La visita a Damasco di Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco, e del direttore dell’Organizzazione Nazionale d’Intelligence (Mit), il servizio segreto di Ankara, Ibrahim Kalin nella giornata di giovedì per incontrare il leader delle milizie siriane che hanno scalzato Bashar al-Assad, l’emiro di Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) Abu Mohammad al-Jolani, mette un punto a una storia e ne fa iniziare un’altra. Sancisce la fine della lunga rincorsa del Paese di Recep Tayyip Erdogan alla detronizzazione del regime alauita di Damasco e fa iniziare la partita dell’influenza geopolitica e d’intelligence di Ankara per blindare la sua influenza sulla Turchia.
Fidan e Kalin, i registi della sicurezza nazionale turca
Due periodi aventi al centro il caposaldo della continuità tra diplomazia e intelligence nella proiezione di Ankara. Mit e diplomazia agiscono di concerto con ancora maggior forza da quando Fidan, dal 2010 al 2023 alla sua guida, è stato scelto come Ministro degli Esteri dal Sultano dopo la sua vittoria alle presidenziali.
A Fidan è succeduto Kalin, storico consigliere senior per le dinamiche securitarie del presidente turco e già direttore del SETA, principale think tank geopolitico del Paese. Due figure che hanno unito analisi e proiezione di scenario per consolidare l’influenza di Ankara, che soprattutto grazie all’uso dei suoi servizi segreti ha blindato le milizie che hanno mantenuto, dopo gli interventi turchi ad Afrin e contro i curdi tra il 2018 e il 2019, l’enclave di Idlib nel Nord-Ovest del Paese fino all’offensiva dei dieci giorni che ha travolto Assad.
La vittoria presidenziale di Erdogan nel 2023 ha sancito l’accelerazione del riassetto dei ribelli, dietro i quali la mano del Mit si vede palesemente: addestramento, armamenti, capacità operative delle milizie rispondono a una proiezione nell’applicazione della dottrina militare di Hts, del Syrian National Army sostenuto da Ankara e degli altri gruppi che non è spiegabile solo con la strutturazione interna.
Le mani delle spie turche sulla Siria
Del resto, che il Mit operasse a viso aperto in Siria era già parso palese a ottobre, quando l’agenzia Anadolu aveva dato notizia dell’eliminazione di due “terroristi” curdi membri delle Syrian Democratic Forces proprio ad opera delle forze di sicurezza dell’intelligence di Ankara, per la precisione due guerriglieri accusati di aver progettato attentati contro la Repubblica anatolica sin dagli Anni Novanta. Esempi di questo tipo, in una fascia di territorio non della diretta disponibilità degli alleati di Ankara, mostrano sia una capacità Humint che una Sigint spiegabili solo con una presenza attiva sul terreno nelle aree prospicenti lo scenario d’operazione.
Nelle ultime settimane, poi, è emersa palese la volontà della Turchia di dare uno scossone al contesto siriano, non ritenendo soddisfacenti le timide aperture di Assad a una normalizzazione. Come riporta New Lines Magazine, infatti, altri sono stati i problemi securitari per Ankara: “Erdogan ha interrotto la sua presenza al vertice dei BRICS a Kazan a fine ottobre a causa di un attacco terroristico alle Turkish Aerospace Industries fuori Ankara, che il suo governo ha attribuito ai curdi affiliati al Pkk che erano entrati in Turchia dalla Siria”.
Fidan “ha affermato più o meno nello stesso periodo che Assad non era interessato alla normalizzazione”, e dunque dopo mesi di frenate è partito il via libera turco all’attacco di Hts e del Sna, che si è materializzato un mese dopo. A fare da attento osservatore della vicenda, sempre l’immancabile intelligence turca, che ha del resto colto al volo anche l’occasione di andare oltre l’obiettivo iniziale che si pensava l’offensiva dovesse avere, ovvero la presa di Aleppo per spingere il regime a trattare.
Prossima tappa una visita di Erdogan?
Il governo di Assad si è sgretolato in dieci giorni, e dopo l’arrivo delle milizie anti-regime a Damasco Ankara è stata lesta a mettere il cappello. Fidan e Kalin sono stati i primi dignitari stranieri di rango a metter piede a Damasco, a testimonianza dello spazio di manovra di una Turchia che è su ogni dossier e in Siria dà le carte. Va subodorato in anticipo se c’è nell’aria un accordo tra Hts e i curdi per porre fine ai combattimenti in tutto il Paese e bisogna comprendere quanto “filo-turca” sarà la nuova Siria ora che a un asset certo (Sna) si è sostituito il meno controllabile gruppo di al-Jolani come componente forte della coalizione.
Quel che è certo è che la Turchia mostra bandiera in Siria e lo fa grazie al suo tentacolare strumento di “diplomazia dell’intelligence”. Fidan e Kalin, poi, nella loro visita hanno compiuto una mossa attesa da tempo, una preghiera alla Moschea degli Omayyadi di Damasco, la principale della città. Erdogan aveva promesso che l’avrebbe fatta nel 2012, quando spingeva per il rovesciamento di Assad. Per ora sono arrivati i suoi “zar” della sicurezza nazionale. C’è da scommettere che quando un capo di governo visiterà per primo la nuova Siria un serio candidato possa essere quello proveniente da Ankara.

