La decisione dei Paesi Bassi di ridurre la condivisione di informazioni sensibili con gli Stati Uniti segna un passaggio significativo nei rapporti transatlantici. A dichiararlo è stato Peter Reesink, direttore del servizio di intelligence militare MIVD, confermando che l’Aia sta valutando con maggiore cautela cosa condividere con Washington, in particolare sui dossier riguardanti la Russia. Questa scelta non è frutto di un improvviso strappo, ma il riflesso di una dinamica più ampia: la fiducia reciproca nel campo dell’intelligence, architrave dell’alleanza occidentale, è entrata in una fase di profondo ricalcolo.
La causa principale è politica. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, diversi Paesi europei percepiscono una minore prevedibilità strategica da parte degli Stati Uniti. Il nuovo corso dell’amministrazione americana, orientato a un dialogo più diretto con Vladimir Putin e a un disimpegno graduale dall’Europa, ha scosso le fondamenta di una cooperazione costruita per decenni su automatismi e fiducia politica.
L’erosione di Five Eyes e l’effetto domino
La diffidenza non riguarda solo i Paesi Bassi. All’inizio dell’anno erano già emerse tensioni sul futuro della rete Five Eyes, il sistema di cooperazione d’intelligence anglofona che include Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Alcuni analisti si sono chiesti se Washington potesse limitare il flusso di informazioni verso gli alleati o, al contrario, se Londra, Canberra, Ottawa e Wellington potessero considerare Washington un partner meno affidabile. La radice del problema sta in un precedente pesante: durante il suo primo mandato, Trump condivise con rappresentanti russi informazioni classificate che gli Stati Uniti avevano taciuto perfino ai partner più stretti.
La rete Five Eyes, storicamente fondata sull’allineamento politico e strategico, rischia ora di trasformarsi in un meccanismo più selettivo e meno automatico. Per gli europei, ciò significa due cose: un aumento della vulnerabilità strategica e la necessità di rafforzare le proprie reti di raccolta e analisi.
La politicizzazione dell’intelligence
Anche il capo dell’intelligence interna olandese AIVD, Erik Akerboom, ha sottolineato la crescente politicizzazione delle reti di intelligence. Questa dinamica, alimentata dai licenziamenti improvvisi di figure chiave negli apparati di sicurezza statunitensi, mina la stabilità operativa e solleva dubbi sulla tenuta istituzionale dei canali condivisi. Il caso di Timothy Haugh e Wendy Noble, rimossi dai vertici della National Security Agency e del United States Cyber Command, mostra come la sicurezza nazionale americana sia oggi esposta a scosse interne legate a logiche politiche.
La valutazione “caso per caso” che Akerboom evoca non è solo prudenza burocratica: è la testimonianza di una frattura di fiducia strutturale tra le due sponde dell’Atlantico.
Conseguenze strategiche per l’Europa
Dal punto di vista strategico, questa evoluzione obbliga l’Europa a prendere una decisione di fondo: continuare a dipendere da Washington come unico snodo di intelligence globale o accelerare la costruzione di un’infrastruttura autonoma. Alcuni tentativi, come il rafforzamento della European Union Intelligence and Situation Centre (INTCEN) e l’integrazione dei sistemi di analisi geostrategica in ambito UE, restano ancora frammentari e limitati. Ma il segnale olandese potrebbe fungere da catalizzatore per un nuovo equilibrio di potere informativo nel continente.
La riduzione della condivisione non equivale a un taglio netto, ma segna un cambio di priorità: difendere la sovranità informativa nazionale di fronte a un alleato percepito come meno affidabile. Per l’Europa, che si è abituata a considerare la sicurezza americana come un pilastro naturale, questa potrebbe essere una svolta storica.
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