L’attacco statunitense contro obiettivi Houthi nello Yemen del 15 marzo scorso si sarebbe basato, in parte, su informazioni fornite a Washington da Israele, finite poi sulla chat di Signal. A rivelarlo è il Wall Street Journal, che cita due funzionari statunitensi, secondo cui Tel Aviv avrebbe fornito informazioni cruciali provenienti da una fonte nello Yemen su un importante operatore militare Houthi, un esperto di missili preso di mira nell’attacco Usa. La vicenda è emersa grazie a messaggi pubblicati questa settimana dal caporedattore della rivista The Atlantic, Jeffrey Goldberg, aggiunto per errore dal consigliere della sicurezza nazionale Mike Waltz alla chat in cui sono stati condivisi i “piani di guerra” contro gli Houthi, alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.
Israele infastidito dalla fuga di notizie
Secondo quanto riportato dall’esclusiva del Wall Street Journal, Israele si sarebbe lamentato del fatto che il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, abbia condiviso tali informazioni di intelligence sensibili nella chat pubblicata dalla rivista liberal. Waltz ha descritto i dettagli dell’attacco nella chat oggetto delle polemiche di questi giorni con alti funzionari dell’amministrazione Trump, scrivendo: “Il primo bersaglio, il loro principale esperto di missili, lo abbiamo identificato mentre entrava nell’edificio della sua fidanzata, che ora è distrutto”. Poco dopo l’inizio dei raid, Waltz ha aggiunto che gli Stati Uniti disponevano di “multiple conferme positive” sull’identità del bersaglio, senza però rivelare la fonte delle informazioni.

Il messaggio di Waltz rispondeva a una domanda del vicepresidente JD Vance sui risultati del raid, inizialmente riportati nella stessa chat. Tuttavia, la presenza accidentale di Jeffrey Goldberg, caporedattore di The Atlantic, nel gruppo Signal ha portato alla pubblicazione dei testi, scatenando le proteste di funzionari di Tel Aviv.
Cosa significa tutto ciò? Che Israele ha fornito le informazioni non solo perché tra Washington e Tel Aviv esiste una consolidata collaborazione sul fronte dell’intelligence, che si è sviluppata nel corso di decenni ed è considerata una delle più strette al mondo (una collaborazione che avviene attraverso lo scambio di informazioni raccolte da fonti umane (HUMINT), segnali elettronici (SIGINT) e altre forme di intelligence); lo ha fatto in primo luogo poiché l’attacco contro gli Houthi è senza dubbio un favore diretto a Israele, dal momento che la milizia sciita che governa buona parte dello Yemen ha ripetutamente avvertito, nelle scorse settimane, che “qualsiasi imbarcazione israeliana” che passerà nelle acque del Mar Rosso sarà un obiettivo per gli attacchi se Israele non rimuoverà il blocco di cibo e aiuti alla Striscia di Gaza. Oltre al fatto che colpire un alleato dell’Iran nella regione non può certo che essere nell’interesse diretto di Israele.
Tel Aviv contraria alla distensione Usa-Russia
Le rimostranze di Tel Aviv nei confronti dello storico alleato per via del “Signalgate” si uniscono a un certo timore provocato dal processo – o perlomeno dal tentativo – di distensione tra Usa e Russia avviato dall’amministrazione Trump. La prova? Tel Aviv sta valutando di ridurre la condivisione di informazioni di intelligence con gli Stati Uniti a causa delle preoccupazioni suscitate dal recente riavvicinamento tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin, secondo quanto riportato da Nbc e citato dal Times of Israel, che fa riferimento a fonti informate. Anche altri storici alleati degli Stati Uniti, tra cui Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Arabia Saudita, starebbero considerando modifiche ai loro protocolli di condivisione di intelligence con Washington. Azioni di disturbo dei “Five Eyes” (e di Israele), contrari a una possibile “coesistenza pacifica”?

