Il Qatar, la guerra, la resistenza di Bar: la guerra dello Shin Bet scuote Israele

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Israele è scossa politicamente dal conflitto tra Benjamin Netanyahu e lo Shin Bet, il servizio segreto interno, che sta avendo negli ultimi giorni i suoi nuovi capitoli. Il tentativo di licenziare il capo dello Shin Bet Ronen Bar dopo che l’agenzia aveva aperto l’inchiesta sul presunto ruolo di collaboratori del premier nel favoreggiamento dei rapporti col Qatar, dietro cui si celerebbero pesanti corruttele, è stato fermato dalla Corte Suprema e contestato da ampie proteste di piazza già nei giorni scorsi. Ma oggi la guerra dello Shin Bet ha avuto una drammatica accelerazione per ben tre fatti nuovi.

Le tre partite aperte tra Shin Bet e Governo

In primo luogo, Lahav 433, l’unità speciale anticorruzione della polizia, ha arrestato Eli Feldstein e Yonatan Urich, due assistenti del primo ministro, proprio sulla base delle indagini promosse dallo Shin Bet del 59enne Bar sul presunto “Qatargate” israeliano. Netanyahu è stato raggiunto dalla notizia mentre si trovava in tribunale a Gerusalemme a testimoniare nei processi per corruzione che lo vedono impegnato su altri fronti.

In secondo luogo, la procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto a Netanyahu di essere ascoltato in merito alle informazioni che ha a disposizione sul Qatargate israeliano. “In questa fase, la testimonianza di Netanyahu verrebbe resa in quanto persona a conoscenza della vicenda e non come sospettato”, nota il Times of Israel. Infine, una querelle politica si è accesa attorno alla scelta del successore designato di Bar da parte del governo: il viceammiraglio Eli Sharvit, ex comandante della Marina, è stato criticato dagli alleati di estrema destra di Netanyahu perché ritenuto pregiudizialmente ostile agli ultra nazionalisti a causa della sua partecipazione alle proteste contro la riforma giudiziaria del Governo nel marzo 2023.

Yair Lapid, capo dell’opposizione e del partito Yesh Atid, ha criticato il leader del Likud per aver cercato di farsi scudo dietro “un ufficiale eccezionale” dichiarando di non aver nulla contro Sharvit ma di pensare che “sua nomina non può ostacolare un’indagine di sicurezza e penale che riguarda l’infiltrazione nell’ufficio di Netanyahu da parte di uno stato ostile e il pagamento di ingenti somme di denaro alle persone più vicine al primo ministro”.

Il Qatargate israeliano

Il Qatar è storicamente lo Stato più vicino ad Hamas, che ha finanziato e sostenuto nella Striscia di Gaza con il benestare dei governi di Netanyahu, desiderosi di vedere gli islamisti palestinesi spaccare in due la controparte politica araba di Israele in Terrasanta. Il primo ministro vede sommarsi diverse ombre sulla gestione del lungo percorso che ha portato ai massacri del 7 ottobre, in cui la sua gestione degli affari regionali e quella dell’intelligence si sono sovrapposte nel creare la crisi securitaria e il fallimento informativo fonte della debacle seguita all’incursione degli islamisti, che ha acceso la violenta guerra di Gaza.

Netanyahu ha messo a lungo Bar contro David Barnea, capo del Mossad, prima della guerra, ha ignorato gli avvertimenti provenienti dalle guarnigioni e dai servizi segreti e ha spesso sottostimato gli sforzi delle spie di Israele per salvare ostaggi e eliminare obiettivi di Hamas. Il controllo dei servizi segreti è stato per lui un obiettivo politico notevole e quando Bar e Barnea si sono riavvicinati contribuendo a formare un muro pragmatico al millenarismo e al militarismo senza strategia del governo e dei nazionalisti alleati del premier assieme all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant il risultato è stato l’allontanamento dei vertici dei servizi dai briefing più stretti e, sul medio periodo, la cacciata di Gallant.

Ronen Bar, a sinistra, e David Barnea

La guerra tra Netanyahu e Bar

Blindato Barnea dai risultati positivi del Mossad in Libano contro Hezbollah e nella caccia ai leader di Hamas a Gaza e a molti alti militari dell’Iran schierati nel teatro mediorientale, Bar è rimasto il leader dei servizi più vulnerabile. Ma, messo all’angolo, non si è fatto schiacciare dalla volontà di Netanyahu di sfruttare la fedeltà allo Stato dei capi dell’intelligence provando a scaricare sui servizi segreti le responsabilità del 7 ottobre: la pubblicazione di un report in cui lo Shin Bet he criticato una “politica di silenzio e connivenza durata anni” tra Tel Aviv e i leader di Gaza “che ha permesso ad Hamas di sottoporsi a un massiccio rafforzamento militare” è andata di pari passo con l’apertura del Qatargate dello Stato Ebraico.

Troppo, per Netanyahu e sodali: dal tentativo di mantenere l’indipendenza promosso da Bar nasce la guerra senza quartiere che il Governo gli sta muovendo. Ma inchieste e indagini vanno avanti. Non è sintomo di una sana democrazia il fatto che la politica debba farsi superare in tutela dei valori comuni delle istituzioni dai servizi segreti, ma un campanello d’allarme da non ignorare. Il cerchio si sta stringendo verso un premier sempre più desideroso di eliminare ogni contropotere nello Stato, dall’odiata magistratura in giù. Ma tutto questo rischia di destabilizzare Israele più di quanto le politiche del premier non abbiano fatto da fine dicembre 2022, quando Netanyahu ha formato il suo sesto governo, ad oggi. E mentre il premier cercava di sabotarlo, oggi lo Shin Bet ha peraltro rivendicato di aver sventato un attacco dinamitardo di Hamas e una sparatoria in Cisgiordania. C’è chi lavora per la sicurezza di Israele e chi per quella di un nucleo di potere: la differenza tra Bar e Netanyahu, in fin dei conti, è tutta qui.