Il lavoro di Liuva Capezzani si colloca nel cuore di una trasformazione epocale della sicurezza. “Salute e sicurezza. Prospettive interdisciplinari di interesse per l’approccio One Health allargato e l’Intelligence” (Armando, 2025) è un libro che, più che descrivere, ridefinisce i confini della sicurezza moderna. L’autrice costruisce un’architettura teorica in cui salute fisica, mentale, sociale e ambientale diventano parte di un’unica matrice di vulnerabilità e di resilienza. La sicurezza, dunque, non è più il contrario della guerra, ma la capacità di mantenere in vita i sistemi vitali – biologici, cognitivi e relazionali – che permettono a una società di esistere e di pensare.
L’opera prende avvio dalla constatazione che la tradizionale distinzione tra safety e security è ormai superata. La prima protegge dai rischi non intenzionali, la seconda dalle minacce intenzionali. Ma nell’epoca delle pandemie, degli attacchi informatici e della disinformazione sistemica, le due dimensioni si fondono. Capezzani propone un modello di One Health allargato, che estende la triade classica (salute umana, animale, ambientale) alle dimensioni psicologiche e cognitive. L’intelligenza collettiva, la fiducia istituzionale, la coesione sociale diventano elementi strutturali della sicurezza nazionale. Proteggere un sistema sanitario o una rete digitale non basta: occorre proteggere il sistema di significati e relazioni che li rende funzionanti.
Questa impostazione si radica in una visione antropologica profonda del potere e del controllo. Capezzani ripercorre la genealogia delle forme di dominio: dall’Ontopower della trascendenza all’Egopower individuale, dal Biopower che regola i corpi allo Psicopower che plasma le menti. La novità del nostro tempo, segnato da reti digitali e manipolazione simbolica, è che la guerra si combatte ormai sulla percezione. La “guerra cognitiva” non ha più confini tra vero e falso, civile e militare, pace e conflitto: tutto è informazione e tutto è vulnerabile. Tuttavia, Capezzani rifiuta la riduzione della difesa a una semplice “guerra delle menti”. Difendere la mente, sostiene anche nell’articolo su Formiche, significa difendere l’habitat relazionale e simbolico che la rende possibile. Non basta addestrare al pensiero critico: occorre rigenerare fiducia, appartenenza e linguaggi condivisi.
Questo passaggio segna la svolta concettuale più importante: la sicurezza cognitiva deve diventare salute sistemica. La mente è un prodotto collettivo, non una fortezza individuale. Quando si indeboliscono la fiducia sociale, la coesione comunitaria e la qualità della comunicazione pubblica, la mente collettiva si ammala. Diventa solitaria, vulnerabile, incapace di discernere. In tal senso, Capezzani si inserisce nella tradizione di Vygotskij, Liotti e Gallese, unendo neuroscienze, psicologia relazionale e teoria dei sistemi.
Nel terzo capitolo, l’autrice sposta la prospettiva sulla dimensione sociologica della sicurezza. Lo Stato resta attore fondamentale, ma la sicurezza non è più solo monopolio statale: si costruisce dal basso, attraverso reti di comunità e sistemi locali di resilienza. L’idea di salute adattativa diventa chiave di lettura: una società è sana quando riesce a riorganizzarsi dopo un trauma, integrando l’evento critico nella propria identità collettiva. Senza fiducia, senza trasparenza comunicativa, la coesione si sfalda e il rischio si amplifica. La salute mentale collettiva è dunque il vero indicatore della stabilità democratica.
Capezzani introduce un concetto che percorre tutto il libro: la sicurezza è una relazione di fiducia. Quando il legame tra cittadino e istituzione si rompe, il terreno diventa fertile per la manipolazione, la radicalizzazione e l’instabilità. Da qui la necessità di politiche pubbliche che agiscano sulla dimensione psicologica e relazionale. È qui che la riflessione teorica del volume si intreccia con la proposta dell’articolo Oltre la guerra cognitiva, dove Capezzani delinea una “politica della mente pubblica”. L’autrice immagina una Pubblica Amministrazione che diventi infrastruttura di fiducia e alfabetizzazione cognitiva, una vera intelligence relazionale capace di integrare dati, emozioni e cultura.
