Il Vaticano, la più antica potenza informativa del mondo

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C’è un merito che va riconosciuto subito a questo volume: prova a sottrarre il Vaticano sia alla devozione pigra sia al gusto infantile del complotto. Ed è già molto. Perché appena si pronunciano insieme le parole Vaticano e intelligence, il dibattito scivola quasi sempre in due fossi: da una parte l’agiografia, dall’altra la letteratura del sospetto. Mario Caligiuri e gli autori raccolti in Il Vaticano e l’intelligence. Osservatore e osservato nella storia politica della Santa Sede scelgono invece una strada più difficile e più feconda: trattare il tema come materia scientifica, storica e politica, mostrando che la Santa Sede non è un semplice oggetto di curiosità, ma un nodo strutturale della storia occidentale e dunque, inevitabilmente, anche della storia dell’informazione, della diplomazia e dei servizi. Il libro nasce dentro un preciso percorso di studi sull’intelligence promosso dall’Università della Calabria e si inserisce in una collana che ha già affrontato figure decisive della storia repubblicana e della Guerra fredda italiana. In questo caso, però, il salto è ulteriore: non un uomo di Stato, non un episodio, ma una delle più longeve macchine di osservazione del mondo mai esistite. 

La tesi di fondo è semplice solo in apparenza: il Vaticano osserva ed è osservato. Osserva perché possiede da secoli una rete globale di presenza, ascolto, mediazione, raccolta di segnali, interpretazione degli eventi. È osservato perché chiunque voglia capire davvero i mutamenti del mondo, dalla politica alla religione, dai conflitti alle transizioni ideologiche, deve prima o poi misurarsi con la Santa Sede. È questa la forza del titolo scelto da Caligiuri, che non indulge all’effetto letterario ma condensa un problema strategico. Il Vaticano non è solo una sovranità spirituale. È anche una potenza informativa disseminata sul pianeta, capace di fare arrivare a Roma flussi di conoscenza che nessun altro attore, salvo forse le grandi potenze moderne, ha saputo convogliare con pari continuità storica. Non è dunque sorprendente che il volume insista sull’impossibilità di separare fino in fondo storia della Chiesa, storia dell’Occidente e storia dell’intelligence. È proprio questa zona di sovrapposizione che il libro intende portare alla luce. 

Qui sta la prima intuizione forte dell’opera. L’intelligence, nella lettura di Caligiuri, non coincide soltanto con gli apparati. È prima ancora un metodo, una forma raffinata di intelligenza applicata alla realtà, la capacità di distinguere l’essenziale dal rumore, di riconoscere i segnali deboli, di leggere ciò che ancora non è manifesto. In questo senso la Santa Sede, assai prima della nascita dei moderni servizi, ha incarnato una pratica di raccolta e organizzazione del sapere che possiede molte delle caratteristiche che oggi attribuiamo all’intelligence. Non nel senso banale del “servizio segreto vaticano” da romanzo d’appendice, ma nel senso più profondo di una struttura che ha fatto dell’informazione una leva di sopravvivenza, di influenza e di proiezione universale. La forza del saggio introduttivo sta proprio nel collocare il rapporto tra Vaticano e intelligence in una cornice lunghissima, quasi di civiltà, dove il punto di contatto non è la cospirazione ma la parola: il Verbo come fondamento teologico della Chiesa e l’informazione come fondamento operativo del potere. 

Diplomazia o intelligence?

Da questo punto di vista il libro è più ambizioso di quanto sembri. Non vuole soltanto raccontare episodi. Vuole fondare un campo di studi. Caligiuri lo dice con chiarezza quando osserva che finora il tema, nonostante la sua evidenza, è stato affrontato poco e male, spesso in modo episodico, sensazionalistico o definitorio. La domanda vera non è se il Vaticano abbia avuto o no una sua intelligence, ma cosa debba essere considerato intelligence quando ci si muove dentro una realtà antica, globale, diplomatica, religiosa e politica al tempo stesso. Se una nunziatura raccoglie informazioni rilevanti in un Paese dove altri Stati vedono poco o niente, siamo dentro la diplomazia o già dentro un’area di intelligence? Se un episcopato orienta l’opinione pubblica e viene a sua volta monitorato da potenze esterne, siamo di fronte a una dinamica pastorale o a un gioco di influenza? Il merito del volume è non fingere che queste frontiere siano nette. Le assume, al contrario, come il cuore stesso della ricerca. 

