L’emergere del “caso Signal” e della pubblicazione di informazioni riservate da parte di alti funzionari dell’amministrazione Trump, compresi il vicepresidente J.D. Vance e il capo del Pentagono Pete Hegseth, su una piattaforma di messaggistica istantanea hanno posto diversi dubbi sulla condivisione d’intelligence e di notizie classificate da parte dei Paesi membri del più esclusivo gruppo spionistico al mondo, i Five Eyes.
Questo termine definisce l’asse tra le cinque nazioni di stirpe anglosassone (Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda) per interoperare sul fronte della sicurezza e dello scambio dei dati, emerso nel corso della Seconda guerra mondiale e oggi sostanziatosi in una serie di capacità a tutto campo.
Come funziona il gruppo Five Eyes
I Five Eyes garantiscono “scambi formali d’intelligence, operazioni congiunte e sviluppi comuni di capacità operative che passano attraverso alti livelli di fiducia tra i partner, una condivisione totale della Signal Intelligence, livelli non pareggiabili di integrazione e una copertura globale sul fronte della raccolta informativa”, come ha riportato con dovizia di particolari un report del Comitato per l’Intelligence del Parlamento britannico datato dicembre 2023.
Come si rapporta tutto questo, oggigiorno, con l’era di Donald Trump? Da un lato, l’aggressivo unilateralismo della nuova amministrazione ha messo in discussione importanti accordi strategici come la cooperazione con Londra e Canberra per i sottomarini nel patto Aukus e in prospettiva lascia pensare che la cooperazione dei Five Eyes possa subire analoghe fratture.
Dall’altro, è evidente la palese inadeguatezza di molte figure nominate da Trump a ruoli apicali: né il vicepresidente Vance né Hegseth, anchorman proiettato alla guida delle forze armate più grandi al mondo, hanno saputo gestire il caso della chat Signal in maniera responsabile. Nella chat Signal, utilizzata per coordinare gli attacchi in Yemen contro gli Houthi in cui era stato aggiunto il direttore del The Atlantic Jeffrey Goldberg, Vance e Hegseth hanno mostrato una leggerezza problematica nel maneggiare informazioni sensibili che potrebbero essere arrivate a Washington anche grazie alla cooperazione dei Five Eyes. Si è salvato, più defilato, il capo della Cia John Ratcliffe, che non a caso ha tutta un’altra cultura strategica rispetto ai colleghi.
Londra getta acqua sul fuoco
Aggiungiamo a questo l’elefante nella stanza della possibile ripresa dei contatti tra intelligence americana e servizi segreti russi, a seguito di una distensione che nessuno dei partner dei Five Eyes intende ad oggi corroborare, e si avrà un quadro completo dei mutati rapporti di cui molti analisti iniziano a rendersi conto.
Le istituzioni stanno reagendo in maniera diversa. A Londra il primo ministro britannico Keir Starmer, rispondendo a un’interrogazione a Westminster presentata dal Partito Liberaldemocratico, ha detto che nulla cambia nei rapporti transatlantici affermando che “smantellare le nostre relazioni con gli Stati Uniti per la difesa e la sicurezza non è né responsabile né serio”. Ma il tema è sul tavolo e toccherà da vicino, in particolare, i vertici del Gchq, la principale agenzia Sigint del Regno Unito, e la figura che sarà chiamata a sostituire l’attuale titolare del Secret Intelligence Service, Richard Moore. Chiunque sarà il designato dovrà prendere contezza di un quadro mutato in cui anche la condivisione d’intelligence con gli Usa non sarà più quella di un tempo.
Carney e il Canada a testa bassa
Diverso da quello di Starmer l’atteggiamento di Mark Carney, neo-primo ministro del Canada che sta usando la bandiera dell’opposizione a Donald Trump come collante politico e elettorale per il Partito Liberale che guiderà almeno fino alle elezioni del 29 aprile. Carney, che ha respinto le provocazioni di Trump sull’annessione del Canada agli Usa, ha detto che il caso Signal dimostra come “i Paesi alleati degli Usa dovranno contare sempre di più su sé stessi”. “Quando si verificano errori e si verificano fughe di notizie sensibili, bisogna imparare delle lezioni per evitare che ciò si ripeta”, ha detto Carney nella giornata di martedì durante un evento elettorale in Nuova Scozia.
Richard Fadden, ex capo dell’agenzia di intelligence canadese, ha dichiarato al Guardian che “ogni Paese ha sperimentato fughe di notizie, di diversa gravità”, ma nel caso americano “il problema è che viene generata ai massimi livelli del Governo degli Stati Uniti, e nessuno ha ammesso che ciò è un problema”.
Perplessità anche in Australia e Nuova Zelanda
In Australia e Nuova Zelanda, analoghe reazioni tra incertezza e sgomento. “Le agenzie di intelligence umana e dei segnali australiane svolgono un ruolo sproporzionato nella copertura dell’Asia centrale e meridionale” e inoltre “l’Australia ospita infrastrutture come Pine Gap, una delle piattaforme di intercettazione più preziose dell’alleanza nell’emisfero orientale”, ha dichiarato alla rete Abc il giornalista esperto nel settore Richard Kerbaj, studioso della storia dei Five Eyes. Un portato di informazioni importante che andrebbe preservato e non gestito impropriamente, pensano a Canberra.
In Nuova Zelanda, invece, la rete Rnz ha scritto che è doveroso chiedersi se “la Nuova Zelanda e gli altri membri del gruppo di spionaggio Five Eyes possono ancora fidarsi degli Stati Uniti, dopo un grave errore da parte di alti funzionari di Trump”.
A Washington il compito di rassicurare alleati e partner e ricordare che un ruolo di leadership comporta responsabilità sistemiche a tutto campo e, soprattutto, serietà. Nel mondo odierno non esiste patrimonio più importante dell’informazione. Disperderlo al vento risulterebbe dannoso per la sicurezza di Washington, dei Paesi dei Five Eyes e dell’Occidente intero.

