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Nelle ultime giornate del regime di Bashar al-Assad l’intelligence italiana ha preso contatti con le controparti siriane? Questo riporterebbe un documento riservato del deposto governo di Damasco pubblicato su X dal giornalista investigativo Suhail al-Ghazi che parlerebbe di una telefonata tra Giovanni Caravelli, il generale che guida l’Aise, la branca del Sistema informativo per la sicurezza della Repubblica dedicata alle operazioni all’estero, e il capo dell’intelligence siriana Hassan Luqa.

Il documento segnalato da al-Ghazi è una relazione inviata ad Assad indica che Caravelli avrebbe chiamato di sua iniziativa Luqa, tra i più fedeli membri del cerchio interno del vecchio regime e mostra il punto di vista del 60enne generale a capo delle spie di Damasco. “Ho ricevuto una telefonata dal generale Giovanni Caravelli, capo dei servizi segreti italiani, su sua richiesta, in cui ha sottolineato il sostegno del suo Paese alla Siria in questo momento difficile”, nota Luqa, “sottolineando che il sostegno russo alla Siria sarebbe stato qualcosa che non sarebbe stato dimenticato”.

Il documento è dal giornalista che l’ha diffuso messo in diretta relazione ai bombardamenti russi sul seminario francescano di Aleppo, quasi a far intendere che il sostegno espresso da Caravelli “alla Siria” andasse inteso come un appoggio esplicito al fatiscente regime. Ma la situazione è sicuramente più complessa. Anche l’analista del Middle East Institute Charles Lister ha diffuso la missiva ponendo in essere una critica alla possibile convergenza Italia-Siria nell’ora più buia dell’era Assad.

Luqa, spia in declino, cercava di giustificarsi^

Il giornalista al-Ghazi e l’analista Lister sono indubbiamente voci attive nel dibattito, ma nessuno dei due è esperto di intelligence e servizi segreti, e il documento va letto cum grano salis. Partendo innanzitutto dal punto di vista dello scrivente, che non è Caravelli ma Luqa, il quale nello stesso documento segnala di aver parlato anche con il maggiore generale Ahmed Hosni, direttore del servizio di intelligence generale giordano, con cui avrebbe parlato di una situazione nel Sud del Paese “normale” a due giorni dall’offensiva dei ribelli da Dara’a che ha portato alla caduta di Damasco e discusso di una volontà di Amman di “fornire assistenza” che appare fuori dalla realtà.

Insomma, non va sottovalutata l’idea che Luqa abbia gonfiato ad arte le sue comunicazioni ad Assad per dare l’idea di una situazione sotto controllo nei giorni in cui il regime era al si salvi chi può, come dimostrato dalla caotica fuga di Assad a Mosca tre giorni dopo. Nel crollo del regime è svanito anche Luqa, che ora non è rintracciabile.

Tolto dal campo il nodo della soggettività del commento, è comunque estremamente plausibile che la telefonata Caravelli-Luqa ci sia stata. E questo è perfettamente plausibile e normale. Anzi, risulterebbe auspicabile che l’Aise provi a ottenere informazioni di prima mano in un contesto geopolitico in evoluzione ove ha investito assieme al sistema-Paese diverse risorse politiche e di analisi. Del resto, Luqa era presenta al fianco di Assad quando a giugno lo stesso Caravelli, attento a fare dell’agenzia uno strumento di proiezione dell’intelligence in termini operativi e anche di elaborazione strategica, si era recato a Damasco per tastare il terreno del dialogo tra Roma e Damasco.

Di quel colloquio avevamo dato notizia sottolineando come consolidasse il peso dell’Aise come servizio capace di arrivare laddove a molti omologhi occidentali era interdetto. E non è da escludere che a Piazza Dante siano arrivate informazioni privilegiate sulla sostenibilità delle forze del regime nei suoi ultimi mesi di esistenza tali da aver suggerito la cautela diplomatica tenuta dal governo Meloni sul dossier. Del resto, l’Italia ha una rinnovata presenza diplomatica in Siria, prima potenza occidentale ad averla ristabilita, ed è chiaro che questo alimenti anche la capacità dell’intelligence. Piuttosto, come insegna Aldo Giannuli in Come funzionano i servizi segreti, un’agenzia va analizzata più da quello che fa che da quello che dice.

Il senso delle mosse di Caravelli

In questo caso abbiamo a disposizione solo il documento redatto da un capo d’intelligence che aveva necessità di giustificare al proprio capo inefficienze e mancanze, peraltro palesi nella sottovalutazione dell’offensiva finale, facendosi vedere operativo di fronte alle agenzie straniere. Mentre dalla parte dell’Aise avremmo un servizio desideroso di avere informazioni di prima mano per operare: cosa fare per proteggere le sedi diplomatiche, con quella italiana che è stata anche attaccata nei giorni dopo la caduta di Assad; come muoversi per analizzare le mosse dei gruppi radicali e jihadisti; che scelte compiere per tutelare i cittadini italiani in Siria; come fornire un efficace scambio informativo coi servizi alleati.

Dare un giudizio politico a un documento di parte, in definitiva, appare fuorviante proprio perché estremamente prematuro: e lo appare a maggior ragione in una fase in cui la Siria necessita di unità e ritorno alla normalità e i Paesi occidentali ed europei devono trovare una linea comune col nuovo governo di Damasco. In questo processo Roma ha il vantaggio di aver una presenza diplomatica a Damasco ma deve gestire lo svantaggio di averla aperta nelle fasi finali dell’era Assad. Su quest’ultima leva molte potenze, a partire dall’immancabile Turchia, potrebbero far leva per ridurre gli spazi d’agibilità di Roma in diversi processi: dal sostegno alla normalizzazione alla ricostruzione in cui aziende e tecnologie italiane potranno esser coinvolte, non è da escludere che una partita preventiva per tagliar fuori l’Italia dalla Siria sia in atto. E non metterla all’ordine delle ipotesi significa sottovalutare a cosa servano, in definitiva, i servizi e le discussioni a riguardo.

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