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È dall’alba dei tempi che in guerra, quando uno dei belligeranti si arrende, e sventola bandiera bianca, per il vincitore comincia il momento di una rappresaglia brutale, dimentica di parole come pietà e misericordia ma intrisa di bestialità. Per ore, se non giorni e settimane, i generali danno ai loro stanchi soldati la licenza di sbizzarrirsi, rendendo legale ogni crimine fino al raggiungimento della sazietà.

Quando una guerra finisce, e il vincitore non è interessato né alla misericordia né all’onore, per il vinto è l’ora del terrore. È l’ora delle case rapinate alla ricerca di bottini di guerra. È l’ora delle esecuzioni sommarie di prigionieri, testimoni e malcapitati. Ed è anche l’ora degli stupri. Crimini che non dovrebbero essere commessi, perché contrari alla legge umana ancor prima che a quella bellica, ma che avvengono da sempre – e sempre avverranno.

L’Italia, le cui donne provarono sulla loro pelle l’infamia indicibile delle marocchinate, lo sa bene cosa voglia dire avere per le proprie strade delle orde di tiranni travestiti da liberatori. E lo sa bene anche la Germania, che nel corso dell’occupazione della Renania fu costretta ad assistere impassibile agli stupri di massa consumati dalle divisioni coloniali dell’esercito francese. Quell’epoca, durata dal 1918 al 1930 nell’indifferenza generale dell’Eliseo, sarebbe passata alla storia come “La vergogna nera” (Die schwarze Schmach) e la voglia di vendetta del popolo tedesco, delle migliaia di donne tedesche violate, avrebbe giocato un ruolo determinante nella successiva ascesa di Adolf Hitler.

Sangue e violenza lungo il Reno

Londra, 10 aprile 1920. La primula rossa del giornalismo Edmund Dene Morel pubblica sul Daily Herald un coraggioso articolo-denuncia sui crimini commessi contro i civili tedeschi dalle forze di occupazione francesi nella Renania, intitolato “Black Scourge in Europe” (let. “Il Flagello nero in Europa), accusando l’Eliseo e i silenti Vincitori di complicità. È l’inizio della storia del cosiddetto “orrore nero sul Reno” (Black horror on the Rhine), un trauma obbrobrioso che avrebbe svolto un ruolo-chiave tanto nella formazione del nazismo quanto nella radicalizzazione dell’opinione pubblica tedesca.

L’Orrore ebbe inizio nell’immediato primo dopoguerra, quando la Francia decise di appaltare alle divisioni coloniali l’amministrazione della Renania occupata. In questa regione pivotale, dove si era scritto il fato della Grande Guerra, nel 1919 si trovava la più elevata concentrazione di truppe coloniali del pianeta: 25mila. Truppe rispondenti al comando dell’Eliseo e provenienti da ogni lato dell’impero francese: dal Siam all’Algeria, e dal Madagascar al Senegal. Truppe che da un anno, secondo Morel, avrebbero cominciato a commettere violenze (sessuali) di massa da parte a parte della Renania, con il benestare (in)formale degli alti comandi e nel silenzio generale delle potenze vincitrici.

Lo scandalo diventa internazionale

Morel, all’epoca, fu l’unica voce del panorama intellettuale europeo ad alzare la voce contro l’orrore sul Reno e per quella campagna di denuncia e sensibilizzazione, portata avanti nella speranza-aspettativa di incoraggiare Londra e Washington ad agire nei confronti di Parigi, venne accusato da più parti di propaganda, razzismo e mistificazione. I fatti, però, sembravano raccontare una storia ben diversa, a prova di attacchi e calunnie: nella regione occupata pullulavano comitati di autodifesa, come il Rheinische Volksplfege, e i reparti di ostetricia degli ospedali erano affollati di partorienti i figli degli stupri, dispregiativamente ribattezzati Rheinlandbastarde (let. “I bastardi della Renania”).

