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Spionaggio

Ursula e l’intelligence: nessuno Stato delega a una burocrazia un potere sovrano

L’Unione Europea si prepara a varcare una nuova soglia nella gestione della sicurezza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha proposto la creazione di una “cellula di intelligence” all’interno dell’esecutivo europeo, con l’obiettivo di coordinare meglio le informazioni...

L’Unione Europea si prepara a varcare una nuova soglia nella gestione della sicurezza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha proposto la creazione di una “cellula di intelligence” all’interno dell’esecutivo europeo, con l’obiettivo di coordinare meglio le informazioni raccolte dalle agenzie nazionali dei Paesi membri e affrontare in modo più coeso le cosiddette minacce ibride — disinformazione, attacchi cibernetici, interferenze straniere, soprattutto di matrice russa.

L’idea nasce in un contesto geopolitico teso, dove l’Europa ha dimostrato la propria fragilità: dall’influenza russa sui processi elettorali fino alle campagne di propaganda online che hanno condizionato opinioni pubbliche e decisioni politiche. Von der Leyen vuole un’Europa meno dipendente da Washington, più autonoma sul fronte della sicurezza cognitiva e digitale. In teoria, una prospettiva coerente con l’obiettivo di “sovranità strategica” proclamato dopo le crisi ucraine e mediorientali.

Ma la teoria, come spesso accade a Bruxelles, si scontra con la realtà politica e istituzionale.

Un’idea giusta nel momento sbagliato

La proposta non riguarda la creazione di un servizio segreto europeo sul modello CIA o DGSE: non avrà agenti sul campo, né funzioni operative. Si tratterebbe piuttosto di un centro di analisi e coordinamento, destinato a condividere e interpretare i dati provenienti dalle intelligence nazionali. Tuttavia, già qui si apre la prima contraddizione. L’UE dispone già di una struttura simile: l’IntCen (Intelligence and Situation Centre), che opera all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) e fornisce analisi strategiche a partire da informazioni raccolte dai singoli Stati.

A questo si aggiungono altre piattaforme parallele: Europol per la cooperazione di polizia, Frontex per la sicurezza dei confini, CERT-EU per la cybersicurezza, senza dimenticare il Coordinated Response Mechanism del Consiglio per le crisi ibride. La nuova “cellula” rischia così di aggiungere un ulteriore strato burocratico, senza risolvere il nodo centrale: la mancanza di fiducia tra gli Stati membri e la riluttanza a condividere dati sensibili.

La lezione di Eric Denécé

Come ha osservato il direttore del Centre Français de Recherche sur le Renseignement, Éric Denécé, la cooperazione d’intelligence non può nascere da un atto amministrativo. “L’intelligence — scrive Denécé — è per natura uno strumento di potere sovrano. Gli Stati condividono informazioni solo quando hanno obiettivi comuni, interessi convergenti e fiducia reciproca. Nessuno Stato affida i propri segreti a un’entità burocratica che non controlla”.

È un principio di realtà che la Commissione sembra ignorare. In assenza di una vera politica estera comune, immaginare un’intelligence “europea” significa collocare un sistema delicatissimo — fatto di informatori, analisti, fonti riservate — sotto una struttura che non ha né legittimità politica diretta né responsabilità operativa. Il rischio è duplice: da un lato, la paralisi decisionale tipica delle istituzioni europee; dall’altro, la tentazione di trasformare lo strumento in un mezzo politico per rafforzare il potere della Commissione stessa.

Le sovrapposizioni e le rivalità

La nascita di questa nuova unità minaccia di riaccendere antiche rivalità tra Bruxelles, il Consiglio e il SEAE. Gli apparati nazionali — a partire da DGSI, BND, AISI, MI6 — vedono con sospetto qualunque forma di “centralizzazione” che possa mettere in discussione la loro autonomia. Alcuni diplomatici parlano già di “duplicazione costosa e potenzialmente pericolosa”, altri di “un nuovo organismo che rischia di politicizzare la sicurezza”.

Il pericolo, in sostanza, è di creare un ibrido amministrativo incapace di produrre valore aggiunto: un centro che elabora analisi da fonti già filtrate, senza accesso diretto al terreno e senza potere decisionale. In queste condizioni, come ammoniva Denécé, “il rischio non è la sorveglianza, ma l’illusione di avere un’intelligence comune”.

L’Europa tra autonomia e dipendenza

L’intento dichiarato di von der Leyen — ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti — è politicamente comprensibile. Ma finché i principali servizi europei continueranno a ricevere informazioni da NATO Intelligence Fusion Centre, Five Eyes e network atlantici, l’Unione non potrà esercitare una vera sovranità informativa. Creare un organismo interno senza una visione geopolitica condivisa rischia di tradursi in un doppione inutile e, peggio, in una fonte di attriti con i partner atlantici.

Un progetto necessario ma fragile

Eppure, la proposta contiene un nucleo di verità: l’Europa è oggi il bersaglio privilegiato delle guerre cognitive. La disinformazione, gli attacchi informatici, le campagne d’influenza di Mosca e Pechino non si combattono con strumenti frammentati. Serve una regia comune, un linguaggio condiviso e capacità di risposta rapida.

Il problema è che la regia non può nascere nel vuoto politico. Finché l’Unione rimarrà una somma di Stati più che una comunità di potere, l’intelligence europea resterà un’aspirazione incompiuta. E ogni tentativo di imporla dall’alto, come quello di Ursula von der Leyen, rischierà di trasformarsi in ciò che Denécé definiva “l’ennesima illusione tecnocratica”: l’idea che la sicurezza si possa amministrare con un algoritmo e un ufficio a Bruxelles.

La sicurezza, al contrario, è fiducia, conoscenza e responsabilità politica. Tutto ciò che, oggi, in Europa sembra mancare.

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