Richard Moore non si ferma nella sua missione di rafforzare l’identità dei servizi segreti britannici. Il direttore dell’MI6, il Secret Intelligence Service di Sua Maestà titolare delle operazioni per l’estero, ha lanciato nella giornata de 3 dicembre un messaggio chiaro: le persone con disabilità sono benvenute a Vauxhall Cross, sede degli eredi di 007. Un modo per celebrare la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, e non solo.
“La disabilità non è un freno per lavorare o avere successo qui”, dice l’ambasciatore Moore, a capo dell’MI6 all’insegna della continuità tra governo conservatore e nuovo esecutivo laburista. “Chief” ricorda poi che “il nostro primo direttore era disabile”, facendo riferimento al fatto che Sir Mansfield George Smith-Cumming, capo del Sis dal 1909 alla morte avvenuta nel 1923, dovette convivere a lungo con la paralisi a una gamba indotta da un incidente automobilistico.
Moore, che ha promosso da tempo una comunicazione aperta e trasparente di parte delle attività del suo servizio, ha molto a cuore l’immagine di un apparato securitario inclusivo. Ma guai a pensare a questo come a una forma di “politicamente corretto” o a semplici atteggiamento da anime belle. L’inclusività, in un servizio segreto, è strategica. E così come da un lato le società moderne si posso pesare nel loro grado di sviluppo sociale dalla capacità di rimuovere le barriere per l’affermazione e l’emancipazione delle persone colpite da forme di disabilità e malattie invalidanti, dall’altro un moderno servizio segreto non può non pensare come strategici diversi modi di leggere il mondo.
Per questo l’MI6, da sempre modello per le intelligence occidentali, da tempo aumenta il reclutamento tra le minoranze. E per questo, oltre ogni pregiudizio, anche quelle che un tempo dalla società benpensante potevano essere viste come disabilità invalidanti o handicap diventano punti di forza. Valorizzare quella che viene chiamata neurodiversity è fondamentale. Moore aveva già lanciato la sfida nei mesi scorsi: nella giornata del 18 marzo è arrivata dall’erede del “C” di James Bond l’invito al servizio affinché valorizzasse il ruolo dei funzionari con diagnosi di autismo e disturbo di attenzione e iperattività (ADHD) nell’intelligence britannica.
Al valore sociale e umano della promozione della diversità e al rispetto verso coloro che hanno difficoltà, questa strategia aggiungerebbe alle spie di Sua Maestà anche la possibilità di sfruttare al meglio le capacità intellettuali e mentali di figure con peculiari sindromi come autismo e ADHD. Lo stesso si può dire di quelle persone che hanno patologie invalidanti su altri fronti: il lavoro delle spie non è solo quello degli agenti sul campo, c’è anche un’ampia possibilità di lavoro negli apparati, negli uffici, nelle centrali d’elaborazione dati.
L’intelligence, questa è la dottrina di Moore, o si trasforma in spaccato della società, rappresentandone ogni sua peculiarità, o resta indietro. Ormai il James Bond tradizionale, un uomo borghese, figlio del ceppo dominante della nazione, senza problemi economici, arrembante e ben inserito nei salotti buoni, è pressoché sovrabbondante e non rappresentativo della neurodiversity e delle altre peculiarità che forme diverse di intelligenza o di percezione del mondo permettono di sviluppare. L’intelligenza dell’intelligence sta nell’includere il diverso, per meglio comprendere il mondo attorno a sé: il SIS/MI6 ne è maestro da decenni. E ora prosegue su ogni frontiera. Perché la diversità è una ricchezza e uno stimolo. E di stimoli vivono l’intelligence e le intelligenze. Sia quelle mainstream, sia quelle eterodosse. Della cui visione c’è uno straordinario bisogno a ogni livello per capire contesti sempre più complessi.