Il Pentagono monitora il crescente dinamismo dell’attività di spionaggio negli Usa da parte di Israele. E la Defense Intelligence Agency (Dia), l’apparato che gestisce l’attività informativa nel contesto del comando militare Usa, ha definito “critico” il livello di allerta circa le attività dello Stato Ebraico sul suolo americano. Questo quanto hanno riferito due funzionari attualmente in servizio e un ex membro del governo Usa alla Nbc, che ha fatto emergere una notizia potenzialmente clamorosa ma che non deve stupire. Washington sa che molti alleati operano attività di spionaggio sul suo territorio. Raramente, però, un allarme così forte è stato lanciato. E secondo le ricostruzioni Israele sarebbe ritenuto ora dal controspionaggio americano una minaccia d’intelligence superiore a quella di molti avversari di Washington. Tra gli alleati americani, solo la Corea del Sud desterebbe preoccupazioni paragonabili, riporta il New York Times.
Le preoccupazioni del Pentagono e la fusione tecnologica Usa-Israele
Il New York Times ha poi approfondito la questione sottolineando che in particolar modo a essere messa sotto attenzione è la rete di funzionari e diplomatici che sta conducendo le trattative con l’Iran. Inoltre, Israele avrebbe ampliato lo spionaggio sin dal 2024, intrufolandosi sia nel contesto dell’amministrazione di Joe Biden che di quella attuale di Donald Trump. Tra le figure prese maggiormente di mira, secondo documenti della Dia, ci sarebbero l’inviato speciale di Trump per i negoziati in Medio Oriente, Steve Witkoff (ironia della sorte, un solido filoisraeliano) e Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa degli Usa con delega alle politiche. Nel 2024, fu la volontà di Biden di fermare l’avanzata di Israele a Gaza a spingere per un rafforzamento dell’attività spionistica, mentre nel 2025 Tel Aviv voleva valutare l’effettiva volontà di Trump di sostenere i suoi progetti bellici contro l’Iran.
Se confermato, si tratterebbe del caso di spionaggio più vasto su cui gli Usa stanno indagando all’interno dei loro apparati da quando, nel 2015, l’amministrazione di Barack Obama, secondo ricostruzioni giornalistiche dell’epoca, avrebbe accusato pesantemente Israele di lavorare per spiare gli Usa mentre erano intenti ai negoziati che avrebbero portato al primo accordo nucleare con l’Iran e fornire al Congresso, controllato dal Partito Repubblicano, elementi tali da contestare la trattativa condotta dall’amministrazione democratica. Nel 2018 Trump, lo ricordiamo, rottamò il Joint Comprehensive Plan of Action, aprendo la strada che avrebbe portato alle guerre del 2025 e del 2026. In tutti questi contesti, il premier israeliano è sempre stato Benjamin Netanyahu.
Il timing della rivelazione è quantomeno interessante. La Camera Usa ha di recente approvato la Sezione 224 del National Defense Authorization Act (NDAA) per il 2027 che apre a una sostanziale fusione tecnologica tra le forze armate Usa e quelle israeliane sul piano degli asset critici per l’innovazione in ambito militare e di ricerca. Le tecnologie israeliane, già ridondanti nel quadro dei sistemi di sorveglianza, di intelligenza artificiale, di comunicazione a distanza, saranno sempre più integrate nei dispositivi Usa, i finanziamenti americani al sistema militare di Tel Aviv contribuiranno a opere di ricerca e co-progettazione che integreranno le capacità.
Giochi di spie tra Usa e Israele
La ratio politica della mossa sta nella volontà americana di arruolare Israele e tutti i Paesi partner nella grande corsa tecnologica con la Cina, la prevenzione del cui sorpasso in ambito di Ia e applicazioni correlate è l’unica e forse assoluta priorità strategica che unisce l’intera politica Usa, ma chiaramente è possibile che da questa scelta emergano molte criticità. E l’ampliamento del fronte su cui Israele può penetrare con le attività d’intelligence, evidentemente, ha destato preoccupazioni alla Dia, che deve trasformare l’informazione raccolta in capacità operative e di proiezione per le forze armate Usa.
La mossa mostra inoltre una possibile frizione tra settori delle spie americane e del campo israeliano. Non sarebbe il primo caso. Israele e gli Usa hanno una storia di spionaggio convergente, complessa e articolata che si è sviluppata negli ultimi 80 anni. Nel 1951 il Mossad, il servizio estero d’Israele, e la Central Intelligence Agency (Cia) americana si accordarono per astenersi da ogni attività di spionaggio reciproco e attorno alla loro collaborazione hanno costruito le prospettive di un’alleanza militare, diplomatica e d’intelligence che fino alla recente guerra in Iran abbiamo visto collaborativa e fattiva. Ma non esiste solo la relazione Mossad-Cia, non esistono solo queste due agenzie e non esistono blocchi monolitici negli apparati profondi dei due Stati: la realtà parla di un contesto in cui spesso Israele ha usato le sue capacità e le sue attività per operare negli Usa e carpire informazioni. La storia dell’ex spia Jonathan Pollard, arrestato nel 1985 negli Usa e oggi risiedente in Israele dove è ritenuto un eroe nazionale, lo conferma.
Partita aperta nello Stato profondo Usa
Ora è quantomeno plausibile che settori dello Stato americano vogliano contenere la capacità d’azione e influenza di Tel Aviv a Washington, ed è sintomatico che sia il Pentagono a emergere. Pete Hegseth, segretario alla Difesa Usa e radicale filoisraeliano, ha sostenuto la guerra all’Iran salvo poi dimostrarsi pressoché inadatto a gestirla e governarne le conseguenze, e questo può aver suscitato malumori e critiche, specie alla luce del fatto che la campagna informativa che prevedeva un rapido collasso del regime di Teheran era principalmente israeliana e che Netanyahu è riuscito a convincere Trump e il suo staff dell’utilità di un’azione militare rapida e incisiva.
Nessun obiettivo strategico è stato raggiunto e nonostante una superiorità tecnologica schiacciante la guerra è giunta a un punto morto. Ora sono in corso delicati negoziati condotti dagli Usa, e Trump ha di recente duramente criticato Netanyahu per le mosse condotte in Libano che rischiano di far deragliare le trattative. Il fatto che ci sia maretta nello Stato profondo Usa è quantomeno sintomatico. Unendo i puntini, abbiamo avuto di recente: negoziati in fase di stallo, l’approvazione della norma sulla “fusione” tecnologica tra forze armate Usa e israeliane, le dimissioni della capa dell’intelligence Usa Tulsi Gabbard, considerata voce controcorrente negli apparati Usa, ora i leak di voci che parlano di precauzioni americane su Israele. Ci sono tutti i presupposti per leggere in filigrana l’emersione di controversie sui rapporti israelo-americani in seno al potere di Washington. Controversie che sono l’altra faccia della medaglia del contraddittorio rapporto di Trump e della sua amministrazione col primo alleato americano in Medio Oriente, la cui attrazione fatale spesso si tramuta in fonte di frustrazione per il governo Usa.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