L’essere un uomo di sinistra, lontano da ambienti protofascisti e reazionari, si sarebbe rivelato l’asso nella manica di Morel. Inattaccabile dal punto di vista dell’appartenenza politica, delle convinzioni ideologiche, Morel diventò la voce degli ultimi tra i vinti: delle donne violentate dai liberatori, degli uomini uccisi o picchiati per difenderle e dei frutti di quegli stupri. Denunciare era più che necessario, era un dovere morale. Denunciare equivaleva a lanciare un monito: tra Versailles e la Renania erano state gettate le basi per una futura guerra. Guerra che sarebbe scaturita dalla legittima voglia di rivalsa e vendetta di una nazione annichilita geograficamente e spiritualmente.

Donne e uomini tedeschi di ogni età e categoria avrebbero risposto all’appello di Morel, uscendo dall’ombra e superando la vergogna. Le testimonianze delle vittime dei pestaggi e delle violenze sessuali cominciarono ad essere raccolte dai giornalisti di tutto il continente, mentre le organizzazioni femministe di vari Paesi, dalla Svezia al Regno Unito, iniziarono a protestare in piazza, a firmare petizioni, chiedendo ai governi di fermare i crimini delle truppe coloniali francesi nella Renania e di portare la questione in sede di Società delle Nazioni.

Entro la fine del 1920, in soli pochi mesi, un articolo-denuncia si sarebbe trasformato nel propulsore di una campagna di pressione internazionale sulla Francia. Nel Regno Unito, i laburisti chiesero a David Lloyd George di persuadere la Francia a ritirare le truppe senegalesi – le principali protagoniste delle violenze – dalla Renania. In Svezia, il primo ministro Hjalmar Branting si disse oltraggiato dal trattamento riservato dai francesi agli abitanti della Renania.

Realtà o finzione?

Gli Stati Uniti dell’amministrazione Wilson, usciti dalla Prima guerra mondiale come i nuovi egemoni del sistema internazionale, aprirono un’indagine ufficiale sugli eventi della Renania nel giugno 1920. L’inchiesta venne affidata all’allora ambasciatore americano a Parigi, Hugh Campbell Wallace, che a sua volta incaricò alcuni generali di stanza nei territori tedeschi occupati di trovare riscontri, raccogliere prove e ascoltare possibili testimoni. La squadra investigativa concluse che l’orrore sul Reno era un mito, una leggenda nera, che nessuna campagna di violenze stava avendo luogo in Renania.

Di lì a breve, complice l’ordine di sgonfiamento dello scandalo pervenuto dalla Casa Bianca, il giornalismo nordamericano ed europeo, dapprima in trincea nel denunciare le “senegalate“, avviò una campagna di auto-sconfessione, realizzando studi, inchieste e reportage volti a ridimensionare la portata del fenomeno e a reinterpretare l’esistenza dei Rheinlandbastarde, i quali passarono dall’essere figli di stupri al risultato di rapporti consensuali.

Morel, lungi dal demordere, si sarebbe recato in Renania entro la fine del 1920 allo scopo di sbugiardare gli sbufalatori. Le conclusioni di quel viaggio avrebbero dato vita al libro L’orrore sul Reno (The Horror on the Rhine), caso editoriale del 1921. La campagna di denuncia, ad ogni modo, avrebbe perduto ogni potere persuasivo di natura politica dopo la sentenza perentoria e inappellabile della Casa Bianca.

L’occupazione della Renania avrebbe avuto fine soltanto nel 1930, lasciando delle lacerazioni profonde nell’animo tedesco. Eliminati dalla storia a mezzo di perdite territoriali in Europa e nel resto del mondo, costretti ad accettare delle durissime condizioni di pace e testimoni dell’indifferenza dei vincitori dinanzi a dei crimini consumati sui civili, a guerra finita, i tedeschi avrebbero scaricato un decennio di rabbia accumulata nel 1933, eleggendo quale loro cancelliere Adolf Hitler, un figuro più frainteso che incompreso, che, tra le varie cose, aveva promesso loro vendetta per l’orrore sul Reno.

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