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Le agenzie di intelligence degli Stati Uniti e le Big Tech lavorano a stretto contatto sin dalla nascita delle aziende della Silicon Valley. Il libro Surveillance Valley di Yasha Levine (2018) documenta come gli obiettivi militari abbiano guidato la nascita della Silicon Valley, con finanziamenti del Pentagono e della CIA per progetti tecnologici e di sorveglianza. Esempi? Secondo un articolo di Quartz, la comunità dell’intelligence statunitense ha cercato di orientare fin dall’inizio lo sviluppo della Silicon Valley per scopi di sicurezza nazionale. Già nel 1995, una delle prime sovvenzioni è stata assegnata a un team di ricerca di Stanford, un’istituzione da cui provengono molti leader delle Big Tech.

È ampiamente noto che Google è nata proprio grazie a sovvenzioni della DARPA e della NSA per creare una biblioteca digitale su internet, con le ricerche di Sergey Brin e Larry Page che hanno posto le basi per il motore di ricerca, inizialmente progettato anche per tracciare e identificare gli utenti, contribuendo agli obiettivi tracciati dalla comunità d’intelligence statunitense. Oggi questo rapporto simbiotico tra Big Tech e intelligence potrebbe consolidarsi ulteriormente, come ha svelato il giornalista investigativo Ken Klippenstein in un articolo pubblicato su Substack.

Cosa dice la direttiva dell’intelligence Usa

Klippenstein ha pubblicato un’importante direttiva firmata dal Direttore della National Intelligence degli Stati Uniti il 16 gennaio, poco prima della fine dell’amministrazione Biden. L’Intelligence Community Directive 406 invita le agenzie di spionaggio statunitensi a “espandere” le loro partnership con le aziende private, definendo le modalità per sfruttare le informazioni e l’expertise di queste corporate superpotenze, che spaziano da piattaforme di social media a società di intelligenza artificiale.

La direttiva non solo consente una collaborazione più stretta con le imprese, ma autorizza esplicitamente le agenzie di intelligence ad assumere dei “rischi” in queste relazioni. Questo sottolinea l’immenso potere delle Big Tech, definite nella direttiva come “entità non statali”, ovvero le corporation che oggi dominano molti aspetti della vita moderna.

La comunità dell’intelligence statunitense, si legge, “considera le alleanze e le partnership un asset strategico e un moltiplicatore di forza” per affrontare la “diversità e il numero crescente di minacce alla sicurezza nazionale”. Per questo, la Comunità d’Intelligence intende “rafforzare, espandere e diversificare le collaborazioni con entità non statali (NSE), garantendo che tali interazioni siano conformi alle leggi, alle politiche vigenti e ai principi del Primo Emendamento, proteggendo al contempo la privacy e le libertà civili”.

Le Big Tech sempre più potenti

La direttiva evidenzia come le aziende private non siano meri attori economici, ma veri e propri centri di potere, spesso molto più influenti di molti stati nazionali. Una realtà che pone interrogativi sul bilanciamento tra sicurezza nazionale, sovranità e il potenziale abuso di potere da parte di queste aziende.

Come osserva Klippenstein, la comunità dell’intelligence statunitense (IC) ha da tempo rapporti contrattuali significativi con le Big Tech, acquistando beni e servizi, come nel caso di Amazon, il principale fornitore di servizi cloud per l’intelligence. Inoltre, esistono accordi industriali altamente riservati attraverso i quali l’IC ottiene, ad esempio, materiali per la decrittazione dei codici. Tuttavia, Klippenstein sottolinea come la nuova direttiva rappresenti un passo ulteriore, incoraggiando apertamente gli 007 americani a trasformare le corporation in “veri e propri partner” nella loro ricerca di informazioni segrete. “In parole semplici”, dichiara Klippenstein, “le corporation ora sanno più sul mondo di quanto non sappiano le spie americane”.

La direttiva dell’intelligence, emanata negli ultimi giorni dell’amministrazione Biden – pochi giorni prima che l’oramai ex presidente Usa se la prendesse con “l’oligarchia” che minaccia la democrazia Usa – va letta in un contesto più ampio. Conferma il fatto che l’influenza della Silicon Valley continuerà a crescere in America anche sotto Donald Trump, come ampiamente dimostrato dalla la presenza, alla cerimonia d’insediamento del tycoon, di figure di spicco del mondo hi-tech, tra cui Elon Musk (Tesla e SpaceX), Mark Zuckerberg (Meta), Sundar Pichai (Alphabet Inc.) e Jeff Bezos (Amazon), i quali hanno occupato posti privilegiati, più vicini al presidente rispetto ad alcuni membri del suo stesso gabinetto.

Questa crescente sinergia tra governo Usa e Big Tech non solo ridefinisce i confini tra pubblico e privato, ma evidenzia anche come il potere economico e tecnologico delle grandi corporation stia diventando un elemento centrale nella politica a stelle e strisce.

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