Naturalmente un’operazione del genere rischia molto. Rischia la dispersione, perché il tema è sterminato. Rischia l’astrazione, perché i concetti possono inghiottire i fatti. Rischia perfino la suggestione, perché il soggetto è talmente carico di simboli da trascinare facilmente verso il mito. Il libro evita in buona misura questi pericoli grazie alla struttura. Il sommario è costruito come una serie di affondi che, presi insieme, compongono una mappa: l’impianto teorico generale; il ruolo dell’episcopato italiano; la figura di Félix Morlion; il Vaticano negli archivi inglesi; il rapporto con la CIA; la dimensione della sicurezza interna affidata alla Gendarmeria; il monitoraggio della Stasi; gli episodi del lungo inverno del 1943; le guerre jugoslave; infine l’appendice con il discorso di Leone XIV ai vertici dell’intelligence italiana. Non c’è, dunque, l’illusione dell’esaustività. C’è piuttosto la volontà di mostrare diverse porte d’ingresso in uno stesso edificio.

Il saggio di Caligiuri, che funge da asse portante, è anche il più esposto. Perché tenta la sintesi più ampia, dalla Bibbia a Sun Tzu, dalla Repubblica di Venezia alla crisi contemporanea del linguaggio, dalla Riforma protestante alla Guerra fredda, fino all’intelligenza artificiale. A tratti l’arco è così ampio da sembrare perfino eccessivo. Ma è proprio dentro questa ampiezza che si misura la sua scommessa: dimostrare che il Vaticano può essere compreso solo se lo si sottrae alla cronaca e lo si riporta alla lunga durata. Da questo punto di vista il riferimento alla parola è decisivo. Per Caligiuri il cristianesimo è innanzitutto una civiltà del Verbo, e dunque della trasmissione di senso, della costruzione di significati, della capacità di nominare il mondo. L’intelligence, a sua volta, è l’arte di trattare informazioni e di organizzarle in decisione. Le due dimensioni si incontrano qui, prima ancora che in qualunque apparato: nella convinzione che sapere significhi potere e che il controllo dei flussi informativi sia decisivo per la sopravvivenza di una comunità. 

Una diagnosi del mondo contemporaneo

L’argomento si fa particolarmente interessante quando il volume affronta la Chiesa come rete. Roma riceve da secoli informazioni da diocesi, missioni, ordini religiosi, nunziature, episcopati, istituti, università, santuari, organismi caritativi. È un reticolo che non coincide con una catena di comando statale in senso moderno, ma che possiede una straordinaria continuità spaziale e temporale. La Santa Sede ha spesso saputo prima, o diversamente, ciò che accadeva in aree dove gli Stati avevano una presenza debole, intermittente o nulla. Da qui la sua rilevanza oggettiva: non semplicemente perché “sa”, ma perché sa in modo diffuso, capillare, sedimentato e talvolta unico. È questo che rende la Santa Sede non solo osservatrice ma anche bersaglio permanente delle osservazioni altrui. Fascismo, nazismo, servizi anglosassoni, CIA, blocco sovietico, tutti hanno avuto necessità di capire il Vaticano, penetrarlo, decifrarlo, contenerlo, utilizzarlo o neutralizzarlo. Il libro rende bene questa circolarità. 

