Un signore di spalle guarda la città dall’alto dalla vetrata di un palazzo. Forse è il suo appartamento o forse l’ufficio. Non si capisce, perché la scena si sposta subito su un altro uomo che sfreccia in mezzo al traffico a bordo di una berlina nera. È poi il turno di una donna che recupera il suo computer da un negozio di informatica.
Si susseguono tante altre persone in una clip quasi hollywoodiana della durata di poco più di due minuti, con una voce narrante in inglese, sottotitoli a tutto schermo in mandarino e musica da film d’azione. Alla fine compare il logo della Cia.
È questo l’ultimo video pubblicato sui social media dalla Central Intelligence Agency statunitense per arruolare informatori cinesi che sappiano qualcosa di sensibile sul loro Paese.
La call to action è esplicita: “Questo video fornisce tutti i passaggi per contattare in modo sicuro la Central Intelligence Agency. Ecco alcuni aspetti da considerare prima e durante un contatto sicuro. La Cia vuole sapere la verità sulla Cina; stiamo cercando persone che sappiano e possano dire la verità”.
La Cia vuole informatori cinesi
La clip in questione è una sorta di vademecum contenente le istruzioni per mettersi in contatto con la Cia. È rivolta a potenziali informatori o fonti in possesso di approfondite conoscenze sulla Cina. Nel video il messaggio viene costruito come una sorta di guida ragionata.
Si parte dall’idea che prima di qualsiasi contatto sia necessaria una riflessione personale sul proprio ruolo, sul tipo di informazioni e sul loro reale valore (politico, militare, economico), ma soprattutto sui rischi potenziali, non solo per sé ma anche per le persone vicine. Viene ribadito un aspetto: l’agenzia sostiene di dare grande importanza alla protezione delle fonti e alla qualità delle informazioni, che devono essere autentiche e verificabili.
Una parte consistente del video è dedicata alla sicurezza operativa. Vengono comunicati accorgimenti per ridurre la tracciabilità, come collegarsi da luoghi pubblici e lontani dalla routine quotidiana, evitare dispositivi e account personali, non lasciare tracce digitali evidenti. Si insiste sull’uso di navigazione anonima, sulla cancellazione della cronologia e sull’adozione di strumenti pensati per nascondere identità e posizione online (come Vpn o reti anonime).
Viene poi descritto l’uso del browser Tor per accedere a versioni anonime dei siti, la creazione di account email che non rimandino in alcun modo all’identità reale e l’accesso ai canali ufficiali della Cia tramite moduli sicuri o piattaforme crittografate.
Quando si parla dei contenuti da inviare, il tono resta pragmatico: si suggerisce di fornire materiali concreti – documenti, immagini, descrizioni dettagliate – spiegando che è preferibile essere chiari e sintetici. Il video lascia intendere che le informazioni verranno valutate e che un eventuale seguito avverrebbe sempre attraverso canali riservati. Viene infine suggerito di cancellare le tracce lasciate, di restare vigili rispetto a possibili segnali di sorveglianza e di attendere senza forzare ulteriori passi.

Perché agli Usa servono spie cinesi?
La Cia aveva già fatto qualcosa del genere. Lo scorso maggio, l’agenzia aveva lanciato – sempre sui social – un’audace campagna pubblica per convincere burocrati e funzionari cinesi scontenti a fare da “spioni” per conto degli Stati Uniti.
Il direttore dell’agenzia, John Ratcliffe, ha confermato che i video sono “volti a reclutare funzionari cinesi per rubare segreti”. Il ministero degli Esteri cinese aveva definito l’iniziativa “una palese provocazione politica” avvertendo che avrebbe adottato misure per contrastare “le attività di infiltrazione e sabotaggio“.
Ma che senso possono avere iniziative del genere? Semplice: Washington ha bisogno di occhi e orecchie, preferibilmente oltre la Muraglia ma anche tra i funzionari operativi all’estero (ambasciate, consolati, aziende strategiche), e ne ha bisogno perché vuole conoscere le reali intenzioni della Cina nel bel mezzo di tensioni crescenti.
Attenzione però, perché l’iniziativa rischia di avere lo stesso effetto di un buco nell’acqua. “La Cina è un bersaglio particolarmente difficile. Ha un sistema di sorveglianza molto robusto che rende molto, molto difficile mantenere i contatti con una risorsa”, ha spiegato ad ABC News Emily Harding, ex analista della dirigenza della Cia e ora direttrice del programma Intelligence, National Security and Technology presso il Center for Strategic and International Studies.
A proposito: negli ultimi due decenni gli Stati Uniti hanno riscosso clamorosi fallimenti nello spionaggio in Cina. Già, perché a partire dal 2010 Pechino avrebbe neutralizzato del tutto le operazioni Usa in Cina. Una dozzina di persone sarebbero state uccise e altre arrestate: ne abbiamo parlato qui.
“La Cina ha paralizzato le operazioni di spionaggio americane”, scriveva nel 2017 il New York Times. Da quando Xi Jinping, nel 2013, è diventato presidente della Cina, Pechino ha infatti smantellato, pezzo dopo pezzo, la rete cinese sulla quale poteva contare Washington. Il risultato? La Repubblica Popolare Cinese agli occhi di Washington si è trasformata in un buco nero.

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