L’intelligence di Mosca: come lavorano e si dividono i compiti le spie del Cremlino

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Tre servizi segreti, due nati dalle ceneri del famigerato KGB, l’FSB e l’SVR, e poi il GRU, l’onnisciente servizio segreto militare che è nato dai figli della rivoluzione, fondato da Lenin nel 1918 e ancora oggi il più attivo su ogni campo e a ogni livello. Al di sotto di loro, due asset a cui appoggiarsi per le operazioni clandestine: le unità Spetsnaz, forze speciali alle dirette dipendenze dei servizi segreti, e la Wagner, la componente paramilitare a cui viene assegnato, sempre più frequentemente, il “lavoro sporco” nelle zone grigie o nel nuovo Grande Gioco post-coloniale. Così le spie del Cremlino si muovono sullo scacchiere globale, dall’Ucraina all’Africa, dall’Europa alle Americhe, dividendosi ruoli e operazioni ma servendo insieme, come un’unica entità, il presidente Vladimir Putin, che ne è stato parte come agente operativo e direttore, e gli interessi specifici della Federazione Russa nata dalle ceneri della grande Unione Sovietica.

La sicurezza interna e il controspionaggio

Il Servizio Federale di Sicurezza, o FSB, spesso considerato come il diretto erede del KGB e il principale organo di sicurezza interna con la delicata funzione di controspionaggio, opera sotto la direzione di Alexander Bortnikov e concentra tutte le sue risorse sulla stabilità interna della Federazione Russa, svolgendo operazioni di controspionaggio, antiterrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza ad ampio spettro. Il focus principale dell’FSB riguarda il contrasto a qualsiasi forma di influenza occidentale percepita come minaccia: tentativi di infiltrazione dei servizi stranieri, attività di Organizzazioni non governative considerate sospette, reti diplomatiche e altri vettori di penetrazione interna. Essenzialmente ciò che i servizi segreti occidentali, come l’MI5 britannico o la nostra AISI, oppongono alla minaccia ibrida che viene continuamente attribuita alle potenze che sorgono a oriente dei confini della NATO.

Pur concentrandosi sulle questioni che riguardano il territorio all’interno dei confini della Federazione, l’FSB estende le proprie attività anche all’estero, in quella che Mosca definisce una dimensione “difensiva”. Monitora diplomatici stranieri, ostacola operazioni di reclutamento di agenti da parte delle spie occidentali e conduce sempre più frequentemente operazioni informatiche e di influenza con impatto internazionale. Il servizio è stato inoltre profondamente coinvolto nel contesto ucraino, sia nella fase preparatoria che ha anticipato il conflitto con Kiev, sia nella gestione dei territori occupati e annessi dalla Russia, dalla Crimea alle Repubbliche separatiste del Donbass, mostrando quelli che gli americani hanno definito “limiti significativi nella valutazione della resistenza ucraina”. L’FSB può avvalersi, secondo quanto reso noto, di alcune unità di Spetsnaz sotto la sua direzione: il Gruppo Alpha, anche noto come Specgruppa A, un’unità d’élite specializzata nell’antiterrorismo, e il Gruppo Vympel, o Direttorato V, focalizzato sulla sicurezza di installazioni strategiche che sorgono oltre i confini territoriali. Il presidente russo Vladimir Putin è stato direttore dell’FSB dal 1998 al 1999 per nomina del presidente Boris Eltsin.

Lo spionaggio estero e le vere “spie” di Mosca

Il Servizio di Intelligence Estera, o SVR, costituisce invece lo strumento principale per lo spionaggio all’estero. Diretto, secondo fonti ampiamente riportate ma non del tutto chiare, da Sergey Naryshkin, ha come missione la raccolta di informazioni strategiche, l’influenza politica e il reclutamento di agenti stranieri, anche se è ben noto il ruolo svolto dal GRU, l’intelligence militare, in questo ambito. Gli obiettivi privilegiati dell’SVR, il servizio segreto meno “citato” in Occidente, includono le istituzioni governative dei principali “avversari” teorici, come il governo degli Stati Uniti, le diverse leadership della NATO, i sistemi politici europei in genere, i think tank che collaborano con tali governi, centri economici rilevanti e, ovviamente, i servizi d’intelligence rivali. L’SVR è l’equivalente più vicino alla direzione operativa della CIA statunitense e svolge il ruolo che in Italia compete all’AISE.

