Il GUGI, acronimo russo della Direzione principale per la Ricerca in profondità, è ancora poco noto al grande pubblico rispetto a sigle come FSB o GRU. Eppure, secondo numerosi analisti di intelligence, rappresenta uno degli asset più sensibili e strategici della Federazione Russa. Formalmente inserito nella Marina militare, gode di uno status particolare: il livello di segretezza delle sue attività è tale da farlo rispondere direttamente al ministro della Difesa e al presidente della Federazione. Il quartier generale si trova a San Pietroburgo, sul Baltico, ma il GUGI dispone anche di una base artica nella baia di Olenya Guba, la Baia dei Cervi, nella penisola di Kola, dove è concentrata la flotta russa di sottomarini nucleari strategici. La sua specializzazione riguarda sorveglianza, sabotaggio, ricognizione e operazioni tecniche subacquee ad altissima profondità. In questo settore, soltanto gli Stati Uniti possono vantare capacità comparabili. Alcuni osservatori identificano il GUGI anche con l’Unità Militare 40056, una struttura interna al ministero della Difesa distinta dalla Marina Militare. Dal 15 marzo 2021 il comando è affidato al viceammiraglio Vladimir Vladimirovich Grishechkin.
Le missioni attribuite al GUGI sono molteplici. In tempo di pace comprendono indagini sottomarine, mappature dei fondali, campionamenti geologici e raccolta dati utili anche a sostenere le rivendicazioni russe sulla piattaforma continentale estesa nell’Artico. Rientrano inoltre tra i compiti la localizzazione di infrastrutture sensibili, il posizionamento o recupero di oggetti sul fondo del mare, la manutenzione di sistemi subacquei militari e la sorveglianza clandestina. In caso di conflitto, queste capacità potrebbero tradursi in attacchi contro infrastrutture critiche occidentali: cavi internet, linee elettriche, oleodotti e gasdotti.
La flotta segreta di Mosca
Negli anni il GUGI è stato associato a una discreta flotta di unità di superficie e a una crescente componente subacquea che molti analisti definiscono la “flotta segreta” di Mosca. Si tratta di mezzi destinati alla guerra sottomarina, allo spionaggio e alle missioni speciali. Oltre ai sottomarini, il GUGI gestisce navi di superficie ufficialmente classificate come oceanografiche o da ricerca, ma considerate in Occidente piattaforme dual use. Tra queste figurano la Yantar e la Ladoga, spesso descritte come “navi spia”. Sono dotate di hangar per minisommergibili con equipaggio, veicoli telecomandati (ROV) e sistemi sonar avanzati.
La Yantar è probabilmente l’unità più nota. Negli ultimi anni è stata osservata in prossimità di cavi sottomarini e infrastrutture sensibili al largo di Irlanda e Regno Unito, ma anche nell’Atlantico, nel Mediterraneo e nel Golfo Persico. In almeno due occasioni ha operato sopra i relitti di velivoli della Marina russa precipitati nel Mediterraneo durante operazioni aeronavali. Per gli Stati Uniti, mezzi di questo tipo sarebbero in grado di impiegare droni e minisommergibili capaci di intervenire sui cavi a grandi profondità. Tra i sistemi associati figurano i minisommergibili classe Rus (Progetto 16810) e classe Konsul (Progetto 16811), entrambi progettati per immersioni estreme.
Sottomarini speciali e “navi madri”
Tra i battelli collegati al GUGI vi sono il Nelma (AS-23), considerato il primo sottomarino nucleare russo per operazioni speciali, due unità classe Paltus (AS-21 e AS-35), diversi classe Kashalot (AS-13, AS-15 e AS-33) e soprattutto il celebre Losharik (AS-31), mezzo con scafo in titanio capace, secondo varie fonti, di operare fino a 6.000 metri di profondità. Il battello rimase gravemente danneggiato in un incidente nel 2019. Accanto a queste piattaforme più piccole esistono grandi sottomarini convertiti in “navi madri”, le cosiddette “Stazioni sottomarine multifunzionali” o sottomarini spia russi considerati delle vere e proprie “stazioni in profondità” che verrebbero gestiti interamente dall’Unità 40056, dopo essere stati convertiti da sottomarini lanciamissili in degli asset che una volta rimossi i tubi di lancio e ai depositi dei missili, possono integrare le stive da 1.000 metri cubi che consentono di trasportare, posizionare o recuperare oggetti di grandi dimensioni sul fondale marino.
