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Raccontare lo spin-off italiano del Russiagate (anche se sarebbe più corretto parlare del filone principale, dal momento che è qui ad essere nata la vicenda) significa raccontare una (spy) storia di fantasmi. Tale è infatti dal 2017 il professore maltese Joseph Mifsud, ma tali sono – per ragioni e in modalità diverse – altri attori secondari che in questa storia hanno avuto un ruolo.

Una spy-story rimossa

Stiamo parlando di una vicenda che ha tenuto banco sui media di tutto il mondo non più di sette anni fa, con strascichi anche più recenti. Eppure sembra di affrontare un argomento perso nelle nebbie del tempo, una storia rimossa a forza dalla memoria e dalle coscienze di quanti – loro malgrado – ci si sono trovati più o meno coinvolti.

Nel frattempo, alla Link Campus, l’università fondata dall’ex ministro Vincenzo Scotti, dove Mifsud ha ricoperto alcuni incarichi, sono cambiate diverse cose. I professori di oggi – che abbiamo tentato di approcciare – o non ricordano o non vogliono parlare. “È una storia ancora troppo fresca”, ci fa sapere un intermediario “non è vero che non si ricordano, temono ripercussioni in ambito professionale”. Una conferma di quanto il filone italiano del Russiagate sia ancora materia radioattiva.

Gli altri “fantasmi”

Parlando di fantasmi, a parte Joseph Mifsud che tanto dalla procura di Agrigento, quanto da fonti di intelligence danno come morto in altissima percentuale (ma speriamo ovviamente si sbaglino), quali sono le altre persone che hanno fatto perdere – almeno per ora – le loro tracce?

Il primo è l’avvocato svizzero Stephan Roh. Abbiamo tentato senza successo di contattarlo, ma non ha risposto né alle mail, né alle telefonate. Sarebbe interessante, a distanza di tempo, sentire cosa pensa riguardo l’assenza del suo assistito e a questo “ritorno di fiamma” negli Stati Uniti, dove alcuni deputati repubblicani vicini all’ex presidente Donald Trump hanno deciso di “riaprire” il caso e porre delle domande su chi fosse effettivamente il professore e dove sia finito.

Il secondo è Nagi Idris. E qui le cose si fanno più interessanti. Come già raccontato su insideOver da Roberto Vivaldelli nel 2019, Nagi Idris è la persona ad aver messo in contatto Joseph Mifsud con George Papadopoulos.

Il faccendiere evaporato

È il marzo 2016, siamo a Roma, tra le stanze e i corridoio dell’università Link Campus avviene il primo incontro tra Mifsud e Papadopoulos. Un incontro assolutamente non casuale, almeno stando al racconto fatto da Papadopoulos, all’epoca consigliere della campagna di Donald Trump nella sua corsa alla Casa Bianca, in un libro intitolato Deep State Target.

A quell’epoca, Papadopoulos aveva da poco terminato una collaborazione con la London Centre of International Law Practice (Lcilp), un po’ studio legale, un po’ Think-Tank (per saperne di più, consigliamo la lettura di questo articolo di Roberto Vivaldelli). Ci collaborava anche Joseph Mifsud, ma i due a Londra non si erano mai incontrati. L’occasione viene però creata a Roma dal co-direttore della Lcilp, Nagi Idris, appunto.

Personaggio interessante, Idris. In Italia lo definiremmo un faccendiere – o businessman – ma il sospetto di chi l’ha conosciuto è che fosse anche qualcos’altro. Attorno a lui, inseriti nella Lcilp, una serie di personaggi a loro agio nel mondo dell’intelligence e degli affari ad altissimo livello. Fu lui – insieme ad altre persone – a insistere con Papadopoulos perché si recasse a Roma a conoscere il professor Mifsud. Secondo loro era l’uomo giusto per aprire diverse porte in giro per il mondo.

Un incontro importante, perché è da qui che nasce la spy-story conosciuta come Russiagate. Un mese dopo, ad aprile 2016, Mifsud confiderà a Papadopoulos di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer (a sua volta inserito nella London Centre of International Law Practice), che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti fra Donald Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti.

Ebbene, ad oggi anche di Nagi Idris sembrano essersi perse le tracce. Il suo ultimo Tweet risale al 2017:

Anche il suo profilo Linkedin è fermo a quell’anno. Cosa ancora più curiosa, ad essere evaporata sembra anche la London Centre of International Law Practice. Se infatti si va sul sito internet, si approda su una pagina che con lo studio legale non ha nulla a che fare. Abbiamo cercato di scoprire qualcosa di più, ma non c’è stato verso. Una nostra fonte dell’intelligence ci ha detto la sua: “sembra una classica operazione da servizi segreti: lancio il sasso (in questo caso scatenando Russiagate) e poi nascondo la mano (facendo sparire le tracce)”. La fonte magari si sbaglia. O magari no.

Spionaggio informatico Made in Italy (e forse non solo)

L’ultimo “fantasma” di questa storia è tutto italiano. E risponde al nome di Giulio Occhionero. Divenuto suo malgrado protagonista, insieme alla sorella, di una spy-story in salsa cyber esplosa nel gennaio 2017, quando venne arrestato a seguito di un’indagine della Procura di Roma.

Secondo il magistrato Eugenio Albamonte e secondo il Cnaipic [la sezione della Polizia Postale che si occupa di tutelare le infrastrutture critiche] era stato lui a creare e diffondere il malware EyePyramid, che nell’arco di un decennio aveva infettato i computer di privati, enti governativi, aziende e asset strategici per lo Stato [tutto era partito con una mail sospetta arrivata ad Eni].

Scarcerato dopo circa un anno di detenzione, Occhionero – che nel frattempo ha denunciato alla Procura di Perugia tutti: magistrato, vertici del Cnaipic e pure un consulente esterno della Procura – si è trasferito negli Emirati Arabi. In una memoria scritta, ma anche sui social network come X, ha sempre rivendicato la sua innocenza. Secondo la sua versione, si sarebbe trattato di un complotto ai suoi danni in quanto molto vicino – anche per storia famigliare – al Partito Repubblicano americano. La sua, insomma, è una storia da inserire a pieno titolo nel Russiagate.

Nell’ambito del processo di Perugia, la cui prossima udienza è fissata per il 9 luglio, dove ci saranno le discussioni finali di accusa, difesa e parte civile, Giulio Occhionero – dalla cui denuncia cui tutto ha avuto origine – è stato un “fantasma”. Non si è mai presentato. E da Abu Dhabi, dove vive e lavora, ha fatto sapere di aver perso interesse verso un procedimento che non ha tenuto conto delle sue indicazioni.

Un finale ancora aperto

Inutile dire che con questi presupposti, la parola “fine” a questa storia è ancora molto di là dall’essere messa. Prima o poi contiamo che qualche notizia sulla sorte di Joseph Mifsud arrivi alle nostre orecchie. Così come contiamo di poter scrivere ancora di Nagi Idris e della sua London Centre of International Law Practice. Insomma, di capitoli aperti ce ne sono ancora tanti. E le sorprese, ne siamo sicuri, non mancheranno.

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