera. Un ritratto ingenuo e rassicurante. Forte.

Intere generazioni in Europa (e non solo) si appassionarono alle avventure d’oltremare di Jules Verne, Emilio Salgari, Karl May e Edgar Wallace. E poi, Rudyard Kipling, Robert Stevenson e Joseph Conrad. Letteratura popolare e/o letteratura “alta”: Kim e La regina del Dahomey, Lord Jim e Bosambo, King Salomon’s Mines, L’isola misteriosa e i Racconti dei mari del Sud.  E poi, il ciclo del mitico Tarzan, creato esattamente un secolo fa dalla fantasia di uno squattrinato Edgar Rice Burroughs. Un oceano di storie: scorrendo quelle pagine, divorando quei libri, milioni di ragazzi sognarono mondi segreti, imprese impossibili, amori esotici.

Immagini, suggestioni, fantasie, sicuramente. Eppure quanti imberbi (e non solo) immaginarono di condividere le gesta di Allan Quatermain, il rude protagonista de Le miniere di Salomone, il capolavoro di Henry Ridder Haggard sul “mondo perduto”? E chi, tra i sessantenni di oggi, non rimase colpito dalla trasposizione cinematografica del libro (vincitore, tra l’altro, di due meritati Oscar nel 1951) e s’immaginò almeno per un attimo al posto di Stewart Granger, il burbero capo spedizione, abbracciato, tra una zagaglia e l’altra, a una meravigliosa Deborah Kerr?

Persino oggi, in questo presente globalizzato da internet e telefonini, in un mondo punteggiato da aeroporti e villaggi turistici, restiamo intrigati dai “viaggiatori straordinari” di ieri e dell’altro ieri; l’avventuroso sapiente (magari un po’ gaglioffo ma sempre intrigante…)  rimane un mito potente e testardo che – come dimostrano il successo della saga di Indiana Jones o della trilogia de La mummia (e le tante imitazioni), le tavole di Hugo Pratt, i romanzi “coloniali” di Giorgio Ballario, i libri sul great game di Peter Hopkirk e il Tin Tin di Hergé riproposto da Spielberg… – nemmeno le play station e il “politicamente corretto” sono riuscite ad espellere dall’immaginario diffuso. Romanticismo, certo.

Nella realtà, l’esploratore è stato un personaggio ben più complesso, espressione, magari contradditoria, di un’epoca e di una cultura

Come ricordano i tanti (forse troppi…) critici del colonialismo, i viaggiatori del tempo avevano una precisa funzione sociale e politica: informare i contemporanei sullo stato del mondo, portar loro informazioni su luoghi misteriosi e inaccessibili, rappresentare la Civiltà in aree selvagge, cercare risorse, ricchezze, mercati. Tutto vero o quasi.

Al tempo stesso, scorrendo le biografie e i diari, scopriamo uomini inquieti, sempre a disagio, se non in totale rottura, con la società da cui provenivano. Autentici cuori ribelli, insofferenti delle convenzioni e irriducibili romantici, nelle “terre incognite” gli esploratori cercavano non solo fama o ricchezze ma, innanzitutto, la possibilità di dare un senso “alto”, eroico alla propria vita.

Appena abbandonato l’ultimo avamposto, il protagonista dell’avventura – ormai fabbro del proprio destino – poteva riscrivere regole, ritmi, comandamenti, conquistare regni e popoli. Una sensazione di assoluta libertà che valeva ogni rischio: il “viaggiatore straordinario” poteva ammalarsi o cadere prigioniero, languire e spegnersi in modo atroce in qualche angolo sperduto, ogni spedizione poteva trasformarsi – per una micidiale “roulette russa” – in un disastro, eppure ogni imprevisto, anche il più tragico, era preferibile alle atmosfere asfittiche della madrepatria.

Una visione del mondo che ritroviamo nelle lettere di un esploratore perugino, il marchese Orazio Antinori: “Meglio cento volte la tenda del beduino, meglio il dorso del cammello, meglio la continua lotta e la sublime incertezza dell’indomani. In Africa, in Africa! Io voglio morire libero come la sua natura!”. Antinori non millantava. La “nera signora” lo colse durante una spedizione a Lèt Marefià, nel cuore dell’Abissinia. Era il 26 agosto 1882.

Di quel tempo ormai lontano il cinema e l’editoria ci hanno consegnato una lettura quasi esclusivamente anglosassone, imperniata principalmente sui nomi di Livingstone, Stanley, Burton e Speke e pochi altri. Un’impostazione comprensibile, persino legittima in un’ottica d’oltre Manica, ma decisamente parziale e storicamente incompleta e, dunque, più volte contestata (in modi diversi e con risultati contradditori) dagli storici francesi, olandesi, belgi, portoghesi, spagnoli, persino tedeschi.

Solo in Italia – per una buffa ritrosia o per mero provincialismo – sui protagonisti italiani di quella grande stagione dell’esplorazione geografica e naturalistica, per decenni si è preferito tacere. Per i ragazzi d’oggi, Vittorio Bottego, Romolo Gessi, Pietro Brazzà e tutti gli altri sono ormai solo un ornamento toponomastico o l’oscura titolazione di qualche vecchia scuola. Nulla di più.

Ecco perché riteniamo doveroso ricordare quella straordinaria quanto bizzarra “comunità avventurosa” che percorse tra Ottocento e Novecento le zone più selvagge e inesplorate dei cinque continenti: dal Corno d’Africa al Borneo, dalla Lapponia all’Amazzonia, dall’Alaska al Congo. Ecco perché riteniamo interessante, importante rivisitare personaggi e scenari, ritrovare storie e avventure. Raccontare vite straordinarie quanto dimenticate. Da qui questo dossier di Insider Over dedicato a tredici figure emblematiche di viaggiatori italiani vissuti tra il Settecento e il Novecento. Che l’avventura abbia inizio.

 

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