I pilastri della letteratura di spionaggio, spesso scritti da vere spie che hanno raccontato il mondo degli agenti segreti, ancora forniscono “lezioni” a chi, per mestiere o solo per approccio critico, deve avere a che fare con le informazioni relative al campo dell’intelligence.
In un bel volume pubblicato per gli addetti ai lavori dei nostri servizi segreti, quando a occuparsi delle informazioni sensibili provenienti dall’estero era ancora il SISMI, l’allora ministro della Difesa Antonio Martino scriveva nella splendida prefazione che il genere letterario del romanzo di spionaggio ha sempre proteso per presentarci la “Spia” nelle sue due forme ancestrali: “l’eroe oscuro e silenzioso che, in nome di un superiore ideale, rinuncia a tutto, persino alla propria identità, e contestualmente ha mostrato l’antitesi: il traditore, il doppiogiochista, che per mero tornaconto personale calpesta principi e sentimenti“; citava non a caso molte penne che hanno tratto dall’arte del romanzo la loro fama, ma allo stesso tempo hanno tratto da vere esperienze nel servizio segreto molti spunti per le loro storie.
Nomi come Buchan, Somerset Maugham, Greene, Fleming e Le Carré (nom de plume di John Moore Cornwell) sono noti a tutti per essere prolifici e affascinanti autori di grandi romanzi d’intelligence, insieme al grande Eric Ambler, forse il più grande nobilitatore del genere, che gli ha conferito un certo “spessore letterario”. Ma non tutti sanno che gli autori succitati erano tutti agenti del Secret Intelligence Service britannico (SIS). Ad eccezione di Ian Fleming, il padre di James Bond, che era invece impegnato nel servizio d’intelligence della Royal Navy come “addetto” ad alcune importanti missioni svolte delle Operazione Combinate e dal SOE sulle quali andrebbe ancora fatta “piena luce“.
La letteratura di spionaggio non è “sola evasione” scriveva il ministro Martino – che venne molto ascoltato dal numero 10 di Downing Street riguardo una connessione tra l’Iraq di Saddam Hussein e una partita di uranio proveniente dal Niger – ma anche una profonda analisi delle “due posizioni estreme, quasi due categorie filosofiche tanto letterarie quanto reali” che possono spingere l’uomo, o la donna non di meno, a vestire i panni di una spia.
Analizzando, quando lo scrittore e il lettore lo desiderano, le implicazioni morali dell’individuazione, preme osservare come “realtà e letteratura si fondano e si compenetrino“, scrive Giulio Ruspoli sempre nel medesimo tomo dal titolo L’Intelligence della letteratura .
Estremamente interessante è notare la contrapposizione nella scelta dei protagonisti, che si ritrova, ad esempio, nelle opere di Buchan, Somerset Maugham e Ambler, ma anche nel grande capolavoro Kim di Kipling, considerato, sebbene “impropriamente“, un romanzo di spionaggio. In queste opere, gli uomini, spesso scrittori, giornalisti, ingegneri o perdigiorno, si trovano a fare i conti con una certa perspicacia e con implicazioni morali mentre vestono i panni della spia per salvarsi la pelle.e; e la super spia rappresentata da James Bond, l’ex commando di Fleming che si distacca notevolmente dalla realtà. Il burocrate, l’avventuriero, il superuomo, la carogna che pensa solo al suo compenso sono tutti profili esplorati dalla letteratura di spionaggio e intrecciati con la realtà. Basti leggere Spia contro Spia di Dusan Popov, il doppio agente slavo dell’Abwehr tedesco e dell’MI6 britannico che ha ispirato Fleming più di chiunque altro per il suo agente 007.
Al giorno d’oggi, nonostante la “guerra guerreggiata” sia tornata una realtà, la guerra di spie è più attiva che mai, e l’attività d’intelligence è quanto mai indispensabile per scongiurare il ricorso alle armi da parte di potenze che potrebbero spingere il mondo sull’orlo dell’apocalisse nucleare, spesso paventata dalla letteratura come dalla stampa. E più di tutti, oggi, dalla propaganda che usa ogni informazione più o meno sensibile come un’arma cognitiva.
Il compito dell’Agente segreto, scrive il ministro Martino è “fare il possibile e l’impossibile affinché non accada l’irreparabile“. E forse non c’è descrizione più nobile per questa figura talvolta eroica, talvolta rocambolesca, che mostra, nella finzione e nella storia, quale dose di coraggio e abnegazione sia necessaria alla spia per fare parte di questo gioco pericoloso. Mi torna alla mente proprio la vicenda di Jhonny Jebsen, un danese molto blasé che i nazisti avevano bollato come “fallito morale”, e che aveva iniziato a fare la spia per noia, o per gioco, ed è finito a morire in un campo dì concentramento sul serio: perché non aveva la minima intenzione di rivelare alla Gestapo ciò sapeva sullo Sbarco in Normandia e sulla rete di spie dell’Operazione Fortitude per salvarsi la pelle al prezzo di quella dei suoi migliori amici.
Per molti versi, il romanzo di spionaggio e anche le vere storie di spionaggio narrate dai protagonisti che hanno combattuto la vera guerra dell’informazione ci spingono a scoprire non solo come la spia possa essere “tra di noi“, ma anche come possa essere “uno di noi“. Per un gioco di appeal letterario, non come sprono all’emulazione ovviamente. Ma tanto è valso ad attrarre centinaia di milioni di lettori che alla letteratura di spionaggio hanno concesso in questo ultimo secolo la loro devota immaginazione.

