Israele spia gli Usa nella base congiunta per Gaza: la frattura che rivela la crisi dell’alleanza

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Il Centro di coordinamento civile-militare di Kiryat Gat, creato per gestire gli aiuti umanitari verso Gaza, nasceva come simbolo della cooperazione tra Washington e Tel Aviv. Invece, si sta trasformando in un caso diplomatico. Le rivelazioni del quotidiano britannico The Guardian riguardo alla sorveglianza israeliana all’interno della struttura hanno fatto emergere un nervosismo crescente: riunioni registrate, conversazioni captate, personale straniero allarmato e un comandante americano costretto a intimare che “le registrazioni devono finire qui”.

L’esercito israeliano ha risposto smentendo qualsiasi attività di intelligence e parlando di documentazione concordata, ma il clima interno racconta altro: funzionari americani invitati a limitare la condivisione di informazioni, visitatori messi in guardia dal possibile utilizzo dei contenuti registrati. Il risultato è un ambiente in cui persino l’operatività umanitaria diventa materia sensibile.

Il centro umanitario che esclude i palestinesi

Il CMCC è stato inaugurato come fulcro del coordinamento degli aiuti verso Gaza, ma fin dal primo giorno ha mostrato una contraddizione profonda: i palestinesi, destinatari del lavoro del centro, sono esclusi dalle discussioni. I tentativi di collegarli in videoconferenza vengono bloccati, i rappresentanti americani operano su un piano, quelli israeliani su un altro, e la pianificazione della Striscia avviene senza la partecipazione dell’Autorità Nazionale Palestinese o delle organizzazioni della società civile.

Questa esclusione ha un impatto politico immediato: costruisce un modello di gestione di Gaza che non ha legittimità internazionale e rischia di confondere il confine tra aiuto umanitario e controllo militare. La struttura opera senza un mandato ONU e con un’impronta sempre più bilaterale. Netanyahu, del resto, l’ha presentata senza alcun riferimento ad altri partner, come una emanazione esclusiva della cooperazione israelo-americana.

Lo scontro sulla sicurezza e la crisi della fiducia

Il caso delle registrazioni è solo la punta dell’iceberg. La presenza americana si è già ridotta: molti dei militari e tecnici inviati a ottobre hanno lasciato la base al termine del mandato, segno che il peso operativo del centro sta diminuendo. Sullo sfondo c’è un problema più grande: la sfiducia crescente.

Gli Stati Uniti si trovano in una posizione delicata. Da un lato, devono garantire il funzionamento del cessate il fuoco approvato da Washington e monitorare gli sviluppi sul terreno. Dall’altro, devono fare i conti con un alleato che non ha alcuna intenzione di rinunciare al controllo totale della sicurezza. Per Israele, qualsiasi presenza militare straniera dentro un’infrastruttura che tocca Gaza è una potenziale vulnerabilità. Per gli americani, la sorveglianza israeliana è un segnale di mancato rispetto dei limiti e ruoli concordati. Il risultato è una struttura che nasce per cooperare e finisce per rivelare frizioni strutturali all’interno dell’alleanza.

Hamas e l’orizzonte politico che Israele non vuole

L’intervista a Basem Naim mostra uno scenario che ribalta la narrativa delle ultime settimane: Hamas sarebbe disposto a deporre le armi se si aprisse un processo politico verso uno Stato palestinese e se la comunità internazionale garantisse che Israele non riprenda le ostilità. Accetterebbe persino una forza internazionale di stabilizzazione “al confine”, e un trasferimento immediato delle funzioni politiche a un comitato di tecnici palestinesi.

Questo scenario, che coincide con il piano in 20 punti presentato da Washington, è in pieno contrasto con la posizione israeliana: niente fase successiva del cessate il fuoco senza la completa smilitarizzazione di Hamas. Un obiettivo che, dopo due anni di bombardamenti, Tel Aviv non ha raggiunto. Né gli Stati Uniti hanno un piano realistico su come farlo.

L’alleanza nella tempesta

Il caso della base di Kiryat Gat va oltre la questione tecnica della sorveglianza. È lo specchio di una frattura più profonda. Israele mantiene una linea autonoma, impermeabile alle pressioni degli alleati, soprattutto quando si tratta di sicurezza. Washington cerca di bilanciare il sostegno militare con una minima credibilità diplomatica, ma si ritrova ormai marginalizzata nei processi decisivi.

In questa dialettica, il CMCC è il simbolo di un rapporto in cui la cooperazione è più dichiarata che reale. Un centro nato per gestire gli aiuti umanitari finisce per mettere in luce la diffidenza politica, la divergenza strategica e la distanza crescente tra due Paesi che, almeno sulla carta, dovrebbero essere perfettamente allineati.