Sul caso Sala l’ultimo capitolo dell’affaire Renzi-Belloni

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Alla vigilia della liberazione della giornalista Cecilia Sala dal carcere di Ervin, in Iran, l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha commentato a L’Aria che Tira l’addio di Elisabetta Belloni dal Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza di Palazzo Chigi, l’organo di coordinamento dei servizi italiani di intelligence, definendolo “una pessima notizia per il Paese”. Il 7 gennaio Renzi ha commentato l’addio di Belloni sottolineando che “sarebbe stata preziosa in questa vicenda”.

Il 9 gennaio Sala è stata liberata, tre giorni dopo l’annuncio dell’addio di Belloni al Dis (l’ha sostituita il prefetto Vittorio Rizzi) e l’audizione del sottosegretario Alfredo Mantovano al Copasir, l’organo parlamentare di supervisione sui servizi segreti. Un dato che, unitamente al ruolo primario svolto dall’Aise di Giovanni Caravelli nella vicenda-Sala, permette di ricostruire una lettura diversa da quella proposta dal senatore fiorentino.

Probabilmente, l’accordo per liberare Sala è stato confezionato prima dell’Epifania, con coordinamento tra diplomazia e intelligence, e dopo che Giorgia Meloni è volata a Mar-a-Lago per ottenere l’assenso del presidente eletto Usa Donald Trump a una trattativa con Teheran potenzialmente implicante il caso di Mohammed Abedini, l’ingegnere svizzero-iraniano arrestato quasi un mese fa a Malpensa, si sono annunciate le dimissioni di Belloni, è avvenuta l’audizione di Mantovano e si è svolto il viaggio del Falcon 900 dei servizi segreti con Caravelli a bordo che ha riportato a casa la giornalista de Il Foglio.

Intelligence e politica, il legame cavalcato da Renzi

Le parole di Renzi mostrano un tentativo di aprire un cuneo tra politica e intelligence che, una volta di più, passa per un commento riguardante Elisabetta Belloni. L’ambasciatrice nominata nel 2021 da Mario Draghi direttrice del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, già capa dell’Unità di Crisi e Segretario Generale della Farnesina, nonostante le parole al miele usate dall’ex premier il 7 gennaio (l’ha definita “una signora professionista”) è stata in passato chiamata in causa in maniera scomposta da Renzi due volte.

Nel primo caso, gennaio 2022, quando Lega e Movimento Cinque Stelle proposero Belloni come candidata a succedere a Sergio Mattarella al Quirinale. Nel secondo, ad aprile scorso, quando la diplomatica romana è stata nominata sherpa del G7 da parte del governo Meloni. In entrambe le occasioni, Renzi mostrò apertamente la smodata attenzione per il mondo dei servizi segreti che l’ha accompagnato da quando è uscito da Palazzo Chigi nel dicembre 2016.

Nel 2022 Renzi si schierò contro l’opzione di eleggere al Colle la Belloni, in quanto sarebbe risultato inopportuno scegliere come presidente della Repubblica il “capo dei servizi segreti”. Parliamo di un’affermazione decisamente distante dalla realtà, dato che il Dis diretto da Belloni dal maggio 2021 non è la cuspide dei servizi segreti ma un dipartimento di Palazzo Chigi chiamato a un’opera di coordinamento che risponde direttamente al Presidente del Consiglio come la Legge 124/2007 che norma i servizi segreti ben chiarifica. Le due agenzie, Aisi e Aise, coordinano con Dis e la leadership politica la propria linea operativa, ma con margini di manovra nell’applicazione concreta della stessa.

Aprile 2024, il G7 di Belloni e le critiche (fuori fuoco) di Renzi

Ma non solo nel 2022 si è espressa la vivacità dell’ex presidente del Consiglio su Belloni e l’intelligence. Anche ad aprile, quando Meloni ha scelto Belloni per il G7, Renzi si è occupato dell’ambasciatrice. “Mi chiedo perché si debba mettere Belloni a capo degli sherpa del G7. Non c’è mai stato un capo della Cia a capo degli sherpa del G7. C’è qualcosa che non va”, disse Renzi in Senato in quell’occasione. Compiendo un errore di valutazione che non dovrebbe manifestarsi quando a parlare è un ex capo di governo.