Il quarto capitolo segna il punto d’incontro tra psicologia e sicurezza. La sicurezza non è solo protezione fisica, ma condizione emotiva che permette di pensare e di agire. Capezzani richiama la piramide di Maslow e la teoria dell’attaccamento di Bowlby per mostrare che il bisogno di sicurezza è il fondamento di tutti gli altri bisogni umani. Senza fiducia, l’uomo non esplora, non innova, non partecipa. L’autrice distingue con precisione fra “psicologia della sicurezza” – l’uso delle leve psicologiche come arma offensiva – e “sicurezza psicologica” – l’ambiente relazionale che consente di pensare senza paura. È una distinzione di straordinaria attualità, che sposta la discussione dalla manipolazione alla cura. L’intelligence del futuro, scrive, non dovrà solo prevenire minacce, ma coltivare fiducia, riconoscimento e stabilità emotiva.
Nel quinto capitolo, Capezzani porta la riflessione nel campo della criminologia, mostrando come la devianza e la paura siano costruzioni cognitive. Il rischio non è un dato, ma un racconto condiviso. Le paure collettive, amplificate dai media, producono realtà sociali: determinano politiche, orientano comportamenti, modificano i rapporti di potere. In questo contesto, la criminologia deve dialogare con la psicologia e con l’intelligence per leggere i segnali emotivi della società. Nasce così il concetto di Sentiment Intelligence, la capacità di analizzare e interpretare le emozioni pubbliche come indicatori di rischio e di coesione. Rabbia, fiducia, rassegnazione o entusiasmo diventano termometri dello stato psichico nazionale.
Il sesto capitolo approfondisce questa intuizione. La Sentiment Intelligence diventa una disciplina ibrida, a cavallo tra analisi dei dati, psicologia collettiva e salute pubblica. L’autrice sostiene che la resilienza cognitiva deve essere trattata come un bene pubblico, alla pari della sanità o della sicurezza alimentare. Una mente collettiva esposta a narrazioni tossiche o a linguaggi violenti si ammala come un corpo esposto a virus. Proteggere la mente sociale significa garantire ambienti educativi coerenti, comunicazione etica, spazi di fiducia reciproca. Le istituzioni devono quindi sviluppare capacità di lettura empatica delle emozioni collettive, superando la sterile tecnocrazia dell’algoritmo.
Il settimo e ultimo capitolo rappresenta la sintesi politica e strategica del pensiero di Capezzani. La Medical Intelligence (MEDINT) diventa qui il punto d’incontro tra salute, sicurezza e governance. Non più una branca specialistica della difesa, ma un paradigma operativo in cui confluiscono bioscienze, dati psicologici e cultura civica. La nuova intelligence deve essere ecologica, capace di integrare i segnali biologici, sociali e cognitivi in un’unica mappa di prevenzione. Capezzani parla di intelligence del sistema, una struttura che non sorveglia ma connette, che non impone ma rigenera. La sicurezza democratica si fonda sulla qualità della mente collettiva: la fiducia, la coerenza del linguaggio, la salute mentale diventano i nuovi indicatori di forza nazionale. In questa prospettiva, il “Consiglio di Sicurezza Nazionale per le minacce ibride” di cui discute nel suo articolo non sarebbe un organo di controllo, ma di psico-intelligence, volto a preservare la mente ecologica della comunità e la resilienza simbolica del sistema.
Capezzani conclude con una visione etica: l’interesse nazionale coincide con la capacità di un Paese di proteggere le condizioni della propria pensabilità. Una Repubblica che investe nella fiducia, nella salute mentale, nella coesione culturale difende non solo la verità, ma la possibilità stessa di un futuro condiviso. La sicurezza, così, si trasforma da strumento di controllo a progetto di cura. Non si tratta di sorvegliare la mente, ma di mantenerla viva, creativa, connessa.
In definitiva, il pensiero di Liuva Capezzani propone una ridefinizione umanistica della sicurezza: dalla difesa militare alla salute sistemica, dall’intelligence dei dati all’intelligence delle relazioni, dal potere sulla mente alla responsabilità verso la mente collettiva. È una rivoluzione silenziosa ma profonda, che restituisce alla politica, alla cultura e alla scienza il loro compito originario: garantire la sopravvivenza non solo dei corpi, ma del pensiero stesso come bene comune.
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