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La guerra senza limiti di Israele prosegue e Benjamin Netanyahu, con l’attacco a Doha, ha usato l’estensione delle operazioni di Tel Aviv per riaffermare la sua centralità nel potere dello Stato Ebraico e compiere una manovra di “divide et impera” tra i cruciali servizi segreti del Paese, così da consolidare il suo potere.

Politica e intelligence dell’attacco in Qatar

Non sfugge agli occhi degli osservatori più attenti il fatto che a compiere l’operazione contro i negoziatori di Hamas riunitisi nella capitale del Qatar per discutere il piano di pace americano per Gaza sia stato, insieme all’Israel Defense Force, nientemeno che l’Israel Security Agency, lo Shin Bet, servizio segreto interno dello Stato Ebraico.

Quest’ultimo ha nominalmente responsabilità per le attività di Gaza, ma è quantomeno inusuale che venga presentata esplicitamente la sua operatività, specie in un contesto tanto critico, a scapito del ramificato Mossad, titolare delle operazioni all’estero e che negli ultimi mesi ha avuto molto da fare, dal Libano all’Iran, per aumentare la proiezione di Israele in campo militare.

Lo Shin Bet è sceso in campo, e non ne ha fatto mistero. Una foto diffusa online mostra Netanyahu insieme a “Mem”, il vicedirettore senza volto che gestisce formalmente l’agenzia dopo la fine del mandato dell’ex direttore Ronen Bar, mentre coordina l’operazione in Qatar condotta dall’aviazione di Tel Aviv.

Bar si era scontrato con Netanyahu in primavera proprio per ragioni legate al Qatar, avendo aperto delle indagini anticorruzione per sospette infiltrazioni di Doha nell’entourage del premier tramite donativi e favori. Da qui un tira e molla politico e legale, con il tentativo di licenziamento da parte del premier sospeso dalla magistratura che è poi sfociato nella fine naturale del mandato di Bar a giugno. Per tre mesi la carica di direttore è stata formalmente vacante per la mancanza di un sostituto ufficiale di Bar.

Netanyahu aveva inizialmente pensato di sostituirlo con il viceammiraglio Eli Sharvit, ex comandante della Marina, criticato però dai suoi fedelissimi di estrema destra in quanto privo del necessario pedigree ultranazionalista. La scelta è caduta su David Zini, generale dell’esercito vicino ai movimenti messianici, allertato a fine maggio e della cui nomina Netanyahu ha, nella giornata odierna, avvertito i comitati consultivi del governo, aprendo la strada al suo effettivo insediamento.

Lo Shin Bet sconfessa il Mossad

Tutto questo dopo aver messo in campo una vasta operazione in cui lo Shin Bet, che risponde direttamente al premier, è stato protagonista. Come a dire che una nuova fase è stata inaugurata, che un’organizzazione in passato operante proprio per indagare sull’entourage del premier è tornata all’alveo, che lo Shin Bet si allinea a Netanyahu. Colpire Hamas in Qatar non è solo una mossa avventata sul piano politico-militare, ma anche un segnale di espansione del potere dello Shin Bet a scapito del Mossad del direttore David Barnea, architetto dell’infiltrazione dell’agenzia in Iran e della spettacolare operazione dei cercapersone contro Hezbollah che però sul fronte dei rapporti col Golfo è sempre stato un pragmatico.

Ieri sul Washington Post David Ignatius , citando fonti di Doha, ha scritto che Barnea aveva assicurato nelle scorse settimane il Qatar che il Mossad non aveva intenzione di colpire Hamas sul suo territorio, a coronamento di una lunga operazione diplomatica che da un anno vede il direttore dell’agenzia estera di Tel Aviv attivo nel confrontarsi col Golfo, nel tentativo di espandere gli Accordi di Abramo che il Mossad supportò quando furono introdotti, e nell’incontrarsi più volte con i vertici dell’intelligence e della diplomazia di Usa, Egitto e Qatar per coordinare gli sforzi diplomatici.

La fine del mandato di Bar, il compattamento del Paese sugli attacchi ad Hamas in Qatar e la fedeltà dei nuovi vertici dello Shin Bet hanno offerto a Netanyahu l’occasione propizia per tornare a governare a suo modo i servizi. Netanyahu ha messo a lungo Bar contro David Barnea prima del 7 ottobre 2023, contribuendo al caos che ha prodotto gli attacchi di Hamas, sfruttando diplomaticamente la divisione tra i servizi e vedendo come fumo negli occhi la formazione di una linea di pragmatismo e realismo tra i due direttori e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant dopo lo scoppio della guerra di Gaza.

L’autonomia del Mossad

Il Mossad resta una repubblica autonoma nella geografia del potere di Netanyahu: troppo strategico, troppo importante, troppo potente per esser scalfito, il servizio è strutturalmente legato agli apparati internazionali di altri Paesi, come gli Usa, e non può essere “colonizzato”.

Una nomina come quella di Zini, al Mossad, sarebbe semplicemente impossibile e, inoltre, è probabile che Netanyahu inizi a guardare di traverso le palesi ambizioni politiche di Yossi Cohen, predecessore di Barnea in carica dal 2016 al 2021, amatissimo dai suoi uomini e dall’opinione pubblica. Barnea vedrà il suo mandato scadere nel 2026, stesso anno in cui in Israele si tornerà a votare in un’elezione in cui Netanyahu potrebbe essere sfidato dal suo ex Consigliere per la sicurezza nazionale e spymaster.

Meglio premunirsi, avrà pensato Bibi, blindando la fedeltà dello Shin Bet, prima con un’operazione spettacolare che manda un messaggio anche allo spazio d’azione del Mossad e poi confermando la nomina di Zini. L’intelligence è potere, e Netanyahu lo sa. E il potere, per Bibi, è un fine, prima ancora che un mezzo. Anche se consolidarlo può portare a danneggiare, come già successo, la sicurezza e la posizione internazionale di Israele.

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