Nelle gerarchie militari cinesi il potere più solido non è sempre quello più visibile. Xu Youming appartiene a questa categoria: un funzionario che non parla, non appare, non rilascia dichiarazioni, ma che occupa uno dei nodi più sensibili dell’apparato di sicurezza della Repubblica Popolare. A capo dell’ufficio intelligence del Dipartimento di Stato Maggiore Congiunto della Commissione Militare Centrale, Xu rappresenta l’occhio discreto attraverso cui il vertice politico-militare osserva il mondo esterno.
In un sistema che premia la lealtà prima ancora dell’efficienza, la sua permanenza in carica dal 2016 dice molto. È l’anno delle grandi riforme volute da Xi Jinping, quando l’Esercito Popolare di Liberazione viene riorganizzato per ridurre feudi, ridisegnare catene di comando e riportare ogni leva decisiva sotto il controllo diretto del centro.
Un profilo costruito nell’ombra
Xu non è un comandante da parata né un generale da proclami. La sua carriera passa per incarichi silenziosi: addetto militare in Asia centrale e in America Latina, incarichi che nella prassi cinese servono a formare ufficiali capaci di leggere contesti politici complessi, coltivare relazioni e raccogliere informazioni umane. È da lì che matura un profilo da tecnocrate della sicurezza, più analista che tribuno.
La sua funzione attuale lo colloca al centro della raccolta di intelligence strategica, soprattutto umana, quella più difficile da automatizzare e la più preziosa per un potere che diffida delle sole tecnologie. In un’epoca di satelliti, droni e cyber, la leadership cinese continua a investire sul fattore umano. Xu è il garante di questa scelta.
Le purghe e la selezione dei fedeli
Il 2025 è stato un anno di scosse per l’apparato militare cinese. Una lunga serie di rimozioni e inchieste ha colpito figure di primo piano, in particolare nei settori più sensibili come la forza missilistica e i comandi regionali. Ufficialmente si tratta di lotta alla corruzione. In realtà è anche, e forse soprattutto, una ridefinizione degli equilibri di potere in vista di scadenze strategiche cruciali.
In questo contesto, la sopravvivenza politica di Xu Youming non è casuale. Resistere alle purghe significa essere considerato indispensabile e affidabile. La sua utilità non è operativa nel senso classico, ma politica: garantire a Xi un flusso informativo controllato, coerente e non contaminato da centri di potere alternativi.
Taiwan come baricentro
Il dossier centrale resta Taiwan. Ogni pianificazione militare, ogni scenario di pressione o di confronto passa prima dall’intelligence. Valutare intenzioni, resilienza politica, reazioni degli alleati regionali e soprattutto degli Stati Uniti richiede una macchina informativa che funzioni senza attriti. L’ufficio diretto da Xu è il filtro attraverso cui queste informazioni arrivano alla Commissione Militare Centrale, riducendo il rischio di sorprese e di valutazioni distorte.
Qui si misura la vera posta in gioco: non tanto la preparazione a un conflitto imminente, quanto la capacità di sostenere una strategia di lungo periodo fatta di deterrenza, pressione graduata e gestione del tempo. In questo schema, l’intelligence è lo strumento che permette di rimandare o accelerare le decisioni.
Una stabilità solo apparente
La continuità di Xu Youming non va letta come segno di immobilismo, ma come indicatore di una fase di transizione controllata. Mentre generali vengono rimossi e strutture rimescolate, l’intelligence resta un pilastro intoccabile. È il paradosso del potere cinese: cambiare tutto per non cambiare ciò che conta davvero.
Finché Xu resterà al suo posto, Xi potrà contare su un apparato informativo che non fa rumore, ma che regge l’intera architettura decisionale. In un sistema dove la politica è inseparabile dalla sicurezza, l’uomo che non si vede diventa spesso quello che pesa di più.