Il caso dei file di Jeffrey Epstein sta facendo discutere per molti fattori: dall’emersione della rete mondiale di traffico di esseri umani, abusi sessuali e ricatti del finanziere morto per un presunto suicidio nel 2019 durante la detenzione al Metropolitan Correction Center di New York si arriva a fenomeni politologici interessanti che meritano di essere discussi a prescindere dal rilievo penale. In particolare, è bene sottolineare il ruolo importante del network del finanziere condannato per abusi sessuali e molestie per fini politici e come laboratorio d’intelligence capace di connettere mondi e sistemi di potere.
La rete di potere di Epstein
Si è parlato di una rete “mondiale” di Epstein, ma questa attestazione è quantomeno esagerata. Il finanziere gestiva un network di contatti che sostanzialmente riguardava il mondo americano e quello anglosassone della finanza e degli affari, le sfere nobiliari di Londra, la Norvegia (la cui casa reale è imparentata con quella britannica), Israele e, in parte, la Russia e il Golfo Persico, con ridotta presenza nell’Europa continentale, pressoché nulla in Asia, Africa e America Latina.
Il sistema-Epstein assomigliava a un laboratorio d’intelligence o a un sistema para-massonico e in tal senso, era una struttura a più livelli. Chiaramente, a suscitare maggiore scalpore e indignazione è stata la rivelazione del network di traffici di esseri umani (questi sì, purtroppo, globalizzati), degli abusi e delle violenze che spesso riguardavano esponenti di spicco dell’élite globale.
La strutturazione di questa rete e l’impunità che Epstein per anni ha avuto, nonostante conclamate denunce e condanne in tribunale per reati affini, appaiono essere le derivate prime di una capacità di gestire il potere che si è esplicitata su più fronti e che ha potuto cogliere molto dell’eredità di Robert Maxwell, politico ed editore, padre di Ghislaine, compagna di Epstein e gestrice del traffico internazionale per l’isola di Little Saint James, e soprattutto importante agente sotto copertura per Israele nel Regno Unito della seconda metà del Novecento.
Come ha notato Emanuel Pietrobon dialogando con Mow, Maxwell garantì “il passaggio di informazioni segrete sulla famiglia reale, compromissioni, individuazione di gole profonde – fu proprio Robert a identificare in Mordechai Vanunu la fonte delle rivelazioni alla stampa occidentale sull’esistenza di armi atomiche in Israele”. Per l’analista geopolitico, “forse perché provò a fare il triplo gioco con MI6 e KGB, o forse perché provò a ricattare i suoi capi, Robert morì per annegamento nel 1991” e in un certo senso, un decennio dopo, Epstein, incontrandone la figlia ne ha sostanzialmente ereditato la rete e la capacità d’influenza.
Epstein e il mondo di mezzo
Epstein, sostanzialmente, era più un facilitatore che un grande stratega; il suo sistema era un “mondo di mezzo” dove si sono compiuti crimini ma anche facilitati indubbi confronti politici ed è stato, anche, un covo di spie e di scambi di favori e interessi. Un network che provava a espandersi in direzione della Russia, trovando spesso però muri alzati, e che sul piano del sistema d’intelligence non agiva solo tramite le “trappole al miele” di matrice sessuale ma anche come pontiere per contatti strategici.
La rete di Epstein serviva o accelerava interessi pubblici e politici di gruppi ben precisi, amici personali, politici e manager. C’è evidenza che tramite Epstein, ad esempio, si facilitò il riavvicinamento tra Israele e mondo arabo, soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, si crearono opportunità nello Stato Ebraico per aziende strategiche come Palantir e finanzieri come Peter Thiel, e nei mesi precedenti lo scoppio del caos dell’Ucraina nel 2014 probabilmente un settore ben preciso di finanzieri e esponenti d’élite dell’anglosfera provò a sondare se uno spazio di dialogo in campo economico con la Russia fosse possibile sfruttando gli agganci di Epstein con la Norvegia.
I paragoni con la P2
Un paragone molto chiaro per i lettori italiani può avvenire con il ben noto caso della loggia massonica P2, un apparato di formidabile pervasività politica e soprattutto una rete di influenza coperta che unì importanti settori del vertice del potere nazionale dagli Anni Sessanta e Settanta. Come Licio Gelli con la P2, Epstein era l’animatore e il coordinatore della rete ma non ne era il padrone assoluto e chi vi si approcciava lo faceva con diversi gradienti di interesse.
C’era, in entrambi i casi, chi condivideva il fine più cupo e occulto (la partecipazione alla rete dell’Isola nel caso Epstein, l’eversione del sistema democratico in quello italiano), chi conosceva componenti criminologicamente rilevanti del sistema ma non vi partecipava direttamente, chi era solo interessato al profilo relazionale, informativo e d’interesse privato del network non conoscendo – o ignorando – il secondo e il terzo livello. In parallelo a ciò, la ramificazione internazionale: Gelli aveva costruito legami con gli apparati più di destra conservatrice della Nato, con le dittature latinoamericane castrensi e con i regimi europei di Grecia e Portogallo per cercare sostegno, Epstein galleggiava nel perimetro che abbiamo detto inizialmente.
Epstein e Calvi, destini incrociati
A collegare i due casi, nei file di Epstein appaiono tre riferimenti a un caso tutto italiano e ricollegato alla loggia di Gelli: la misteriosa fine di Roberto Calvi, importante banchiere italiano vicino alla P2 e presidente del Banco Ambrosiano il cui crack rischiò di travolgere, tra il 1980 e il 1981, l’intera finanza italiana. Calvi. già noto come il “Banchiere di Dio” per i legami dell’Ambrosiano con l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) vaticano, fu trovato morto a Londra il 18 giugno 1982, impiccato al Ponte dei Frati Neri. Una morte su cui ci sono enormi dubbi. Così come sul presunto, analogo suicido per impiccagione di Epstein del 2019 molti contorni appaiono tutt’altro che chiari.
Epstein e il caso P2: laboratori d’intelligence con legami internazionali, sistemi di potere che servivano reti profonde, da ultimo, soprattutto, camere di compensazione sotto la cui terra si celavano disegni eversivi (per Gelli) o profondamente criminali (per Epstein). A collegarli, il muro inviolabile dell’omertà e delle congiure del silenzio. Inevitabilmente destinato a cedere nei contesti delle società democratiche. Su cui, però, le crepe di fatti del genere restano evidenti.
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