Non meno rilevante è il modo in cui Caligiuri collega questo discorso alla crisi del presente. Nel suo saggio, la riflessione su Vaticano e intelligence non è archeologia erudita. È anche una diagnosi della contemporaneità. La questione del linguaggio inadeguato, del “cedimento linguistico”, della difficoltà crescente a nominare fenomeni sempre più rapidi; l’irruzione dell’intelligenza artificiale e la perdita di forme tradizionali di sapere; il bisogno di recuperare l’oralità come verifica della competenza; il disfacimento della sfera pubblica: tutto questo serve a dire che il tema del libro non appartiene al museo. Appartiene alla battaglia attuale per il senso. In un’epoca dove la manipolazione è diventata industriale e il rumore tende a sommergere la comprensione, il problema dell’intelligence non è solo operativo ma culturale. E qui la Chiesa, con il suo rapporto millenario con la parola, torna a essere un attore che merita studio. 

Il saggio di Paolo Gheda sposta il fuoco sull’episcopato italiano nel Novecento e ha il pregio di evitare l’eccesso di centralismo romano. Il Vaticano, infatti, non è soltanto la Curia. È anche la sua proiezione nazionale e locale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove il cattolicesimo ha inciso per decenni nella formazione dell’opinione pubblica, nelle dinamiche elettorali, nella costruzione del consenso e nella mediazione tra potere politico e società. Gheda suggerisce che le attività diplomatiche e relazionali dei vescovi italiani, sia sul piano collegiale sia su quello individuale, possono essere lette come una forma implicita di intelligence ecclesiastica. È una formula felice, perché allarga il quadro senza forzarlo. I vescovi non diventano agenti segreti, ma attori informativi, nodi di ascolto e di influenza che inevitabilmente attirano l’interesse dei servizi di vari Paesi. Nel fascismo, nella guerra, nella Guerra fredda e fino a Giovanni Paolo II, il peso dell’episcopato italiano non è stato solo religioso. È stato anche politico, sociale, informativo. E questo rende del tutto plausibile l’attenzione che esso suscitò dentro e fuori l’Italia.

Un occhio sul mondo

Ancora più intrigante è il capitolo dedicato a Félix Morlion, figura che sembra uscita da un romanzo e che invece rinvia a un pezzo centrale della Guerra fredda cattolica. Pacini lo ricostruisce come uomo di fede, propaganda, psicologia sociale e diplomazia parallela, in rapporto con i servizi americani fin dagli anni Quaranta. Il punto non è soltanto biografico. Morlion diventa qui il simbolo di un’intera stagione nella quale l’anticomunismo cattolico e quello statunitense si toccano, collaborano, talvolta si sovrappongono. Che un religioso possa muoversi tra Vaticano, Stati Uniti, iniziative culturali e canali informali verso il mondo sovietico, soprattutto in una fase acutissima come la crisi dei missili di Cuba, mostra quanto il confine tra pastorale, diplomazia, informazione e operazione politica sia stato, in certi decenni, estremamente poroso. È una delle parti del volume che meglio restituiscono il Vaticano come soggetto immerso nella storia del Novecento e non sospeso sopra di essa. 

Il saggio di Giovanni Fasanella, basato sui documenti britannici, allarga ulteriormente il campo. Qui emerge un altro dato fondamentale: il Vaticano non è rilevante solo nei rapporti con Washington e con il blocco sovietico. È anche un osservatorio imprescindibile per Londra, cioè per una potenza che da secoli ha fatto dell’informazione e della diplomazia un’arte di governo. Le trattative segrete per sottrarre Mussolini all’abbraccio mortale con il nazismo, la guerra sotterranea contro De Gasperi e il compromesso costituzionale con il Partito comunista, fino al drammatico 1978 dei tre papi e del caso Moro: tutto questo colloca la Santa Sede nel pieno delle grandi faglie italiane ed europee del Novecento. Ed è importante che il libro lo faccia non per nutrire sospetti indistinti ma per restituire al Vaticano il suo peso reale di attore monitorato, corteggiato, talvolta temuto. 

