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Spionaggio

Israele e l’intelligence permanente: lo Stato che si è costruito attorno alla sicurezza

In Israele, per necessità storica, è lo Stato a essersi in parte costruito attorno ai propri servizi. Ecco le conseguenze.
Israele

Ci sono Paesi che usano i servizi segreti come uno strumento dello Stato e Paesi nei quali, al contrario, è lo Stato a essersi in parte costruito attorno ai propri servizi. Israele appartiene a questa seconda categoria. Non per una scelta ideologica, ma per una necessità storica, geografica e militare. Nato dentro una frattura irrisolta del Novecento, circondato per decenni da ostilità dichiarate o latenti, sottoposto a guerre convenzionali, infiltrazioni, terrorismo, insurrezioni e minacce esistenziali, Israele ha elevato l’intelligence a funzione vitale, quasi a sistema nervoso del potere.

È in questa cornice che va letto il rapporto tra Mossad, Shin Bet e Aman. Non come semplice divisione burocratica di competenze, ma come articolazione di una stessa strategia di sopravvivenza. Il primo proietta la capacità d’azione all’estero, il secondo presidia il fronte interno, il terzo traduce l’informazione in vantaggio militare. Sono tre rami distinti, con culture organizzative differenti, priorità diverse e talvolta anche attriti reciproci. Ma tutti rispondono a una medesima logica: impedire che la vulnerabilità geografica di Israele si trasformi in vulnerabilità politica.

Tre agenzie, una sola ossessione

La struttura dell’intelligence israeliana dice molto più di quanto sembri. Lo Shin Bet, custode della sicurezza interna, vive nel punto più delicato della realtà israeliana: il confine mobile tra sicurezza, controllo sociale, controspionaggio e gestione di una conflittualità permanente con la popolazione palestinese. L’Aman, intelligence militare, non si limita a raccogliere informazioni sul campo di battaglia, ma concorre alla pianificazione operativa, all’innovazione tecnologica e all’analisi delle minacce regionali. Il Mossad, infine, è la longa manus dello Stato oltre frontiera, il simbolo stesso dell’azione clandestina israeliana, l’organo che più di ogni altro ha alimentato nell’immaginario internazionale l’idea di un Paese piccolo ma capace di colpire lontano e in profondità.

Questa tripartizione ha una sua razionalità. Specializzare significa affinare. Separare significa evitare concentrazioni eccessive di potere, ma anche garantire una certa pluralità di analisi. Tuttavia la storia mostra che la separazione porta con sé un rischio strutturale: l’informazione può restare compartimentata, i segnali possono essere sottovalutati, le gelosie interne possono ostacolare il coordinamento. È il lato meno spettacolare ma più pericoloso dell’intelligence: non il fallimento dell’azione, bensì il fallimento della comunicazione.

Eichmann, la giustizia e la forza

Il caso Eichmann è probabilmente il punto in cui la storia dell’intelligence israeliana si intreccia più chiaramente con la storia morale e politica dello Stato. La cattura in Argentina di uno dei principali organizzatori della macchina sterminatrice nazista non fu soltanto un successo operativo. Fu un atto fondativo, una dichiarazione di sovranità storica. Israele non si limitava a cercare un criminale; affermava il diritto di rappresentare la memoria di un popolo perseguitato e di trasformare quella memoria in giustizia.

Qui si vede tutta la complessità della questione. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’operazione violava la sovranità argentina. Dal punto di vista politico e simbolico, però, essa apparve a molti come una necessità superiore. Israele si trovò davanti a tre strade: chiedere l’estradizione, con il rischio che la rete di protezione attorno agli ex nazisti consentisse a Eichmann di sparire nuovamente; eliminarlo sul posto, trasformandolo in una vendetta senza processo; sequestrarlo e trasferirlo clandestinamente in Israele. La terza opzione fu la più rischiosa sul piano diplomatico, ma la più potente sul piano storico.

Il processo ebbe infatti un valore enorme. Non riguardò soltanto la colpevolezza individuale di Eichmann. Riportò la Shoah al centro della scena internazionale in un momento in cui, a quindici anni dalla fine della guerra, il rischio dell’assuefazione era già presente. Diede voce ai sopravvissuti, costrinse il mondo a riascoltare ciò che era accaduto, consolidò l’identità politica di Israele come Stato nato anche dalla promessa che certe vittime non sarebbero più state abbandonate. In questo senso l’operazione fu un successo totale. Ma fissò anche un principio destinato a ripresentarsi più volte: per Israele, quando la posta in gioco tocca la sicurezza esistenziale o la memoria fondativa, il diritto internazionale può essere subordinato alla ragion di Stato.

