Quando il segreto esce dall’ombra. A Saint Germain en Laye, nella cintura nordoccidentale di Parigi, un istituto universitario ha aperto una porta che di solito resta chiusa: un percorso formativo costruito insieme all’Accademia del Renseignement, la struttura incaricata di far crescere, con criteri comuni, il personale della comunità informativa francese, dai servizi civili a quelli militari. L’idea è semplice e, proprio per questo, politica: non basta assumere uomini e donne, bisogna addestrarli a leggere minacce che cambiano pelle, a muoversi tra terrorismo, conflitti grigi, criminalità e finanza.
L’onda lunga del 2015
Dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015, la Francia ha accelerato le assunzioni nel comparto della sicurezza e dell’intelligence. Quell’espansione, per quantità e velocità, ha creato un problema pratico: come rendere operativi nuovi ingressi senza abbassare la soglia di competenza, e come aggiornare chi è già in servizio. Da qui la scelta di rivolgersi anche al mondo universitario, non come vetrina, ma come officina: moduli, metodo, linguaggio comune, confronto tra accademici e pratici.
Un diploma che racconta il nostro tempo
Minacce globali, lezioni molto concrete. Il “Diploma sul Renseignement e sulle Minacce globali” è un percorso breve e intensivo: 120 ore in presenza, concentrate in pochi mesi, organizzate per moduli. I temi non sono ornamentali: radicalismo islamico, violenza politica non religiosa, intelligence economica d’impresa, economia della criminalità organizzata. Il costo dichiarato è di 5.000 euro a partecipante, e il pubblico non è solo statale: accanto a personale proveniente dai servizi, compaiono profili del settore privato, dalla consulenza all’aerospazio, fino alla difesa.
Scenari economici
La sicurezza come mercato e come filiera. Cinquemila euro non sono una cifra simbolica: indicano che la formazione, qui, viene trattata come investimento e come selezione. E indicano soprattutto un’altra cosa: la frontiera tra sicurezza pubblica e interessi economici è diventata una zona di contatto permanente. Se i partecipanti arrivano anche da industria della difesa e consulenza, significa che il “sapere di intelligence” non è più solo un mestiere di Stato, ma un vantaggio competitivo: protezione di tecnologie, gestione del rischio paese, lettura delle catene di approvvigionamento, prevenzione di infiltrazioni criminali nei flussi finanziari.
Valutazione strategica e militare
Un corso del genere non addestra “spie” da romanzo: costruisce una grammatica condivisa tra uffici diversi, civili e militari, in un’epoca in cui le minacce non rispettano le caselle. Terrorismo, sabotaggi, influenza digitale, criminalità transnazionale e pressione migratoria possono essere pezzi dello stesso schema. La strategia è creare interoperabilità culturale: stessi concetti, stessi strumenti di analisi, stessa capacità di passare dal dato grezzo alla valutazione. Il rischio, però, è speculare: se l’intelligence diventa una disciplina “normalizzata” e diffusa, cresce l’efficienza, ma cresce anche la tentazione di allargare il perimetro della sicurezza fino a farlo coincidere con la politica.
Valutazione geopolitica e geoeconomica
C’è infine un segnale più ampio: la Francia sta lavorando a una sovranità informativa che non sia solo tecnologia, ma formazione, cultura istituzionale, capacità di attrarre e trattenere competenze. È una mossa di potenza in versione europea: meno dipendenza da modelli esterni, più produzione interna di quadri analitici, più integrazione con il tessuto industriale nazionale. In un mondo dove la competizione passa sempre più per dati, sanzioni, infrastrutture critiche e controllo delle filiere, la “scuola” diventa un pezzo della geoeconomia: perché chi forma, alla fine, decide anche quali minacce contano davvero e quali interessi meritano protezione