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Con la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca nel novembre 2024, l’intelligence community statunitense è tornata sotto i riflettori come terreno di scontro politico e strategico. Già nel primo mandato Trump aveva accusato la CIA, l’FBI e altre agenzie di aver tramato contro di lui, alimentando il cosiddetto “Russia hoax”. Non sorprende dunque che il secondo mandato si sia aperto con un’aggressiva agenda di riforme: tagli ai budget, ristrutturazioni, nuove nomine anti-establishment. La narrativa è chiara: “Drenare la palude”, ridimensionare quello che viene descritto come un apparato burocratico e politicizzato, e riportare l’intelligence “al servizio del popolo americano”.

Tulsi Gabbard, la direttrice anti-guerra

La scelta di Tulsi Gabbard come Direttrice dell’Intelligence Nazionale, confermata a febbraio 2025, segna una rottura simbolica e sostanziale. Ex deputata democratica, veterana delle guerre in Medio Oriente, critica delle missioni in Siria e Ucraina, Gabbard incarna un approccio isolazionista che piace a Trump e al suo elettorato. Il suo compito è coordinare le 18 agenzie con un bilancio che supera i 100 miliardi di dollari, riorientando le priorità: meno operazioni segrete non autorizzate, più trasparenza, fine delle interferenze politiche. Ma le critiche non mancano. I democratici la accusano di simpatie filo-russe e di inesperienza gestionale, mentre l’apparato tradizionale teme che la sua crociata anti-interventista finisca per depotenziare la capacità di intelligence in un momento in cui Cina e Russia rafforzano le loro reti globali.

Amaryllis Fox Kennedy, l’ex spia diventata riformatrice

La figura più sorprendente di questa stagione è però Amaryllis Fox Kennedy, entrata nell’amministrazione come Associate Director for Intelligence and International Affairs all’Office of Management and Budget. Con un passato da agente della CIA sotto copertura in Medio Oriente e Asia, Fox si era distinta non solo per le operazioni rischiose ma soprattutto per il distacco polemico dall’agenzia: accuse di corruzione, uso eccessivo di droni, torture, “imperialismo violento”. La sua autobiografia e le interviste a media conservatori l’hanno trasformata in una sorta di Whistleblower credibile agli occhi della base trumpiana.

Sposata con Ben Kennedy, figlio di Robert F. Kennedy Jr., ha portato nella nuova amministrazione un capitale politico unico: un ponte tra il clan Kennedy e la Casa Bianca. Dopo aver diretto la campagna presidenziale indipendente di RFK Jr. fino al suo ritiro a favore di Trump, Fox è stata inserita nei meccanismi del potere trumpiano. Inizialmente proposta come vicedirettrice della CIA sotto John Ratcliffe, è stata bloccata dal Senato, in particolare da Tom Cotton, che la considera “compromessa”. Ma Trump non ha rinunciato: prima la nomina al President’s Intelligence Advisory Board, poi l’incarico all’OMB, da cui controlla e “audita” i bilanci neri delle agenzie, i famosi black budgets da decine di miliardi di dollari.

Il nodo dei black budgets

Il cuore della missione di Fox è un tema da sempre avvolto dal segreto: i fondi riservati che alimentano operazioni coperte, tecnologie avanzate, attività di sorveglianza interna e, talvolta, interferenze politiche. L’obiettivo dichiarato è ridurre gli sprechi, impedire abusi, declassificare archivi storici e ricondurre la spesa sotto il controllo dell’esecutivo. Per Trump e i suoi alleati, questa è la leva per indebolire l’influenza di quella che definiscono una burocrazia ostile. Per i critici, è invece un’operazione di ritorsione che rischia di minare la sicurezza nazionale.

Divisioni politiche e accuse reciproche

La nomina di Fox ha suscitato reazioni contrastanti. Robert F. Kennedy Jr., ora Segretario alla Salute, la definisce “voce di integrità” e prova che il governo può riformarsi dall’interno. Trump l’ha celebrata come “guerriera per la verità”. Ma repubblicani conservatori e falchi, come Cotton, vedono nella sua biografia e nei legami familiari una vulnerabilità, mentre i democratici la accusano di conflitti di interesse per il ruolo avuto nella campagna di RFK Jr. Sui social, le opinioni oscillano tra chi la considera una spia disillusa pronta a smascherare il “deep State” e chi la descrive come pedina di una faida interna alla sicurezza americana.

Il significato geopolitico

L’offensiva di Trump contro l’intelligence non riguarda solo la politica interna. Una CIA ridimensionata e un apparato più controllato rischiano di indebolire la capacità americana di proiezione all’estero. In un mondo in cui Cina e Russia investono massicciamente in cyber, disinformazione e operazioni asimmetriche, il taglio del 20% al personale delle agenzie, previsto nei piani, potrebbe ridurre la capacità di prevenire crisi e conflitti. Al tempo stesso, però, questa riforma riflette un cambio di paradigma: meno focus su “nation building” e più attenzione agli interessi interni, più selettività nell’uso della forza e più spazio alla politica di potenza classica.

Conclusione

L’intreccio tra Tulsi Gabbard e Amaryllis Fox Kennedy, tra anti-interventismo e denuncia dei black budgets, segna una fase inedita della storia americana. La riforma dell’intelligence voluta da Trump 2.0 è al tempo stesso un’operazione politica contro i suoi nemici interni e una trasformazione strutturale che potrebbe cambiare il modo in cui Washington esercita la sua influenza nel mondo. Se sarà un ritorno al pragmatismo nazionale o un pericoloso indebolimento della capacità strategica, lo diranno i prossimi anni. Ma una cosa è chiara: mai come oggi l’intelligence USA è stata al centro della battaglia per l’anima della potenza americana.

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