Per i motivi detti in precedenza, infatti, il Dis non è paragonabile alla Cia, ma è piuttosto l’equivalente dell’Office of Director of National Intelligence (Odni) degli Stati Uniti d’America. Ma così facendo Renzi ha paventato un qualche tipo di legame, sottobanco, tra politica e intelligence, sottolineando un ruolo ambiguo della direttrice del Dis con cui è furente da quando, nel 2021, mise il faro sui suoi rapporti con l’ex alto funzionario dell’intelligence Marco Mancini, che fu da lei pensionato.

Renzi ai tempi era reduce da un lungo anno di querelle con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con cui si scontrò ai tempi della coalizione M5S-Partito Democratico-Italia Viva-Liberi e Uguali (il “governo giallorosso” Conte II) per il rifiuto dell’avvocato pugliese divenuto premier di nominare un’autorità delegata alla sicurezza della Repubblica e accusando il capo del governo di gestire in sintonia col predecessore di Belloni al Dis, Gennaro Vecchione, gli apparati d’intelligence.

Segno che Renzi conosce bene le linee di comando dei servizi, che del resto nella sua era a Palazzo Chigi hanno visto sotto la regia dell’autorità delegata Marco Minniti una fase di indubbio dinamismo.

I servizi prima e dopo Renzi

Già titolare dall’incarico nel precedente governo Letta Minniti, profondo conoscitore dell’intelligence e già figura di riferimento nel settore, garantì un periodo di stabilità e discrezione alle agenzie di sicurezza italiane. In sinergia con Giampiero Massolo, all’epoca direttore del Dis, e Alberto Manenti, capo dell’Aise, Minniti consolidò una leadership operativa che si distinse per un approccio pragmatista e a basso profilo. Questo biennio fu caratterizzato da una concentrazione delle attività sui temi centrali per la sicurezza nazionale: il contrasto al terrorismo, la vigilanza sul teatro libico, il supporto alla politica estera nel Mediterraneo, e la lotta alla criminalità organizzata.

A perturbare la discrezione dei servizi fu il tentativo di Renzi di affidare a un’agenzia neo-costituita guidata dall’imprenditore Marco Carrai, a lui molto legato, la cybersicurezza nazionale. Ipotesi contrastata da buona parte delle forze politiche e anche dal presidente Mattarella che segnò l’inizio del distacco tra Renzi e l’intelligence, a cui dopo l’uscita da Palazzo Chigi il senatore fiorentino ha fatto seguire una serie di mosse che più volte hanno portato i servizi sotto riflettori mediatici e politici indesiderati.

Nel 2022 e nel 2024 i due “casi Belloni” hanno mostrato una rivalità personale che Renzi ha promosso con frecciate e manovre che hanno fatto trasparire l’impressione di un’immagine ambigua, quasi sulfurea, del mondo dei servizi e del rapporto col potere di un’istituzione che necessita, invece, di operare con discrezione e nel silenzio. A suo modo, concedendo l’onore delle armi a Belloni in occasione del suo addio e paventando un “pessimo segnale per il Paese” dalle sue dimissioni, Renzi ha, in maniera analoga, lanciato un sasso nello stagno. Ipotizzando una rottura interna all’apparato che, però, è stata smentita dai fatti: Cecilia Sala è a casa e lo è grazie a un lavoro combinato di diplomazia e intelligence a cui il basso profilo ha dato concretezza. Altro che “pessimi segnali”. Ora Renzi e Belloni sono entrambi due “ex”. Un ex premier e un’ex direttrice del Dis. Su chi abbia dimostrato più senso delle istituzioni e riservatezza riguardo l’intelligence è difficile dubitare…