Monaco 1972 e la dottrina della rappresaglia

Con l’operazione successiva agli attentati di Monaco, questa logica divenne ancora più netta. La strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi non fu percepita soltanto come un atto terroristico. Fu vissuta come una doppia umiliazione: per la morte degli ostaggi e per l’incapacità altrui di proteggerli e poi di punire efficacemente i responsabili. Da qui la decisione di reagire con una campagna lunga, capillare, transnazionale, volta a colpire gli esecutori, i pianificatori, i facilitatori e l’intero ambiente operativo che aveva reso possibile l’attacco.

Quella che passò come operazione Ira di Dio non fu una semplice caccia ai colpevoli. Fu l’elaborazione di una vera dottrina di deterrenza extraterritoriale. Il messaggio era semplice: chi colpisce Israele non troverà rifugio né nel tempo né nello spazio. Sul piano della psicologia strategica fu un messaggio potentissimo. Restituì all’opinione pubblica israeliana l’idea di uno Stato capace di reagire, e al nemico l’idea di una punizione certa.

Ma la strategia della rappresaglia contiene sempre una contraddizione. Può rafforzare la deterrenza nell’immediato, ma non necessariamente riduce la violenza di lungo periodo. Anzi, in contesti ideologici e nazionalisti radicalizzati, può alimentare la spirale. Le operazioni di eliminazione e i bombardamenti contro basi collegate all’universo palestinese ebbero anche questo effetto: trasformarono la vendetta in linguaggio politico, ma non produssero una pacificazione. Il terrorismo non scomparve. Cambiò forma, si adattò, si radicalizzò. La lezione è dura ma chiara: la superiorità clandestina può infliggere costi altissimi all’avversario, ma non basta a risolvere un conflitto quando il conflitto ha radici storiche, territoriali e identitarie.

La frontiera torbida degli interrogatori

Ogni apparato di sicurezza che opera in stato d’assedio tende ad ampliare la zona grigia entro cui si muove. Israele non fa eccezione. Una parte decisiva del suo sistema antiterrorismo si è sviluppata sul presupposto che l’urgenza di prevenire gli attacchi giustificasse metodi di interrogatorio coercitivi, duri, spesso spinti fino al limite della tortura o oltre. È uno dei terreni più controversi della vicenda israeliana, perché mostra il contrasto insanabile tra efficacia operativa e legalità liberale.

Le accuse di pestaggi, scosse violente, abusi fisici e psicologici, uso di pratiche umilianti e degradanti, fino a episodi denunciati in sedi internazionali, hanno accompagnato per anni il lavoro di sicurezza interna. Anche quando la magistratura israeliana ha provato a imporre limiti più stringenti, il problema non è scomparso. È la logica stessa dell’emergenza permanente che tende a riprodurlo. Se il prigioniero è visto come vettore di una minaccia imminente, la pressione a ottenere informazioni rapidamente diventa fortissima. Ed è proprio lì che il diritto vacilla.

Per Israele, questa contraddizione è ancora più grave perché colpisce il cuore della sua auto-rappresentazione democratica. Uno Stato che rivendica di essere l’avamposto della legalità in un Medio Oriente instabile paga un prezzo politico elevatissimo ogni volta che le sue pratiche antiterrorismo appaiono incompatibili con gli standard del diritto. Eppure il sistema continua a oscillare tra due poli: da un lato il bisogno reale di intelligence preventiva, dall’altro la tendenza a considerare l’eccezione come norma.

Anche il nemico può essere interno

C’è poi un elemento spesso rimosso nelle narrazioni più semplificate: la minaccia non proviene soltanto dall’esterno. Israele ha conosciuto forme di terrorismo e di violenza politica generate al proprio interno, sia da parte di estremisti ebraici sia da coloni radicalizzati, fino al trauma dell’assassinio di Yitzhak Rabin. Questo dato è fondamentale, perché costringe a correggere una lettura troppo comoda del problema della sicurezza. Non esiste soltanto il nemico palestinese o arabo; esiste anche una radicalità interna che può colpire lo Stato stesso o incendiare ulteriormente il conflitto.

Per lo Shin Bet, ciò significa un compito particolarmente delicato: sorvegliare e reprimere minacce che nascono dentro il corpo politico israeliano, senza distruggere il tessuto democratico che si dichiara di voler difendere. È una missione molto più difficile di quella esterna, perché obbliga lo Stato a guardare dentro di sé, a riconoscere che l’estremismo può nascere anche dalla propria società, dalla propria ideologia di frontiera, dalla propria cultura dell’assedio.

