Disastro sfiorato, atto doloso: la perizia compiuta in Grecia sulla petroliera Seajewel, la nave battente bandiera maltese squarciata da un’esplosione mentre era all’ancora tra Savona e Vado Ligure nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 2025, ha portato forti elementi a sostegno dell’ipotesi dell’origine dolosa dei fatti.
Seajewel, i periti: fu un atto doloso
I test tecnici condotti su mandato della Procura di Genova dall’ingegnere navale Alfredo Lonoce e dall’ispettore Federico Canfarini, responsabile del Nucleo Artificieri della Polizia di Stato di Genova, hanno rilevato tre elementi chiave. In primo luogo, gli ordigni utilizzati per compiere il sabotaggio sono di tipo militare, per la precisione delle mine temporizzate che possono consentire di dilazionare il tempo dell’esplosione di almeno una settimana. In secondo luogo, secondo quanto riporta la testata e emittente ligure Primocanale, è plausibile che gli ordigni siano stati piazzati quando la nave si trovava in un porto, non necessariamente quello di Savona. Infine, solo uno dei due ordigni è esploso, l’altro era difettoso.
Questo ha evitato danni eccessivi e il doppio scafo ha protetto la petroliera dal perdere parte del suo carico, fatto che avrebbe causato un vero e proprio disastro ambientale alle porte dell’Italia, nel cuore del Mar Ligure, importante riserva di biodiversità per una ricca e complessa fauna, a partire dai cetacei. La questione che si pone, però, è di importante natura politica. E si inserisce nel quadro della competizione a tutto campo che ruota attorno un conflitto, quello ucraino, le cui conseguenze si irradiano fin nel Mediterraneo.
La Seajewel, costruita nel 2013, aveva fatto parlare di sé perché sospettata di essere parte di quella “flotta ombra” russa utilizzata per trafficare petrolio bypassando le sanzioni occidentali a Mosca. L’ipotesi del sabotaggio, dunque, rimanda chiaramente a questo teatro: la Seajewel nel 2024, molto spesso, ha fatto sponda a Novorossiysk, in Russia, e a Ceyhan, in Turchia, lasciando sospettare molti osservatori della possibilità di un suo coinvolgimento nel commercio di petrolio clandestino da parte di Mosca. Va sottolineato che questo coinvolgimento non è mai stato provato né c’è stata la pistola fumante a riguardo, ma è tutto fuorché improbabile pensare che l’attentato alla nave abbia la sua matrice nella caccia, da parte dell’Ucraina e dei suoi alleati, alle esportazioni di greggio che finanziano la guerra d’aggressione russa.
Ingerenze esterne contro la Seajewel
E qui ci chiediamo: non sarebbe politicamente doveroso, da parte dell’Italia, di fronte al sospetto di ingerenze esterne per un attentato contro una nave che, alla lettera, appartiene a uno Stato dell’Unione Europea chiedere conto e ragione di ciò che è successo? E non sarebbe, forse, necessario partire capendo con l’Ucraina alleata e ampiamente sostenuta dall’Italia nella sua difesa se non sia stata superata una linea rossa mettendo a rischio la sicurezza di vite umane, ambiente e ordine pubblico con un atto del genere?
Citiamo l’Ucraina perché è evidente che, qualora l’ipotesi dolosa fosse confermata, i primi sospettati sarebbero o Kiev o il cerchio stretto dei partner più attivi del Paese sotto attacco. Nel 2025 altre due petroliere simili alla Seajewel, la Seacharm, colpita vicino Ceyhan, e la Grace Ferrum, nave battente bandiera liberiana danneggiata vicino alla Libia, sono state soggette ad attacchi con dispositivi simili. Negli stessi mesi si erano verificati gli affondamenti del mercantile Ursa Major al largo della Spagna il 24 dicembre 2024 e della superpetroliera da 16.4000 tonnellate Koala, il 9 febbraio 2025.
L’ombra degli attacchi ucraini
La società di sicurezza Ambrey ha parlato dell’operato di “un attore statale non identificato che prendeva di mira le navi che facevano scalo nei porti petroliferi russi”, mentre il quotidiano specializzato in notizie sulla navigazione Lloyd’s List commentò apertamente che “sebbene tale rapporto non abbia indicato l’Ucraina come responsabile, le conversazioni private tra analisti della sicurezza, sia privati che governativi, hanno sempre menzionato attori ucraini come probabile e potenziale fonte delle esplosioni” e sottolineava l’ansia degli armatori navali, per i quali “la mancanza di un movente chiaro o di una fonte confermata degli attacchi renda difficile la valutazione del rischio per ogni singola nave”. Ci sono tutti i presupposti per parlare di una campagna a tutto campo contro le presunte attività di aggiramento delle sanzioni dietro la quale non è difficile pensare ci possa esser stata una regia comune.
Davide Bartoccini su queste colonne aveva già ipotizzato l’idea dell’intervento di un commando ucraino contro la Seajewel, che avrebbe potuto anche operare in altri porti. Prima di arrivare a Savona, la Seajewel aveva fatto tappa a Fos-sur-Mer, vicino Marsiglia in Francia, dall’1 al 3 febbraio, per poi toccare Arzew, vicino Orano in Algeria, da cui partì l’11 febbraio con un carico petrolifero. Qui avrebbero potuto essere piazzate le mine temporizzate, con tempi d’attivazione dilatabili fino a 7-9 giorni. Chi ha posto le mine sapeva che la nave sarebbe attraccata in Italia? Su che basi si è definita la Seajewel un obiettivo militare? Come sono evolute le strategie contro la flotta ombra russa e i suoi presunti vascelli nell’ultimo anno? Roma ha cercato di muoversi politicamente per capire gli accaduti?
Se a colpire sono stati gli ucraini, su ordine del governo o per iniziativa di gruppi del Sbu e degli altri apparati d’intelligence, l’Italia ha parlato con il partner sotto attacco? Sostenere Kiev è legittimo e doveroso, ma anche per gli alleati devono valere linee rosse capaci di evitare di provocare effetti-domino nella risposta a un’aggressione russa che l’Europa ha l’interesse non diventi guerra senza limiti. E fare chiarezza sul caso Seajewel è un passo decisivo.
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