Il rapporto dell’Institut de recherche de l’École militaire (IRSEM) del 2021 ha delineato una panoramica esaustiva delle ingerenze cinesi, mettendo in evidenza come queste facciano parte di una strategia globale di Pechino mirata a minare le alleanze occidentali e promuovere un multilateralismo in versione cinese come alternativa pacifica all’imperialismo americano. Questa strategia di influenza si articola principalmente attraverso due tecniche binarie: “Sedurre e soggiogare” e “Infiltrare e costringere”. Queste tecniche sono progettate per screditare le democrazie parlamentari, considerate meno efficienti rispetto ai sistemi autoritari a causa della loro instabilità politica, e per prevenire qualsiasi narrazione negativa nei confronti del potere cinese.
Gli organismi responsabili di questa strategia d’influenza appartengono sia al Partito Comunista (attraverso i dipartimenti di propaganda, le relazioni internazionali, il Fronte Unito e l’Ufficio 616, incaricato della lotta contro il movimento Falungong) sia allo Stato, principalmente tramite il Ministero della Sicurezza di Stato (Guoanbu). Quest’ultimo non solo sorveglia la diaspora attraverso agenti e commissariati clandestinamente collocati all’estero, ma il suo centro di ricerca, il China Institute of Contemporary International Relations (CICIR), funge da interlocutore rispettabile per i think tank stranieri, sia pubblici che privati.
Per realizzare efficacemente la loro azione, questi organismi devono trovare alleati tra partner occasionali, alleati di circostanza e veri complici. Già la Rivoluzione Culturale (1966-1976) aveva rivelato la disponibilità di numerosi intellettuali e artisti occidentali affascinati da Mao come potenziali alleati. Quarant’anni dopo, numerose università offrono terreno fertile per l’insediamento dello strumento più visibile della strategia d’influenza cinese: gli Istituti Confucio. Un esempio lampante è l’Università di Artois, dove, dal 2008, opera un Istituto Confucio, strumento del soft power cinese che, come riportato da un articolo del Figaro del 3 novembre 2011, ha portato il Dipartimento di studi cinesi dell’Università ad un allineamento preoccupante con Pechino.
Come si è arrivati a questo punto? Il Governo francese ha aperto nel 2005 le porte agli Istituti Confucio, un anno dopo l’accordo per il trasferimento di un laboratorio di ricerca biomédica P4 a Wuhan. Il primo istituto fu impiantato all’Università di Poitiers. La condizione necessaria per questa installazione era la compatibilità con le posizioni cinesi, ovvero l’assenza di critiche verso il Governo cinese. Sempre nel 2005, un posto di professore di Lingua e civiltà cinesi fu attribuito all’Università di Lille e un candidato locale fu eletto dalla commissione ad hoc; ma, sotto l’impulso del suo presidente, il consiglio d’amministrazione annullò questa elezione. Il ministero ritirò quindi il posto di professore a Lille e lo attribuì all’Università di Artois, dove, nel 2006, fu eletta una cittadina cinese fedele a Pechino: un Istituto Confucio vi fu aperto nel 2008.
L’espansione di questa influenza cinese non sarebbe stata possibile senza il supporto attivo di elementi dell’amministrazione francese. In particolare, un sinologo, direttore aggiunto della direzione della ricerca del Ministero dell’Istruzione Superiore, ha convinto il presidente dell’Università di Lille a respingere l’elezione di un candidato locale ritenuto incompatibile con l’installazione di un Istituto Confucio per le sue opinioni critiche verso Pechino. Successivamente, questo sinologo ha ottenuto il trasferimento della cattedra all’Università di Artois, dove una cittadina cinese fedele a Pechino è stata eletta nel 2006 e dove è stato aperto un Istituto Confucio nel 2008. Il sinologo ha ricevuto come ricompensa il titolo di professore onorario dell’Università di Pechino nel 2007 e di membro dell’Accademia cinese delle scienze sociali nel 2008.
Un caso emblematico di questa influenza è rappresentato da Jean-Pierre Raffarin, ex Primo Ministro francese, che si è attivamente impegnato nella promozione degli interessi cinesi in Francia. Oggi, gli artefici di queste azioni d’ingerenza possono contare anche sui cittadini e sulle imprese cinesi, obbligati dalla legge sullo spionaggio nazionale del 2017, modificata nel 2018, a cooperare con le agenzie di sicurezza dello Stato. Pertanto, tutti i cittadini cinesi, inclusa la diaspora, sono potenziali agenti di questa strategia d’influenza, e i loro alleati occidentali, che siano partner occasionali, di circostanza o complici, agiscono come loro ausiliari.
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