Di grande rilievo è anche il contributo di Valeria Moroni sul rapporto con la CIA. Qui il volume evita la trappola più ovvia: presentare il Vaticano come semplice alleato docile degli Stati Uniti. Moroni insiste invece sull’ambivalenza di questo legame. Vaticano e CIA, si legge, sono stati alleati, competitori e avversari nel teatro globale del confronto non convenzionale. Questa definizione andrebbe scolpita, perché coglie il cuore del problema. La Santa Sede e Washington hanno certamente condiviso obiettivi, soprattutto in funzione anticomunista, ma non per questo sono stati la stessa cosa. In Italia la convergenza fu stretta; in America Latina, invece, le tensioni furono molto più evidenti. È un richiamo importante, perché restituisce al Vaticano una sua autonomia strategica, relativa ma reale. La Chiesa può convergere con una potenza, ma non coincide mai completamente con gli interessi di quella potenza. E proprio qui nasce il bisogno di osservarla. 

Un corpo fisico da proteggere

Il capitolo di Domenico Giani offre un contrappunto prezioso, perché introduce il punto di vista operativo della sicurezza. Finché si resta nella grande storia, infatti, il rischio è dimenticare che il Vaticano è anche un corpo fisico da proteggere: il Papa, le folle, i luoghi, gli archivi, le comunicazioni, i flussi di accesso, le vulnerabilità. Giani ricorda che la Gendarmeria non difende soltanto la persona del Pontefice, ma l’integrità delle informazioni in un contesto di minacce crescenti. Questo passaggio è essenziale, perché mostra come l’intelligence vaticana, o se si preferisce la dimensione informativa della sicurezza vaticana, non riguardi solo il grande gioco delle potenze ma anche il lavoro quotidiano di prevenzione, vigilanza, tutela. È il momento in cui il libro scende dalle strutture della lunga durata alla concretezza delle procedure, dimostrando che la Santa Sede è insieme simbolo e infrastruttura. 

Molto forte anche il contributo di Gianluca Falanga sulla Stasi. Se il rapporto con la CIA poteva apparire quasi prevedibile, quello con l’intelligence della Germania orientale riporta il lettore al cuore gelido della Guerra fredda. La Chiesa cattolica, in particolare sotto Giovanni Paolo II ma già prima, rappresentava per il blocco comunista un soggetto da sorvegliare attentamente, tanto più nei territori dove la religione conservava forza di radicamento e capacità di aggregazione. Il saggio mostra come, nonostante la distruzione di gran parte degli archivi cartacei della Stasi, le banche dati residue consentano di ricostruire flussi informativi, strategie e metodi impiegati per monitorare e contenere la Chiesa cattolica. È una parte molto importante del volume, perché rende visibile il Vaticano come nemico sistemico per una certa idea di potere totalitario: non solo per ciò che faceva, ma per ciò che rappresentava. 

Il contributo di Cesare Catananti sul lungo inverno del 1943 sposta la lente su una fase tra le più drammatiche e controverse: l’occupazione nazista di Roma, la persecuzione degli ebrei, i silenzi e le ambiguità di Pio XII, le operazioni britanniche intorno alla Santa Sede. È uno dei punti in cui la materia si fa più sensibile, perché qui si tocca una delle questioni più laceranti della memoria cattolica e occidentale. Il merito del volume è affrontare anche questo nodo dentro la logica della ricerca e non dell’assoluzione preventiva o della requisitoria ideologica. Il Vaticano emerge come spazio attraversato da conflitti interni, solidarietà, operazioni informative e pressioni esterne. Non una cittadella immobile, ma un ambiente saturo di rischio, nel quale le scelte morali, diplomatiche e informative si intrecciano in modo spesso tragico. 