Secondo Ken Robinson, esperto di antiterrorismo ed ex ufficiale delle forze speciali statunitensi, l’approccio di questa altra agenzia di spionaggio, che raccoglie l’eredità del KGB, si distingue per un metodo di “lungo periodo, fondato sulla pazienza e sull’accesso strategico“. Emblematico è il programma dei cosiddetti “illegali”, agenti sotto copertura inseriti per decenni nei Paesi target che operano senza copertura diplomatica, e che a differenza degli ufficiali di intelligence che lavorano sotto la protezione dell’immunità diplomatica nelle ambasciate, dunque sono formalmente registrati, vivono sotto false identità per infiltrarsi negli apparati straniere e raccogliere informazioni o fungere da agenti dormienti per essere attivati quando necessario. Questi agenti dovrebbero essere addestrati e gestiti da una particolare sezione nota come Direttorato S.

L’intelligence militare, la più aggressiva

Il GRU, ovvero la Direzione principale dello Stato Maggiore, rappresenta l’intelligence militare russa ed è generalmente considerato l’attore più aggressivo dal punto di vista operativo. Guidato, secondo diverse fonti, da Igor Kostyukov, si occupa di intelligence militare, supporto diretto al campo di battaglia, operazioni segrete, sabotaggio e guerra informatica. I suoi obiettivi includono infrastrutture militari della NATO, reti logistiche, industrie della difesa e infrastrutture critiche europee.

A differenza dell’SVR, il GRU privilegia l’azione immediata rispetto alla costruzione di lungo periodo. Tra i suoi reparti operativi figurano numerose forze speciali impiegate in missioni di ricognizione, sabotaggio e guerra non convenzionale, le già note unità Spetsnaz, gli “omini verdi” ampiamente utilizzati in Crimea e in Ucraina, che secondo gli osservatori internazionali stanno svolgendo ricognizioni in diversi territori ai confini della NATO, in particolare intorno all’exclave di Kaliningrad.

Tra le unità dirette dall’intelligence militare russa vi è la ben nota unità 29155, specializzata in operazioni di “sovversione, sabotaggio e assassinio“, collegata a operazioni clandestine e tentativi di assassinio in Europa e alla quale è stato attribuito l’attentato all’ex spia doppiogiochista Sergej Skripal, e le unità 26165 e 74455, responsabili di campagne di guerra informatica, incluse interferenze elettorali e attacchi a infrastrutture. La forza del GRU risiede nella sua propensione all’azione, ma la sua “debolezza” emergerebbe nello scarso livello di furtività, essendosi esposta in diverse occasioni e diventando la principale realtà di spionaggio russa monitorata in Europa.

Sebbene formalmente distinti, questi servizi operano con ampie sovrapposizioni negli stessi campi – soprattutto in Europa, Ucraina e nei principali centri economici globali – dove le loro attività comprendono il reclutamento di agenti nelle istituzioni occidentali, l’infiltrazione nelle industrie della difesa, operazioni di sabotaggio e la manipolazione della narrazione politica. Secondo gli esperti d’intelligence il sistema russo è progettato per integrare rapidamente raccolta informativa e azione, comprimendo il tempo tra analisi e intervento in modo difficilmente replicabile dalle burocrazie occidentali: un’arma a doppio taglio che rappresenta allo stesso tempo un vantaggio e uno svantaggio, e rischia di ledere operazioni di lungo termine con azioni aggressive elaborate nel breve termine dove i diversi servizi segreti si “accavallano“. Ciò nonostante, si può chiaramente osservare come negli ultimi anni la dottrina operativa russa si sia evoluta verso un modello di guerra ibrida, che combina strumenti militari e non militari in una campagna continua e multidimensionale.

Spetnaz e paramilitari, i nuovi asset della Guerra Ibrida

È in questo contesto che le forze Spetsnaz e il Gruppo Wagner hanno iniziato a svolgere ruoli chiave come asset dei servizi d’intelligence convenzionali che li hanno resi una risorsa preziosa e non sempre riconducibile al loro operato.

Come sappiamo come il termine “Spetsnaz” non viene sempre indicata una determinata formazione o unità, ma un insieme non sempre lineare di forze speciali appartenenti a diversi rami, in particolare al GRU, che hanno diversi ruoli, dall’antiterrorismo alle operazioni speciali in territori ostili dove vengono condotte, ad esempio, operazioni di guerra a bassa intensità. Queste unità sono impiegate in azioni dirette, ricognizione e operazioni non convenzionali, con obiettivi che includono posizioni avanzate dei potenze avversarie, linee di rifornimento e infrastrutture critiche. In Ucraina, ad esempio, hanno svolto compiti di attacco mirato e supporto alle forze convenzionali, evidenziando sia elevate capacità operative sia vulnerabilità legate a intelligence imprecisa.