Gli omicidi mirati e l’illusione della precisione

Un altro punto cruciale è la pratica degli omicidi mirati. Israele ne ha fatto un uso sistematico, considerandoli uno strumento di autodifesa efficace, chirurgico, meno costoso di una guerra aperta e teoricamente in grado di ridurre i danni collaterali. In realtà il problema è proprio qui: la chirurgia strategica esiste solo se l’informazione è perfetta. Quando l’informazione è incompleta, contaminata, obsoleta o semplicemente sbagliata, l’operazione “mirata” si trasforma in una strage.

Il caso di Salah Shehadeh è esemplare. L’obiettivo era un dirigente militare di Hamas, ma l’attacco causò la morte di civili, comprese donne e bambini. La pretesa di precisione si rovesciò nel suo contrario: una dimostrazione di forza che produsse indignazione internazionale e ulteriore radicalizzazione. È il problema strutturale di tutte le strategie di decapitazione: possono eliminare un individuo, ma non controllano il significato politico dell’azione. E spesso quel significato è devastante.

Qui la questione militare si salda a quella geoeconomica e geopolitica. La superiorità tecnologica israeliana, inclusa la capacità di individuare e colpire bersagli in tempi rapidissimi, costituisce un vantaggio formidabile e alimenta anche il prestigio del suo apparato industriale. Ma ogni errore moltiplica il costo diplomatico, logora il capitale reputazionale, rafforza i nemici sul piano narrativo e contribuisce a internazionalizzare le accuse contro Israele.

Il 7 ottobre e il crollo del mito

Poi è arrivato il 7 ottobre. E con esso la dimostrazione che anche uno degli apparati di intelligence più celebrati del mondo può fallire in modo clamoroso. La questione non riguarda solo il mancato allarme. Riguarda la struttura mentale di un sistema che, per anni, aveva finito per credere nella propria superiorità come in una garanzia. I segnali c’erano, le attività sospette lungo il confine c’erano, la possibilità di un’azione coordinata era stata in qualche misura evocata. Ma l’avversario è stato sottovalutato.

Questo è il punto decisivo. L’intelligence non fallisce soltanto quando ignora i dati; fallisce soprattutto quando li interpreta alla luce di pregiudizi consolidati. Se si ritiene che Hamas non sia in grado di concepire e sostenere un attacco di vasta scala, ogni indizio che punti in quella direzione tende a essere ridimensionato, spiegato via, normalizzato. È così che nasce la sorpresa strategica: non dall’assenza di informazioni, ma dall’eccesso di convinzioni.

Il 7 ottobre ha colpito Israele nel suo punto più sensibile, cioè nella credibilità del proprio apparato di sicurezza. Ha mostrato che la tecnologia, la sorveglianza, l’intercettazione e la raccolta dati non bastano se manca la capacità di mettere insieme i frammenti, di superare la compartimentazione, di dubitare delle proprie certezze. In un certo senso, ha riportato Israele alla verità originaria della guerra: nessun sistema è infallibile, e chi si crede tale è già più vicino all’errore.

La forza e il suo limite

Il paradosso finale è questo. Israele possiede un’intelligence straordinariamente avanzata per dimensioni dello Stato, qualità del capitale umano, integrazione con la difesa e capacità tecnologica. Ha trasformato la pressione geopolitica in innovazione, l’assedio in competenza, la vulnerabilità in prontezza operativa. Ma ha anche finito per costruire una parte della propria potenza su uno stato di eccezione permanente. E questo produce conseguenze profonde.

Sul piano militare, significa che la sicurezza tende a essere pensata come eliminazione preventiva delle minacce. Sul piano politico, significa che il compromesso viene spesso percepito come rischio. Sul piano economico, significa che il complesso sicurezza-tecnologia-difesa diventa un motore strutturale dello Stato. Sul piano morale e giuridico, significa che la legalità resta costantemente esposta alla tentazione dell’eccezione.

Israele non è soltanto il Paese dei servizi efficienti e delle operazioni spettacolari. È anche il laboratorio di una domanda che riguarda tutto l’Occidente: fino a che punto una democrazia può spingersi nella guerra clandestina senza perdere se stessa? La risposta israeliana, fin qui, è stata netta: fin dove la sopravvivenza lo richiede. Ma proprio questa risposta, così comprensibile sul piano storico, resta anche il nucleo del problema. Perché uno Stato può vincere molte battaglie nell’ombra e tuttavia non trovare, con gli strumenti dell’ombra, una vera soluzione politica alla propria guerra. 

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