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Negli Stati Uniti, la questione degli UFO non è solo una faccenda da appassionati di fantascienza. È – da sempre – uno strumento di disinformazione. A ricordarcelo oggi è il Wall Street Journal, che ha portato alla luce una serie di operazioni dell’aeronautica statunitense (USAF) condotte deliberatamente per alimentare il mito degli extraterrestri. Non si tratta di confutare l’esistenza di altre forme di vita – ipotesi affascinante ma ancora senza prove – bensì di smascherare l’uso politico delle “bufale spaziali” da parte delle istituzioni militari. L’obiettivo? Deviare l’attenzione dell’opinione pubblica e coprire la sperimentazione di nuove armi.

Secondo l’inchiesta del WSJ, diversi episodi legati a presunti avvistamenti alieni sarebbero stati orchestrati, o quantomeno tollerati, dalla stessa intelligence americana. E non per curiosità cosmica, ma per convenienza geopolitica. Mentre la guerra dell’informazione si combatte anche con le narrazioni più improbabili, alimentare la paranoia collettiva serve a nascondere innovazioni militari, test segreti, e tecnologie sperimentali su cui Washington non intende fornire spiegazioni.

La strategia della diversione

È un principio antico quanto l’impero: “panem et circenses”. Ma oggi il circo non è più nell’arena, bensì nei cieli. UFO, dischi volanti, basi militari nel Nevada: sono gli strumenti moderni con cui lo Stato profondo americano modula l’attenzione del pubblico, orienta le paure e manipola il consenso.

L’analisi di Verhaeghe è chiara: non si tratta più solo di influenzare l’opinione pubblica, ma di “nutrire il neuroticismo”, come dice testualmente il rapporto. In un’epoca in cui la gestione dell’ansia collettiva è diventata una componente della governance, costruire verità alternative funziona come valvola di sfogo, ma anche come schema di condizionamento. Chi controlla l’immaginario, controlla le reazioni.

Roswell, CIA e libertà individuale: una riflessione libertaria

La riflessione libertariana che Verhaeghe propone è, come sempre, tagliente: non si tratta di sapere se gli alieni esistono, ma di comprendere a cosa serve l’idea che esistano. Il riferimento al celebre caso di Roswell – mai confermato, mai chiarito – è il simbolo perfetto di un potere che ha imparato a usare l’ambiguità come scudo, la fiction come protocollo di sicurezza, la mistificazione come strumento strategico.

Nel mondo dell’intelligence, la trasparenza è l’eccezione, non la regola. E quando i servizi segreti si mettono a fabbricare notizie per distrarre i cittadini da ciò che realmente accade – nel cyberspazio, nei laboratori DARPA, nei deserti militari – allora la disinformazione non è più una patologia democratica, ma un pilastro della governance stessa.

Tra Washington e Hollywood: la costruzione dell’alieno

Da decenni, il complesso militare-industriale americano ha trovato nella cultura popolare un alleato perfetto. Non è un caso che ogni volta che si parla di budget per la difesa, salti fuori un nuovo “leak” su presunti corpi alieni, astronavi recuperate, o programmi segreti in Antartide.

La CIA – scrive Verhaeghe – ha trasformato l’immaginario UFO in un’arma di gestione sociale. Così, mentre la tecnologia avanza e l’autonomia individuale si restringe, milioni di persone discutono di rettiliani, grigi, e portali dimensionali, invece di interrogarsi sulla biometria obbligatoria, sul controllo algoritmico, o sulla manipolazione genetica.

Libertà vigilata o manipolazione consapevole?

Questa “messa a punto libertariana” non è una stravaganza editoriale. È un invito urgente a riflettere. Non sui marziani, ma sul potere. Non sugli UFO, ma su chi decide cosa sappiamo – e cosa crediamo – sugli UFO. In una democrazia che si dice trasparente ma che gioca a fabbricare miti, la verità è sempre negoziabile. E spesso, chi la possiede, la usa per distrarre, dividere, ipnotizzare. Il cittadino libero – ammonisce Verhaeghe – non è colui che ride delle teorie del complotto, ma chi le smonta per capire chi le ha create. E in questo gioco, la CIA ha un’agenda molto più terrestre di quanto voglia far credere

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