Il Gruppo Wagner, fondato da Yevgeny Prigozhin, il vertice dei paramilitari di punti che è morto a bordo del suo jet privato caduto tra Mosca e San Pietroburgo il 23 agosto, ha rappresentato invece uno strumento paramilitare operante nella zona grigia tra Stato e attori non statali. Impiegato in teatri come Siria, Libia, Repubblica Centrafricana, Mali e Ucraina, dove ha consentito alla Russia di proiettare potenza mantenendo una plausibile negabilità fin dal principio delle operazioni. In Ucraina ha avuto un ruolo rilevante, in particolare in battaglie ad alta intensità come Bakhmut, dove è stato utilizzato come forza d’assalto con tattiche estremamente costose in termini di perdite.

L’autonomia di questa grande struttura paramilitare, inquadrante secondo criteri diversi da quelli previsti dall’apparato militare, che è notoriamente permeato da gravi casi di negligenza e mancanza di disciplina, ha portato alla grave crisi del 2023, culminata nella sfida posta alla leadership militare di Mosca che ha portato a un rapido smantellamento del gruppo. Secondo le informazioni raccolte progressivamente, la Wagner è stata assorbita dallo Stato, che ha recuperato e reclutato le risorse più utili per metterle sotto il controllo del Ministero della Difesa e del GRU. Questo approccio si inserisce in una strategia più ampia, visibile già dal 2014 e intensificata dopo il 2022, basata su cyberattacchi, disinformazione, sabotaggio e uso di intermediari criminali. Tali attività operano sotto la soglia del conflitto aperto, ma nel lungo periodo erodono la coesione degli avversari, aumentando incertezza e costi decisionali. L’obiettivo non è una vittoria rapida e decisiva, ma la creazione di attrito diffuso e continuo che è poi regolarmente “sottolineato” dalle fonti d’intelligence che preferiscono rimanere anonime, e che accusano Mosca di condurre una guerra ombra in Europa.

Forze e debolezza di un sistema complesso

I servizi russi presentano punti di forza strutturali rilevanti: capacità di sostenere operazioni a lungo termine, elevata tolleranza al rischio e integrazione diretta con il potere statale. Tuttavia, queste caratteristiche sono controbilanciate da debolezze sistemiche. La politicizzazione dell’intelligence genera distorsioni analitiche, le rivalità interne ostacolano il coordinamento e la corruzione compromette l’affidabilità dei dati. Inoltre, l’ambiente operativo occidentale si è trasformato radicalmente. Le società europee e nordamericane sono caratterizzate da un ecosistema di sorveglianza diffuso e decentralizzato, basato su dati finanziari, digitali e biometrici. Questo rende sempre più difficile per gli agenti operare in anonimato. Le tecniche tradizionali, efficaci durante la Guerra Fredda, risultano oggi meno adattive, come dimostrato dalla scoperta di numerose reti clandestine in Europa. Il moderno “campo di battaglia della sorveglianza” è definito da un’enorme quantità di dati generati quotidianamente, che consente alle agenzie di tracciare movimenti e correlare comportamenti con grande rapidità. Di conseguenza, lo spionaggio resta possibile, ma l’esposizione è molto più probabile e le reti individuate possono essere rapidamente smantellate.

In questo contesto, la guerra ibrida rappresenta il vero centro di gravità dell’approccio russo. Operazioni informatiche, disinformazione, influenza politica e pressione economica sono integrate in una strategia unificata volta a creare confusione e rallentare il processo decisionale degli avversari. In Europa ciò si traduce in interferenze elettorali e sostegno a movimenti estremisti, mentre in Ucraina include attacchi cyber e campagne di influenza rivolte anche al pubblico occidentale. L’obiettivo finale non è necessariamente la vittoria, ma la paralisi decisionale. L’analisi del complesso sistema di spionaggio russo ci mostra, almeno in superficie, come le spie del Cremlino e i le loro nuove risorse combinino pazienza strategica, integrazione con il potere statale, aggressività operativa e una notevole capacità di operare nella zona grigia in con contesto di ridondanza non necessariamente preventiva.

Ciò lo rende allo stesso tempo estremamente efficace e vulnerabile, specialmente dalle rivalità interne, e dai limiti operativi in ambienti ad alta sorveglianza dove un singolo passo falso può elevare la sorveglianza vanificando gli sforzi del servizio d’intelligence che ha operato meglio negli anni, causando, secondo alcune visioni, la “crescente esposizione” che si sta registrando in questi ultimi anni, che non può o deve sempre essere collegata a un crescere delle operazioni spionistiche condotte dalla Russia, ma alle negligenze che in uno scenario di maggiore allerta possono essere monitorate con maggiore efficienza, e portano all’attivazione delle contromisure o delle procedure necessarie.