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L’operazione di martedì 17 settembre, che ha portato Israele a colpire Hezbollah tramite l’esplosione di cercapersone trasformati in ordigni, ha rappresentato, dal punto di vista operativo, un indubbio successo delle forze d’intelligence israeliane. Le fonti ben informate ricordano, infatti, che è stato il Mossad a mettere in pista le condizioni per rendere possibile l’attacco in cui sono morte 16 persone, militanti di Hezbollah ma anche civili, e ci sono stati oltre 2.750 feriti, principalmente nel gruppo sciita libanese.

Intelligence “industriale” contro Hezbollah

Come correttamente ipotizzato da Alessandro Curioni parlando con InsideOver, è stata un’infezione della supply chain che ha portato in Libano i cercapersone recentemente sostituiti da Hezbollah. Un’operazione di intelligence industriale e di infiltrazione che ha prodotto un danno paragonabile a quello del bombardamento di un comando nemico, senza mettere a rischio uomini sul terreno o unità. E ha mandato agli sciiti libanesi un messaggio durissimo: l’intelligence israeliana può colpire in profondità nel territorio del Paese confinante ed è il vero rivale che Hezbollah deve temere, più dell’Israel Defense Force.

A suo modo, un messaggio di deterrenza che la politica e le forze sul campo dovranno cogliere. Perché il Mossad manda un messaggio a Hezbollah, ma anche al governo di Benjamin Netanyahu. Sul primo fronte, siamo al classico esempio di strategia escalate to de-escalate. Gli uomini del direttore David Barnea agiscono in forma mirata, utilizzando i device trasformati in ordigni per mostrare la loro capacità di proiezione. Nella speranza che queste manovre, più che altre, possano ricordare ai miliziani libanesi i rischi di un confronto diretto con Israele. E fungere da monito per evitare risposte energiche sul campo militare.

La svolta operativa del Mossad

Il Mossad vuole scrostarsi di dosso, assieme alle altre agenzie d’intelligence, i residui del fallimento che ha contribuito, un anno fa, ai drammatici attacchi di Hamas del 7 ottobre sul territorio israeliano. E un’operazione come quella dei cercapersone-bomba appare la forma più concreta di riscatto per garantire ciò che i servizi segreti hanno sempre permesso a Israele di fare: tutelare la propria sicurezza colpendo i nemici laddove questi meno lo potevano prevedere. Hanno mostrato di poter operare nello spazio sottile in cui bisogna trasformare in azione e opportunità ogni informazione, anche la più apparentemente lontana dalle esigenze operative: aver captato che Hezbollah stava passando dalla comunicazione via cellulare a quella via cercapersone è stata la premessa per ricostruire la catena di fornitura e infiltrarla. Premessa dell’operazione.

La morale? Il Mossad dimostra di poter governare al meglio l’analisi di scenario laddove è lasciato in condizione di operare senza intrusioni eccessive nel suo percorso. E questo è un messaggio, a nome dei servizi di intelligence, anche a Netanyahu. La cui governance politica dell’intelligence è stata, prima del 7 ottobre, quantomeno disastrosa: dall’incentivazione della rivalità tra le agenzie alla sopravvalutazione della minaccia iraniana rispetto a quelle più vicine, come Hamas. Il Mossad conosce bene Hezbollah, e con le sue operazioni mirate lancia di fatto un invito contro azioni su più larga scala che potrebbero avere effetti militari ben meno soddisfacenti.

“Di recente i media israeliani hanno pubblicato numerosi resoconti secondo cui le Forze di difesa israeliane si stanno preparando per un’operazione nel Nord e che le divisioni militari hanno predisposto piani per l’impiego delle forze di terra nel Libano meridionale”, ricorda il Times of Israel. Tuttavia, “se davvero Netanyahu decidesse di prendere l’iniziativa contro Hezbollah non c’è garanzia che otterrà l’effetto desiderato. Inoltre, renderebbe molto meno probabile che Israele raggiunga i suoi altri tre obiettivi di guerra nella Striscia di Gaza (rovesciare Hamas, liberare gli ostaggi e assicurarsi che Israele non sia minacciato da Hamas in futuro) nel Sud”, destabilizzando la sicurezza nazionale del Paese.

Israele e il dilemma strategico in arrivo

Del resto, c’è grande differenza tra le operazioni mirate con cui l’intelligence da un anno riesce a colpire i rivali dello Stato Ebraico tra Siria, Libano, Yemen e la scarsa capacità di fare lo stesso – per non dire la totale assenza di interesse – delle forze che agiscono a Gaza. “Viene da chiedersi perché, laddove è il Mossad a coordinare le operazioni, il targeting di Israele sia mirato e preciso e Tel Aviv riesca a ottimizzare la sua sicurezza liberandosi dei suoi nemici senza eccessivi spargimenti di sangue. Mentre la guerra di Netanyahu a Gaza prosegue, violenta e brutale, senza riuscire a stanare Yahya Sinwar, capo militare di Hamas nella Striscia, e ad aver ragione dei militanti, mentre i morti sono ormai 40mila da ottobre”, ci si chiedeva a luglio su Affari Italiani. Una domanda che a maggior ragione va riproposta ora. E che getta ombra sulla governance politica di Israele, a-strategica nella sua azione e che appare sempre più desiderosa di non far terminare la conflittualità regionale.

Sulla carta, la mossa del Mossad può essere letta, superficialmente, come un gancio a un’operazione più ampia. In realtà palesa la presenza di alternative più sicure per Israele. A Netanyahu, nel caso, la scelta di portare Tel Aviv su una strada bellica senza ritorno anche ai suoi confini settentrionali.

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