Tra le unità di maggiori dimensione compaiono il BS-136 e il BS-64, originariamente unità lanciamissili balistici Delta III e Delta IV. I tubi missilistici sono stati rimossi e gli scafi modificati con una sezione centrale dedicata a missioni speciali e con punti d’attracco per minisommergibili da profondità. Anche il K-329 Belgorod, derivato dalla classe Oscar II, rientra in questa categoria. Si tratta di una delle piattaforme più complesse della Marina russa, adattata per missioni speciali, trasporto di mezzi subacquei e impiego di sistemi autonomi.
Si ritiene inoltre che diverse unità, come il Belgorod, la maggiore delle unità sottomarine destinata a impiegare il siluro nucleare Poseidon, siano state operate dalla Direzione principale per la Ricerca in profondità prima di essere assegnate a alla Marina russa.
Droni subacquei e mezzi autonomi
Il GUGI disporrebbe inoltre di una gamma di veicoli subacquei senza equipaggio (UUV), lanciabili sia da navi di superficie sia da sottomarini madre. Tra questi viene spesso citato l’Harpsichord, piattaforma multi-missione capace di operare fino a circa 2.000 metri di profondità. Questi sistemi sono particolarmente rilevanti perché possono essere impiegati con discrezione, anche di notte, per ispezionare cavi, installare sensori, intercettare traffico dati o danneggiare infrastrutture senza un’immediata attribuzione politica o militare. È la dimensione classica della guerra ibrida: azioni ostili sotto la soglia del conflitto aperto che Mosca ha sempre negato di condurre o aver l’intenzione di condurre, ma delle quali viene continuamente accusata.
Le navi di superficie del GUGI
Il comparto di superficie comprende anche unità come la Evgeny Gorigledzhan (Progetto 02670), ex rimorchiatore di soccorso riadattato tra il 2016 e il 2022 presso il cantiere Yantar di Kaliningrad. Secondo diversi analisti, dovrebbe affiancare la Yantar in missioni di sorveglianza e intelligence marittima. Vi sono poi la Akademik Alexandrov (Progetto 20183), rompighiaccio multiuso destinato a operazioni artiche, la Vice Ammiraglio Burilychev (Progetto 22011), varata nel 2025 e ritenuta orientata alla sorveglianza delle infrastrutture sottomarine, e la Akademik Ageyev (Progetto 16450). Tra le piattaforme ausiliarie figurano inoltre la Zvezdochka e il bacino galleggiante Sviyaga, utilizzato per il trasporto e il supporto di minisommergibili e veicoli autonomi.
La minaccia alle infrastrutture sottomarine occidentali
Dal 2015 circa la NATO segnala un aumento dell’attività navale russa in prossimità di cavi sottomarini per telecomunicazioni ed energia, oltre che di oleodotti e gasdotti, nell’Atlantico settentrionale, nel Mare del Nord, nel Baltico e nel Mediterraneo. Le preoccupazioni manifestate a più risiere da Londra , da Washington e dell’Alleanza atlantica in generale, è che questa “sistematica attività di ricognizione” serva in realtà a costruire una mappa dettagliata delle vulnerabilità occidentali. In caso di crisi o guerra, Mosca potrebbe tentare di interrompere flussi di dati, energia e comunicazioni, attivando anche dispositivi eventualmente preposizionati sui fondali. Colpire le infrastrutture sottomarine significherebbe mettere sotto pressione economie nazionali, sistemi finanziari, reti energetiche e capacità militari. Ed è proprio in questo scenario che il GUGI rappresenta uno degli strumenti più sofisticati e meno visibili dell’apparato russo. Ovviamente, il Cremlino smentisce queste intenzioni e la conduzione di missioni che possono essere associati alle operazioni di guerra ibrida che interessano la famosa “zona grigia” che viene regolarmente citata dai governi occidentali. Ciò nonostante, da un quarto di secolo a questa parte, la Direzione principale per la Ricerca in profondità opera regolarmente negli abissi, sotto gli occhi di “quasi” tutti.