Sergio Vento, infine, con il suo sguardo da ambasciatore, porta il discorso fino alle guerre di successione jugoslave e più in generale al rapporto tra intelligence pontificia e trasformazioni acceleratissime del mondo contemporaneo. È un passaggio molto significativo perché dimostra che il tema non si esaurisce con la Guerra fredda classica. Le guerre balcaniche mostrano infatti quanto la Santa Sede possa continuare a giocare un ruolo di osservazione, influenza, mediazione e lettura anticipata delle crisi in contesti dove identità religiosa, frammentazione nazionale e interessi delle potenze si sovrappongono. Qui il Vaticano appare non come residuo del passato, ma come attore capace di adattamento. E la sua “intelligence” è presentata non tanto come apparato occulto, quanto come strumento di difesa e di comprensione del mondo che cambia. 

L’appendice con il discorso di Leone XIV ai vertici dell’intelligence italiana del 12 dicembre 2025 aggiunge un tassello che, da solo, giustificherebbe l’attenzione per il volume. Per la prima volta un Papa riceve in modo ufficiale i vertici del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, in occasione del centenario dell’intelligence italiana e in anno giubilare. Il significato simbolico è notevole. Ma ancora più notevole è il contenuto: il riconoscimento dell’importanza del lavoro di intelligence unito a un richiamo severo all’etica, alla verità, al rispetto della dignità umana e al divieto di usare le informazioni riservate per intimidire, manipolare, ricattare o screditare politici e giornalisti. È un testo che il libro colloca nel posto giusto: non come omaggio formale, ma come segnale della maturazione culturale di un rapporto. Per secoli il Vaticano è stato oggetto e soggetto di intelligence; oggi arriva anche un riconoscimento pubblico del valore dell’intelligence come presidio della pace, purché resti dentro limiti morali precisi. 

Al centro della Guerra Fredda

Qual è allora il bilancio complessivo del volume? Anzitutto che siamo davanti a un’opera utile, e utile in senso forte. Non perché risolva definitivamente il tema, ma perché lo rende finalmente studiabile fuori dalle caricature. Caligiuri insiste sul fatto che questa pubblicazione inaugura un campo di studi. Non è una formula promozionale. È la descrizione più corretta del risultato ottenuto. Dopo aver letto questi saggi, diventa difficile accettare ancora la riduzione del Vaticano a pura istituzione religiosa o, all’opposto, a pura macchina di intrighi. La Santa Sede appare piuttosto per ciò che storicamente è stata: una realtà spirituale dotata di implicazioni temporali, una monarchia assoluta con vocazione universale, una rete globale di produzione e ricezione di informazioni, un attore diplomatico e simbolico sottoposto da sempre allo sguardo delle potenze. 

Il libro ha anche un altro merito, meno evidente ma forse ancora più importante: costringe a ripensare la storia italiana. Se il Vaticano è davvero una potenza informativa e un attore politico di lunga durata, allora gran parte della storia nazionale non può essere compresa senza misurarsi con la sua presenza. Dalla questione romana al non expedit, dal Patto Gentiloni alla Democrazia cristiana, dalla Guerra fredda al ruolo di Andreotti, fino alle relazioni con i servizi occidentali e ai conflitti interni alla Chiesa, il Vaticano non sta sullo sfondo. Sta nel quadro. Non sempre al centro, ma sempre dentro la scena. E questa centralità indiretta è uno dei fili più interessanti del saggio di Caligiuri, soprattutto quando richiama il “vantaggio competitivo” dell’Italia nell’ospitare la Santa Sede. È un tema enorme, che la politica italiana non ha quasi mai saputo trattare in modo strategico. 

Naturalmente non tutto è perfetto. In un’opera così vasta e pionieristica alcuni squilibri sono inevitabili. La cornice teorica di Caligiuri è spesso brillante, ma talvolta tende ad accumulare riferimenti molto lontani tra loro, con il rischio di comprimere i passaggi storici in una grande narrazione unitaria. Qualche lettore potrà trovare il percorso troppo largo, dai testi biblici fino all’intelligenza artificiale. Altri forse avrebbero voluto un maggiore approfondimento documentale su alcuni dossier specifici. Ma sono limiti che appartengono più al carattere inaugurale del libro che a una debolezza strutturale. In altre parole: qui conta soprattutto l’apertura della pista. E la pista è aperta bene.